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Lo strumento del currency board, che era il regime monetario istituito nelle colonie inglesi, è stato preso di nuovo in considerazione nel corso degli anni ’90, con lo scopo di sostenere i processi di stabilizzazione delle economie di transizione e dei Paesi in via di sviluppo.
Le caratteristiche tecniche di tale regime sono diverse a seconda del Paese considerato. Ci si riferisce, ad esempio, alla scelta della valuta rispetto alla quale fissare il tasso di cambio o alla previsione di maggiori o minori limitazioni dell’accesso alla convertibilità.
Inoltre, non si può dimenticare che i regimi monetari basati su currency boards istituiti negli anni ’90 si sono proposti di adattare un modello, che sembrava appartenere al passato, alle esigenze di un contesto economico diverso. Tale scopo è stato perseguito mantenendo i requisiti di riserva delle banche commerciali e consentendo una limitata flessibilità all’autorità monetaria, che, inoltre, continuava ad essere chiamata Banca Centrale.
Al susseguirsi di varie crisi finanziarie negli anni ’80, come quella del Messico, alcuni economisti statunitensi enunciarono piani per riequilibrare il sistema. Prevalse la linea di Nichoals Brady che nel marzo dell’89 enunciò il suo piano di ristrutturazione volto a far uscire i paesi dal default e riformare le loro istituzioni. Le misure di riforma facevano leva sul concetto di libero mercato e seguivano la linea del “Washington Consensus”; si trattava di un insieme di regole enunciate dall’economista Williamson, per rafforzare il libero mercato attraverso:
- privatizzazioni;
- rimozione delle tariffe doganali e dei controlli sugli investimenti internazionali;
- cambi e tassi di interesse stabiliti dal mercato e non fissi, ma relativamente stabili;
- riforma fiscale;
- tutela della proprietà privata.
Il nome Washington Consensus deriva dal fatto che Williamson sosteneva che questo approccio dovesse essere condiviso, come poi accadde, dal governo americano, dal FMI e dalla Banca Mondiale, tutti basati a Washington.
Si ritenne che l’applicazione di questi principi fosse necessaria per far calare i dissesti finanziari e stabilizzare le politiche economiche, tentando di trainare questi paesi verso economie maggiormente orientate in senso liberale. La ricerca di stabilizzazione del cambio comportò in molti casi la misura, non prevista dal Consensus, della dollarizzazione, ossia della creazione di un legame molto forte tra valute emergenti ed il dollaro al fine di evitare fenomeni di iperinflazione.
Nei primi anni ’90 questi approcci sembrarono aver avuto successo: i paesi emergenti riuscirono a tenere sotto controllo l’inflazione e la spesa pubblica, modificando però il ruolo dello stato nell’economia ed iniziando una forte ondata di privatizzazioni.
Ma ben presto scoppiò un’ondata di crisi: nel 1995 in Messico, nel 1997 nel sud-est asiatico, nel 1998 in Russia, nel 1999 in Brasile e nel 2001 in Argentina.
Nel 1994, la crisi scoppiata in Messico, denominata Tequila Crisis, fu causata dalla cattiva gestione del debito statale, oltre che ai soliti problemi bancari e valutari (svalutazione del 33% in una settimana): il paese si trovò con 30 miliardi di dollari di prestiti in scadenza e le casse dello stato quasi a secco; in questo frangente intervennero in prima persona gli USA con un prestito della BC e del FMI: venne costruito un fondo, definito di stabilizzazione, dotato di 52 miliardi di dollari, in modo tale che il Messico potesse uscire dalla crisi, a patto che continuasse a sostenere le manovre precedentemente stabilite dal Washington Consensus. Il fondo aveva come obiettivo di ricreare le condizioni per il pagamento del debito, ed ebbe un grande impatto in Argentina ed in Brasile. La crisi si risolse nel giro di due anni. Nel caso del Messico i debiti privati furono trasformati in debiti pubblici. Il problema fu, pertanto, adattare la propria politica monetaria a quella degli Usa, dovendo adottare una politica economica basata sulle privatizzazioni, apertura commerciale, distruzione delle imprese nazionali, diretta ad aiutare a risolvere una crisi capitalista in corso che esigeva la conquista di nuovi mercati per i paesi industrializzati. Non si trattò di una crisi dei modelli di stabilizzazione, ma della crisi del tentativo di sanare la crisi. In particolare la politica adottata tentava di stabilizzare una crisi capitalistica iniziata negli anni settanta in Usa e si “scaricava” sui paesi sottosviluppati tramite il debito interno ed estero. Il Brasile, a partire dal 1997, iniziò ad adottare un tasso di cambio flessibile. Dopo aver perso quasi 32 miliardi di dollari in meno di cinque mesi adottò il cambio fluttuante il 15 gennaio nel 1999.
Queste politiche con fondamento nell’ancoraggio valutario provocarono un indebitamento esterno e pubblico mai registrato nella storia degli stati periferici. Il formato più estremo di “stabilizzazione” si verificò in Argentina, altrimenti chiamato currency board, che ancorò il peso al dollaro, indicizzando gli attivi finanziari alla variazione del cambio. Le tariffe dei servizi pubblici privatizzati furono stabilite in dollari ma la popolazione riceveva prevalentemente salari in peso. Tuttavia il grado di indebitamento non si ridusse nei paesi in cui fu adottato l’ancoraggio valutario.
L’analisi delle politiche implementate, oggi, permette di trarre importanti conclusioni:
- il successo di una strategia volta a raggiungere e a mantenere la stabilità dei prezzi non può prescindere da una valutazione dell’andamento delle variabili macroeconomiche e del contesto istituzionale del Paese che la implementa;
- nessuna strategia può riuscire a ridurre stabilmente il tasso di inflazione, se non è in grado, al contempo, di raggiungere l’equilibrio fiscale o, perlomeno, di ridurre al minimo gli squilibri dei conti pubblici;
- l’opzione del currency board appare una valida alternativa, rispetto agli strumenti sopra analizzati, al fine di supportare un processo di stabilizzazione macroeconomica. In molti casi, inoltre, tale opzione non comporterebbe alcuni dei problemi tipici delle stabilizzazioni che facevano ricorso a strategie differenti.
Recentemente, i paesi dell’America Latina hanno per lo più abbandonato i regimi di cambio intermedi (“crawling pegs“, “crawling bands“, “pegged horizontal bands“, “conventional fixed peg arrangements “), introducendo regimi rigidi di cambio fisso (“hard pegs“) o all’opposto regimi di cambio fluttuante.
La soluzione opposta rispetto al currency board o alla dollarizzazione consiste nell’adottare un regime di cambio perfettamente flessibile. Questa è stata la scelta delle autorità argentine nel gennaio 2002, ma anche delle autorità brasiliane e messicane a seguito delle crisi valutarie del 1998 e del 1994. Di fatto numerosi paesi emergenti hanno recentemente deciso di spostarsi verso l’estremità maggiormente flessibile dello spettro dei regimi di cambio. Adottando un regime di cambio perfettamente flessibile i paesi non si espongono al rischio di possibili crisi valutarie dato che il tasso di cambio è lasciato libero di aggiustarsi per permettere il raggiungimento dell’equilibrio esterno. Inoltre, eliminando la possibilità di consistenti salti discreti realizzati dal tasso di cambio, viene fortemente ridotto anche il rischio di fragilità finanziaria dovuto al fenomeno della dollarizzazione dei debiti. Infine, in presenza di rigidità nei prezzi la flessibilità del cambio permette un assorbimento maggiormente rapido di shock che possono colpire l’economia.
L’adozione di un regime di cambi flessibili comporta tuttavia un problema: viene a mancare il ruolo di ancora nominale svolto dal tasso di cambio. Questo aspetto assume particolare importanza nel caso dei paesi in via di sviluppo che hanno spesso una “storia” di inflazione elevata e che non sono dotati di autorità monetarie sufficientemente credibili. Inoltre dato che in presenza di tassi di cambio flessibili i paesi hanno la possibilità di ricorrere più facilmente al signoraggio come fonte di entrata fiscale, questa possibilità può costituire un incentivo a realizzare sorprese inflazionistiche nel caso di mancato controllo del deficit pubblico. Nonostante questi problemi, l’esperienza di due grandi economie dell’America Latina, Cile e Messico offre alcuni interessanti spunti di analisi. Entrambi i paesi infatti hanno deciso di adottare un regime di cambio flessibile, il Messico in seguito ad una crisi valutaria ed il Cile come esito del progressivo ampliamento delle bande di oscillazione del regime di crawling peg adottato sino al 1999. In questi due paesi l’adozione di un regime di cambio flessibile ha coinciso con un periodo di relativa stabilità dei prezzi e di crescita economica, senza che per questo venisse compromesso il bilancio statale. In particolare nel caso del Messico Edwards (2000) mostra come il Peso, negli ultimi anni, non sia stato nei confronti del Dollaro più volatile delle maggiori valute caratterizzate da regimi di cambio fissi, a testimonianza del fatto che è possibile coniugare un regime di cambio flessibile con una efficace riduzione del tasso di inflazione e con la stabilità del cambio stesso, anche in paesi emergenti caratterizzati da scarsa reputazione antinflazionistica.
Quindi con regini di cambio perfettamente ancorati, si elimina il rischio di cambio, ma l’onerosità del debito estero rimarrà comunque relativamente elevata per quei paesi emergenti che non sono in grado di attuare un’accorta politica economica. Il bilancio dei costi-benefici da dollarizzazione è probabilmente positivo solo in presenza di una già acquisita forte integrazione commerciale e finanziaria con gli Stati Uniti. Sotto questo aspetto appaiono quindi privilegiati soprattutto i paesi dell’America Centrale, in particolar modo il Messico, un paese con una quota di commercio estero con gli Stati Uniti molto elevata, superiore all’80%. Anche se questo fenomeno di currency substitution, cioè utilizzazione massiccia del dollaro come unità monetaria per usi domestici, risulta meno marcata nei paesi dell’America Centrale (maggiormente integrati con gli USA in termini commerciali) che nei paesi del Sud America.
I regimi di cambio ancorati per lungo tempo al dollaro hanno sì contribuito a domare l’inflazione ma l’apprezzamento del cambio in termini reali ha progressivamente eroso la competitività dei paesi sui mercati internazionali dei beni e dei servizi; i regimi di cambio siffatti, se sottoposti a pressione, sono difficilmente difendibili da parte delle autorità nazionali, perché richiedono un’ampia disponibilità di riserve valutarie e rialzi dei tassi di interesse suscettibili di ripercuotersi assai negativamente sulla domanda interna; il pegging viene inteso come garanzia di stabilità del cambio e riduce l’attenzione sia dei creditori sia debitori ai rischi impliciti nell’erogazione e nell’assunzione di prestiti: tende quindi a esaltare i movimenti di capitali, preparando il terreno a drammatici movimenti di segno opposto.
Le analisi degli episodi di instabilità non hanno risparmiato critiche a tutti gli attori presenti sulla scena:
- alle autorità dei paesi sono stati mossi rilievi sulla politica del cambio e sulla gestione delle riserve valutarie nonché sulla capacità di governare il sistema finanziario;
- agli investitori internazionali è stata rimproverata la ricerca esasperata di rendimenti elevati in risposta alla riduzione dei tassi di interesse nei mercati domestici, l’incapacità di valutare correttamente i rischi impliciti nell’erogazione dei finanziamenti ai paesi emergenti e la tendenza a considerare la presenza degli organismi finanziari internazionali come garanzia implicita di recupero dei crediti;
- agli organismi finanziari internazionali, innanzitutto al Fondo Monetario Internazionale, sono stati imputati la mancata tempestiva individuazione dell’insorgere delle crisi; le politiche, fiscali e monetarie, di gestione delle crisi stesse, che hanno richiesto ripetuti aggiustamenti in senso meno restrittivo; l’incoraggiamento che sarebbe stato fornito a comportamenti improntati al moral hazard da parte di prestatori e prenditori.
Risulta tuttavia evidente che non sono stati completamente risolti i problemi ancestrali e tipici sudamericani, relativi ai profondi squilibri nella struttura economica e sociale del paese e di conseguenza e alla povertà presente nel paese che tocca quasi la metà della popolazione. A tal proposito bisogna sottolineare che la dollarizzazione è uno schema monetario e non comporta politiche o riforme economiche a carattere sociale (redistribuzione del reddito, assistenza sociale, settore pubblico allargato, agevolazioni fiscali agli investimenti, ecc..). Rimangono urgenti delle riforme atte a stimolare gli investimenti esteri diretti e a garantire la sicurezza sociale.
La chiamano la Microsoft del transgenico, del biotech, ma lei non dovrebbe essere divisa in due o tre, dovrebbe essere spazzata via, messa in condizione di non fare danni spaventosi, come ha fatto, sta facendo e farà, se non sarà fermata.
Nasce nel 1901 a East St. Louis, nell’Illinois, come produttrice di saccarina. Nella grande crisi del ’29 mentre milioni di americani senza lavoro non riescono a mangiare, lei si mangia una ditta che ha giusto messo a punto un nuovo composto, i policlorobifenili, detti PBC. Sono inerti, resistenti al calore, utili all’industria elettrica allora in grande espansione e come liquidi di refrigeranti nei trasformatori.
La Monsanto fa i soldi, ma già negli anni Trenta viene fuori che il PCB è un composto chimico tossico, ma l’elettrico è troppo importante, e la Monsanto va avanti pressoché indisturbata.
Negli anni Quaranta si occupa di diossine e comincia a fabbricare l’erbicida noto come 245T, il nome gli deriva dal numero di atomi di cloro del famigerato composto. Così efficace che già negli anni Sessanta le grandi praterie americane, così infestate, diventano «silenti» ed uscirà un libro famosissimo a denunciare «the silent spring», la primavera silenziosa, senza uccelli, che darà il via alle prime campagne ecologiche americane.
L’erbicida è così potente che l’esercito americano lo usa come defoliante nella sua guerra in Vietnam, dove concepisce l’idea demenziale che distruggendo tutte le foglie degli alberi del Nord e Centro Vietnam riuscirà a scovare i Vietcong. Che invece arriveranno fino a Saigon, e faranno scappare l’ambasciatore americano dal tetto dell’ambasciata, con la bandiera a stelle e strisce arrotolata, sotto il braccio, mentre si alza su un elicottero che lo riporterà via, per sempre. Ma questa è un’altra storia.
La Monsanto, durante tutta quella sciagurata guerra, la prima che gli Americani perdono nella loro storia, ha venduto all’esercito il tristemente famoso «agent orange», un misto di 245T della Monsanto e del 24D della sua rivale Dow Chemical, sua alleata per la patriottica distruzione delle foreste del Vietnam. Scienziati ed opinione pubblica, oltre alle diserzioni in massa dei giovani americani fanno sospendere, nel 1971, lo spargimento dell’agent orange, di cui si conoscono gli effetti delle diossine sull’ambiente.
Ed è cancerogeno, ha provocato danni immunitari e alla riproduzione che non hanno finito di fare male ai vietnamiti. Come si vede, la Monsanto viene da lontano davvero. Ma questo è ancora poco. Negli anni Ottanta scopre il glifosato, sostanza base per molti erbicidi, e soprattutto del tristemente famoso Roundup. Il Roundup è un pesticida potente, e conveniente, che dà alla Monsanto profitti del 20% annui, proiettandola ai vertici. Però ha un difetto: fa male agli umani. I disordini provocati dal glifosato sono noti e documentati, ma le lobbies pro-pesticidi sono ormai potentissime, inarrestabili. Il solo piccolo neo di questi tempi, mentre leggete, gli scade la patente del Roundup, insomma, la fine della pacchia. Ma ormai la Monsanto, da grande multinazionale qual è, sa guardare lontano. Nel 1997 scorpora chimica e fibre sintetiche e le mette in una società di nome Solutia e spende miliardi (di dollari) che le vengono dai profitti del Roundup nel campo biotech, che, insieme a quello del software, sta diventando il darling di Wall Street. Capisce alla svelta che quello sono le due grandi strade del futuro: informatica e biotecnologie. La Monsanto viene fuori con la grande pensata.
La grande pensata è questa: fabbrichiamo una specie di semente resistente al glifosato, così possiamo vendere le sementi super-resistenti, che si chiameranno Roundup ready, insieme al Roundup stesso. Così possiamo continuare a prendere due piccioni con una fava: vendere le sementi, e ancor più pesticida Roundup, un pacchetto doppio che abbiamo solo noi. Così, dal 1997 la Monsanto comincia a vendere soia, mais e colza transgenici, cioè con un gene che, dice lei, li fa resistenti al Roundup. Ci prova anche con il cotone, ma gli va male. Però soia, mais e colza vanno bene, e arriveranno, per vie traverse e spesso complicate, sulle tavole di tutto il mondo, ormai abituate a prodotti con dentro di tutto.
Basta che siano colorati, pubblicizzati e venduti nei supermercati come prodotti nuovi, con i nomi degli ingredienti così piccoli che non si leggono.
E non è finita. Nel 1998 una delle nuove aziende Biotech, la Delta e Pine Land, si è inventata e brevettata una tecnica di nome «sistema di protezione della tecnologia» che è una modifica genetica alla pianta, a molte piante, che le fa sterili. Possono sterilizzare una pianta, e quindi, se ti costringono a usare i loro semi, te li possono rivendere anno dopo anno.
Il brevetto lo chiamano Terminator. La Monsanto, dopo due mesi dal brevetto, si compra la Delta & Pine Land, con l’evidente scopo di vendere le sementi transgeniche, che vengono chiamate «suicide» ai mercati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ma la verità alla fine viene fuori. Un giornale tra i pochissimi, The Ecologist, inglese, fa un numero speciale sul transgenico, e fa i nomi della gente delle lobbies che hanno fatto passare le leggi sui brevetti. Sono spesso quelli che poco prima erano nel biotech: era così e lo è ancora nel farmaceutico come negli armamenti, la chiamano la «revolving door». Entrano nelle multinazionali e escono dalle lobbies o dalle burocrazie ministeriali che decidono, e viceversa, da sempre. La Monsanto e quelli del biotech premono sulla distribuzione del giornale, e lo fanno saltare. Ma alla fine esce, in inglese, in francese e in spagnolo e com’è come non è, in pochi mesi l’Europa si allerta ai transgenici, e al Terminator, suo aspetto più orrificante, e non vuole ne soia ne altro di quel genere.
La Monsanto si fonde con Pharmacia Upjohn, che fa un marchio separato per il transgenico agricolo, che vogliono spacciare, anche in Italia, nel nome della fame del mondo, e dei prodotti che contengono vitamina e antibiotici.
Con la connivenza, ovviamente, dei giornali e TV, insomma del mediatico tutto. Se poi ci chiediamo cosa c’era di così terribile nel numero di The Economist, la risposta è: tutto. Dalla storia che ormai ha fatto il giro del mondo, denunciata in prima battuta da «Pure food» gruppo di ONG che hanno tirato fuori la sempreverde combine della revolving door, della porta girevole che funziona da sempre per le industrie belliche, i ricercatori e gli uomini chiave passano dall’industria alle organizzazioni statali che queste controllano.
Cioè controllori e controllati sono sempre le stesse persone, che da quella porta girevole passano, ogni due o tre anni. Nel nostro caso, è una ricercatrice della Monsanto, chiamata dalla FDA a controllare le sue stesse ricerche. Lo stesso per una certa Ann Foster, passata da direttrice dello Scottish Consumer Council alla Monsanto, ed ancora membro di diverse commissioni di consulenza britanniche, tra cui quella degli aspetti medici degli alimenti. Nel gennaio 1997 la procura di New York ha costretto la Monsanto a ritirare annunci pubblicitari che sostenevano che il suo diserbante, l’ormai famigerato Roundup, è biodegradabile e non nuoce all’ambiente, perché menzogneri. Secondo la facoltà di Igiene della Università di California, il glifosato occupa il terzo posto nelle cause di malattie legate ai pesticidi contratte dai lavoratori. Ma la Monsanto, come le grandi multinazionali, può tranquillamente perdere una battaglia, dieci battaglie, perché alla fine vince, grazie ai suoi avvocati, e alle lobbies, le guerre. Anzi è così forte che riesce ad imporre quel che vuole agli organismi mondiali come il WTO.
Progresso che passerebbe per la vittoria totale dei commerci senza barriere. Ma i ricchi non comprano il cibo dei poveri, per cominciare, così, noi europei tutti, dobbiamo accettare le importazioni di carne e latte che provengono dagli USA, da bestiame trattato con Posilac, l’ormone prodotto dalla Monsanto, che fa crescere gli animali, e i profitti, con i risultati che sappiamo. E sulle carni ormonate, della Monsanto, la guerra tra USA, che li ormoni ce li mettono, e l’Europa, che non ci sta, è diventata una guerra commerciale a tutti gli effetti.
Dal 1997 la Monsanto si è scissa in due. La cosiddetta MS si dedica esclusivamente alle biotecnologie e alla produzione di cibo, per gli animali e per gli uomini, entrambi geneticamente modificati, oltre alla fabbricazione di diserbanti e fertilizzanti.
FONTE: AAVV (2000), Transgenico NO, Malatempora
La Chiquita è praticamente coinvolta in tutto. Intrighi internazionali, scioperi repressi nel sangue, corruzione, scandali e colpi di stato. Utilizza massicce quantità di pesticidi, erbicidi e insetticidi. Approfitta della sua posizione di potere per imporre prezzi molto bassi delle aziende agricole da cui si rifornisce. Nel 1994 il sindacato SITRAP ha denunciato l’esistenza di squadre armate all’interno delle piantagioni in Centro America e in Ecuador. I lavoratori sono sottopagati, senza alcuna assistenza medica. Le attività sindacali sono represse talvolta con la forza.
La multinazionale Chiquita Brands ha dovuto pagare al governo degli U.S.A. una somma di 25 milioni di dollari, poiché aveva finanziato in Colombia gruppi paramilitari, che dal Dipartimento di Stato U.S.A. sono considerati, dal 10 settembre 2001, come gruppi terroristi. Il contenzioso tra il governo U.S.A. e la Chiquita Brands, risolto con il ricorso al Giudice Federale della Corte del Distretto di Washington, Royce Lambret, si è concluso nel seguente modo: la Chiquita Brands ha riconosciuto che i suoi principali quadri direttivi in U.S.A. hanno dato ai paramilitari colombiani, tra il 1997 ed il 2004, attraverso la sua filiale Banadex circa 1.7 milioni di dollari in cambio della loro protezione ai vari processi riguardanti l’affare delle banane, la qual cosa includeva, certamente, di colpire tutto ciò che fosse una minaccia a questa attività. Durante questo periodo gli omicidi e lo sfollamento in Urabá furono costanti.
La stessa multinazionale riconosce che le menzionate risorse sono state ricevute dai paramilitari in quote, 100 complessivamente, e inizialmente sono state riscosse dalla Convivir Papagayo, uno dei tanti iniziali strumenti criminali che il Presidente Uribe ha lasciato installati durante il suo nefasto passaggio per il governatorato di Antioquia, la quale nel 2003 avrebbe cambiato la sua facciata e da allora si sarebbe chiamata Servizio Speciale di Vigilanza e Sicurezza Privata. Si sa che il rinnovo della licenza di questa copertura del paramilitarismo è in corso presso la Sovrintendenza per la Vigilanza e la Sicurezza Privata, organismo del resto per niente pulito in questo tipo di intrighi. Non c’è dubbio che con questi soldi i paramilitari di Carlos Castaño ed i militari della XVII Brigata dell’esercito imposero un regime di terrore nella zona dell’Urabá e contemporaneamente nel Dipartimento del Magdalena, zone per eccellenza di coltivazione di banane, fatto che poi si è esteso ad altre zone del paese.
Dentro a questa perversa logica, che solo Uribe e suoi capiscono, la Chiquita Brands si impegna a pagare i primi cinque milioni di dollari una volta emessa la sentenza e altri quattro pagamenti con gli interessi fino a completare i 25 milioni che comporta la multa per aver sostenuto i gruppi paramilitari. Tra gli impegni di questa multinazionale, inoltre, c’è quello di accettare un programma di etica imprenditoriale e di contrubuire al chiarimento di tutti i fatti associati al finanziamento dei paramilitari, compreso quello della consegna dei 3400 mitra AK che questi gruppi ricevettero con le rispettive munizioni e che, nel novembre 2001, furono introdotti nel paese con la nave Otterloo del sua filiale Banadex, e alla cui operazione parteciparono, si pensa, paesi come il Nicaragua, Panamà e la stessa Colombia. Dove erano le autorità colombiane quando succedeva questo? In cambio, il Dipartimento di Giustizia degli U.S.A. dà per buon l’accordo e dichiara che non avvierà alcuna azione di tipo penale contro la Chiquita Brands, oltre che dare l’accordo per passato in giudizio.
Questa sanzione economica alla Chiquita Brands, che non smette di essere una caricatura ed una orribile ed inammissibile complicità con il suo criminale e terribile modo di agire, ciò che gli U.S.A. dicono di combattere nel nome della libertà, dei diritti umani, della democrazia e di tutti i valori intangibili che rappresentano l’occidente, il vertice della sua società, fa ribollire, infiammare la coscienza e reclamare allo Stato colombiano, al suo governo, alla sua elite criminale ed a tutta la società, senza alcun dubbio, un momento di dignità, un basta al servilismo di fronte a un così grande obbrobrio tutto in una volta.
FONTE: Hugo Paternina Espinosa, Rebelion
Fondata in Svizzera nel 1860, la Nestlé è la maggiore multinazionale agroalimentare del pianeta, leader nel settore del latte in polvere (nel 2002 controllava il 35-50% del mercato mondiale), dell’acqua (in Italia nel 2000 controllava il 30% del mercato) e del caffé.
Sul suo sito Nestlé dichiara di non commercializzare prodotti OGM in Italia, tuttavia nel 1996 ha respinto la richiesta di tenere separata la soia OGM da quella non manipolata e inoltre fa parte di EuropaBio, il consorzio delle industrie europee per l’affermazione del biotech.
Nel maggio del 2000 Lega Ambiente ha denunciato la presenza di proteine isolate di soia OGM nel latte in polvere per l’infanzia “Alsoy”. Il dato è stato riconfermato da “Il Salvagente” a fine 2002. Una ricerca condotta da Interagency Group on Breastfeeding Monitoring ha provato che Gerber, Mead Johnson, Nestlé, Nutricia e Wyeth hanno trasgredito sotto vari aspetti il Codice dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul latte in polvere, varato nel 1981 a tutela della salute dei bambini.
Nestlé è accusata di aver promosso la vendita dei suoi prodotti con campagne aggressive e irresponsabili, entrando negli ospedali, con uno stuolo di rappresentanti, per convincere i medici all’uso del latte artificiale e per distribuire campioni gratuiti anche alle madri, future possibili acquirenti.
In alcuni paesi, come il Pakistan, le ingerenze della Nestlé si sono spinte alla sfera politica.
La diffusione di false notizie sulla superiore composizione del latte in polvere e le complicità di medici e politici corrotti, hanno condotto ad una drastica riduzione dell’allattamento materno (in Cile dal 1950 al 1970 i neonati allattati al seno sono passati dal 95% al 20%).
Nel Terzo Mondo la principale conseguenza della diffusione di massa dell’allattamento artificiale è la morte di circa 1.500.000 di bambini ogni anno. Su questo tragico bilancio pesano in primo luogo la povertà, che non permette ai genitori di assicurare ai figli le dosi di latte in polvere minime necessarie (l’allattamento artificiale di un bimbo di 6 mesi in Nigeria richiedere oltre il 47% dello stipendio minimo di un operaio) e in secondo luogo la mancanza di igiene (acqua malsana e impossibilità di sterilizzare biberon e tettarelle).
In Italia nel Marzo 2000 Nestlé è stata condannata dall’Antitrust per essersi accordata con Milupa, Nutricia, Heinz, Abbott e Humana al fine di distribuire il latte artificiale per la prima infanzia solo in farmacia (a prezzi 2 o 3 volte superiori rispetto alle altre capitali europee) e per essersi spartita le forniture gratuite agli ospedali.
Nel dicembre del 2002 ha destato scalpore la richiesta Nestlé di 6 milioni di dollari all’Etiopia a titolo di indennizzo per la nazionalizzazione di uno stabilimento del suo gruppo, ma non tutti sanno che nello stesso anno Nestlé ha tentato di barattare un aiuto di latte in polvere gratuito al Terzo Mondo, per combattere la trasmissione dell’HIV tramite allattamento (ogni anno circa 1,7 milioni di bimbi sono contagiati per questa via) con la riabilitazione da parte dell’OMS dell’immagine stessa del latte in polvere.
Sul piano dei diritti dei lavoratori, va segnalata la gravissima situazione della Colombia, dove i sindacalisti del SINALTRAINAL e gli operai sindacalizzati sono sottoposti a continui abusi (telecamere e altre misure di stretto controllo interne alla fabbrica, licenziamenti immediati, ecc.) e ad aggressioni (sequestri, sparizioni forzate e attentati) di cui 8 mortali tra il 1986 e il 2002.
Sempre in Colombia nel novembre 2002 il Dipartimento Amministrativo di Sicurezza ha smascherato il tentativo della Nestlé di mettere sul mercato tonnellate di latte in polvere scadute provenienti dall’Uruguay. In questo paese la politica di importazione del latte operata da Nestlé, Danone e Parmalat, ha danneggiato l’economia nazionale causando la sovrapproduzione di latte fresco (impoverimento dei piccoli produttori, perdita di posti di lavoro nell’indotto, ecc.).
Analogamente, incurante della crisi attraversata dai produttori colombiani di caffé (nel 2001 la raccolta del caffé si è ridotta del 40%), Nestlé importa sacchi di caffé dal Perù.
Nel 2001 Jennifer Zeng, una signora cinese, ora rifugiata in Australia, ha riconosciuto nei peluches di coniglio distribuiti insieme a Nesquik gli stessi peluches fabbricati da lei e da altri suoi colleghi in Cina presso un campo di internamento per dissidenti, dove si praticavano lavoro forzato e tortura.
Nel 1989 i lavoratori di una fabbrica di cioccolato a Cacapava, Brasile, fecero sciopero: essi si lamentavano delle misere condizioni di lavoro, compresa la discriminazione verso le donne, la mancanza di indumenti protettivi e le inadeguate condizioni di sicurezza. Entro due mesi dall’inizio dello sciopero la compagnia aveva licenziato 40 dei suoi operai, compresa la maggior parte degli organizzatori dello sciopero.
Recenti mosse della Nestlè nel campo del latte in polvere per neonati comprendono un’ulteriore violazione del Codice dell’OMS, cioè la pubblicità del suo nuovo latte ipo-allergenico, Good Start.
Negli USA si è saputo che alcuni neonati hanno sofferto di shock anafilattici, con pericolo per le loro vite, dopo essere stati nutriti con questo prodotto.
FONTE: Transnationale.org
L’azienda McDonald’s a livello mondiale è contestata per l’impatto ecologico ed economico indotto dai metodi di coltivazione ed allevamento necessari ai propri approvvigionamenti, nonché per le qualità dietetiche dei cibi proposti, sovente ritenuti troppo ricchi di grassi. Sono sorti numerosi gruppi ed associazioni di protesta che hanno organizzato boicottaggi. In qualche caso le proteste sono sfociate nella violenza, determinando attacchi e danneggiamenti dolosi ai franchising. Particolare rilievo mediatico hanno avuto in questo contesto le azioni di ATTAC in Francia, guidate dal suo cofondatore e leader dei sindacati degli agricoltori José Bové il quale, per aver letteralmente smontato (assieme ad altri dimostranti) un ristorante (prefabbricato) McDonald’s nel 1999, è finito in carcere.
Nel 2004 venne prodotto “Super Size Me”, un film-documentario diretto ed interpretato da Morgan Spurlock, un filmaker statunitense indipendente.
La pellicola segue un esperimento portato avanti dal regista: per un mese (30 giorni) ha mangiato solamente cibo della nota catena mondiale di fast food McDonald’s, tre volte al giorno, ogni giorno, interrompendo contemporaneamente ogni attività fisica, e documentando tutti i cambiamenti fisici e psicologici avvenuti. Oltre a questo, Spurlock esplora l’enorme potere della catena sull’industria dei fast food e come questa incoraggi un’alimentazione povera per massimizzare il proprio profitto.
Il tutto prende le mosse da un episodio di cronaca del 2002: due ragazze statunitensi citarono in giudizio la catena di fast-food McDonald’s dichiarando “se siamo obese è colpa sua”. La difesa della corporation puntò sul fatto che non c’erano prove che un’alimentazione basata esclusivamente o principalmente sui fast-food avesse effetti simili. Per contrastare quest’osservazione e questo vuoto, Spurlock, scrittore e produttore fino ad allora noto soprattutto nel circuito televisivo, decise di diventare una cavia di un folle esperimento: un mese di solo cibo McDonald’s, il tutto davanti ad una telecamera 24 ore al giorno.
Spurlock, 33 anni, era in salute e magro, 188 centimetri di altezza per 84 kg di peso, prima dell’esperimento. Dopo 30 giorni ha guadagnato 11 kg ed ha incrementato la sua massa corporea del 13%. Ha anche provato improvvisi e repentini cambi di umore, disfunzioni sessuali, e danni irreversibili al fegato, che lo hanno portato in condizioni gravi alla fine dell’esperimento.
Ha ricevuto la nomination come “miglior documentario” per gli Oscar 2005.
La Coca-Cola prima, e la Coca-Cola Company poi, sono state oggetto nel tempo di molte critiche di vario genere. Le principali hanno per oggetto:
- danni alla salute;
- il mancato rispetto di norme igieniche nel suo confezionamento;
- l’uso, da parte dell’azienda, di gravi pratiche sleali per mantenere una posizione pressoché monopolistica sul mercato, che comprenderebbero anche ripetute violazioni dei diritti umani;
- la produzione della bevanda in zone dove scarseggia l’acqua (per esempio in Africa).
In particolare, la Coca-Cola è stata accusata di provocare danni alla salute, anche perché, fra i suoi ingredienti, figurano la caffeina ed elevate quantità di zucchero. A causa delle forti dosi di caffeina e di zuccheri semplici (soprattutto caramello), è una bevanda eccitante e molto calorica. L’azienda si difende affermando che la quantità di zuccheri semplici che contiene il suo prodotto è paragonabile a quella di succhi di frutta o altre bevande estive.
Nella versione senza zucchero, al suo posto viene usato come dolcificante l’aspartame, sostanza che, secondo certi studi, sarebbe potenzialmente tossica o cancerogena.
Inoltre, la miscela di acido fosforico e aspartame è da vari esperti ritenuta fonte di effetti dannosi sul sistema nervoso. Va aggiunto che la Coca-Cola contiene acido fosforico in una concentrazione di 325 mg/litro, che secondo alcuni le conferisce caratteristica di corrosività, avendo un valore di pH (circa 2,4) compreso tra quello dell’acido gastrico (pH = 1,5) e quello dell’aceto (pH = 3,0). Infine, va menzionato il sospetto che la bevanda possa creare effetti di dipendenza, dubbio che del resto la Coca-Cola Company stessa non ha mai contribuito a sciogliere, avendo sempre mantenuto lo stretto riserbo sull’elenco degli ingredienti appellandosi al diritto di protezione del segreto industriale, anche se le richieste pervenutele non hanno riguardato i processi industriali e la composizione percentuale.
Di recente, nel Regno Unito, la Coca-Cola è stata oggetto di denuncia per il supposto contributo all’assunzione di cattive abitudini alimentari nei bambini.
Nel maggio 2006 lo stato della California ha accusato la Coca Cola di aver importato dal Messico e distribuito per almeno 4 anni bottiglie con alto contenuto di piombo nella vernice delle etichette. L’azienda ha respinto le accuse a differenza della Pepsi che ad un’accusa analoga, risalente ad alcune settimane prima, preferì pagare una multa da 2,25 milioni di dollari e ritirare dal mercato le confezioni sospettate.
La Coca-Cola Company è stata altresì accusata di non osservare standard produttivi adeguati alla salvaguardia della salute dei consumatori e dei lavoratori. In particolar modo in India la corporation ha subito numerosi boicottaggi e proteste a causa della condizione degli stabilimenti locali, ritenuta scarsamente igienica, ed alla presunta inosservanza della tutela dell’ambiente.
Nel 2003, in Colombia, il sindacato SINALTRAINAL (il sindacato dei lavoratori delle industrie alimentari) depositò presso il Tribunale di Atlanta la richiesta per l’incriminazione ufficiale della Coca Cola e della Panamco, l’azienda di imbottigliamento della bevanda, accusate di crimini di lesa umanità in quanto mandanti delle azioni repressive (decine di morti e di sindacalisti rapiti e torturati) svolte da gruppi paramilitari mercenari nei confronti del sindacato e dei lavoratori. Sempre nel 2003 la Corte Federale di Atlanta decise l’ammissibilità del procedimento penale per la violazione dei diritti umani, commessi da forze paramilitari a nome delle imprese imbottigliatrici della Coca Cola colombiana, (Panamerican Beverages Inc.).
Nel gennaio del 2004, la “New York City Fact-Finding Delegation on Coca-Cola in Colombia” provò quanto asserito dai lavoratori.
Nel luglio del 2004, la United Steelworkers of America e l’International Labor Rights Fund portarono innanzi alla Corte degli Stati Uniti una causa contro la Coca-Cola e taluni imbottigliatori colombiani per aver “assunto, o comunque diretto forze di sicurezza di tipo paramilitare”. La compagnia, ancora una volta, negò.
Il 3 agosto 2006, come denunciò Luis Javier Correa Suarez, presidente del SinalTrainal, alcuni uomini in uniforme, identificatisi come membri della Polizia Giudiziaria (SIJIN) entrarono nella sede sindacale di Bogotà, eseguendo una perquisizione motivata dalla necessità di “garantire l’ordine pubblico” in vista alla imminente presa dei poteri ufficiale del Presidente Vélez.
In India, nel 1970, la Coca-Cola fu bandita poiché si rifiutava di rendere pubblica la lista degli ingredienti della propria bevanda. La messa al bando proseguì fino al 1993. Successivamente, in seguito ad uno studio condotto dal Center for Science and the Environment (CSE) (laboratorio scientifico independente a Nuova Delhi), che rivelò la presenza in Coca-Cola e Pepsi di residui di pericolosi pesticidi in concentrazioni fino a trenta volte maggiori dei limiti stabiliti dalle norme indiane ed europee, il 7 dicembre 2004, la Suprema Corte dell’India impose alle multinazionali l’obbligo di apporre su tutte le confezioni un’etichetta recante l’attestazione di pericolo per i consumatori.
L’imbottigliamento, poi, parrebbe essere avvenuto in condizioni di igiene non ottimali, come il ritrovamento di una lucertola morta all’interno di una bottiglia ancora non stappata. Forme di impoverimento della riserva d’acqua locale a causa del predatorio utilizzo di questa da parte della Coca-Cola Company hanno inoltre messo in serio pericolo intere comunità del paese asiatico: gli stabilimenti della Coca-Cola di Kerala sono stati indicati come responsabili di un drastico declino, sia della quantità che della qualità, dell’acqua disponibile, prelevando 1,5 milioni di litri d’acqua al giorno.
Di fronte alle proteste degli abitanti dei villaggi per un’improvvisa scarsità quantitativa e qualitativa dell’acqua (numerose analisi ne evidenziarono l’inquinamento e la non potabilità), nel 2003, la High Court di Kerala stabilì che la Coca-Cola venisse assimilata, dal punto di vista del limite prelievo idrico, ad una proprietà terriera di 34 acri (140.000 m²), e che pertanto il suo consumo d’acqua non dovesse superare il limite previsto per tale fascia. La Coca-Cola si appellò rimettendo in discussione la decisione.
Nel corso degli anni ottanta, anche il Guatemala fu teatro della misteriosa uccisione di impiegati della Coca-Cola iscritti ai sindacati. Forze mercenarie paramilitari occuparono con la violenza una delle fabbriche e dopo varie pressioni da parte di numerose organizzazioni internazionali, il conflitto giunse al termine quando la Coca-Cola Company nominò gestore una nuova ditta, che portò avanti la linea dell’accordo con i sindacati.
Sebbene meno pubblicizzati, altri attriti tra le associazioni sindacali e la Coca-Cola Company sono avvenuti in altre parti del mondo, come ad esempio nelle Filippine, nello Zimbabwe, e perfino negli Stati Uniti. Nel 2002, anche un azionista della Coca-Cola Company, la Christian Brothers, presentò agli altri azionisti una risoluzione che invitava la Coca-Cola ad adottare un codice etico di condotta che regolasse le attività di assunzione e produttive. La risoluzione venne però respinta, nonostante il pressoché unanime appoggio delle associazioni sindacali di tutti i Paesi appena menzionati.
Secondo la “Guida al consumo critico”, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Editrice Missionaria Italiana, il gruppo fa parte delle aziende che finanziano i partiti USA, investendo a tal fine un milione di dollari nel 2002, destinati per il 36% al partito democratico e per il restante 64% al partito repubblicano.
Del totale di acqua del pianeta, solo il 2,8 % è acqua dolce. La maggioranza si trova nei poli e nei ghiacciai e resta solo lo 0,02% di acqua superficiale e lo 0,37 % di acque sotterranee il cui accesso richiede tecnolgie di estrazione ogni volta più profonde.
Sicuramente il problema dell’acqua dolce non è la sua insufficienza per la popolazione mondiale, così come ugualmente non è insufficiente la produzioni di alimenti, quanto risulti ingiusto l’accesso e la distribuzione, il rapido aumento della contaminazione e il suo spreco. Il 70% dell’acqua dolce disponibile globalmente è utilizzato per l’agricoltura industriale e il 15% in altre industrie, che a loro volta sono responsabili della maggiore e peggiore contaminazione dovuta alla filtrazione di sostanze tossiche, la salinazione dell’acqua e la contaminazione industriale.
Di fronte alle molteplici crisi dell’acqua (accesso, distribuzione, degradazione, spreco) generata da questi attori, ma di cui soffrono principalmente i più poveri, la soluzione magica che avanzano i creatori delle politiche del capitale multinazionale, come la Banca Mondiale, è la privatizzazione. La maggioranza delle fonti e la distribuzione dell’acqua in tutto il mondo sono pubbliche , ma soggette a contratti di concessione per la estrazione, distribuzione, purificazione, e l’imbottigliatura mentre ci si sta adoperando per la loro privatizzazione di fatto. In Messico, per esempio, le principali multinazionali dell’acqua (Suez, Vivendi, RWE) hanno una importante presenza in 20 stati, completamente fuori dal controllo pubblico, come anche in Bolivia.
Così come avviene in altri importanti settori, come l’energia, l’agricoltura e la salute, c’e’ un pericoloso cocktail di fattori che si completano: al controllo del mercato si somma il controllo dei brevetti e le tecnologie chiavi.
Due imprese, Vivendi e Suez possiedono il 70% del mercato mondiale dell’acqua che è controllato da 10 multinazionali. La maggioranza sono imprese multiple che includono l’estrazione, la costruzione di reti di distribuzione e altri aspetti connessi, come le già nominate Suez, RWE e Bechtel fino ad arrivare alle multinazionali alimentari e di bevande come la Nestlè, la Coca-cola, la Pepsi, la Danone, l’ Unilever secondo Tony Clarke e Maude Barlow nell’ “Oro azzurro”.
La nanotecnologia (manipolazione della materia vivente o inerte in scala manometrica, sia di atomi che di molecole) emerge come una tecnologia innovativa in aspetti chiave come la purificazione e la desalinizzazione dell’acqua
Mark Modzelewski, direttore della Lux Research, analista dell’ industria nanotecnologica, ha informato il 22 marzo del 2005 che le principali falde acquifere soffrono di un processo di salinizzazione crescente dovuta all’agricoltura, mentre ci si aspetta che la domanda di acqua dolce cresca del 70 % nei prossimi 25 anni. Di fronte alla salinizzazione e ai problemi di contaminazione industriale e fecale, Modzelewski considera che solamente la nanotecnología possa affrontare questi problemi simultaneamente.
Per esempio la KX, industria del Connecticut, ha sviluppato dei filtri basati su membrane nanotecnologiche antivirali e antibatteriche. Il principio base è che i pori delle membrane sono tanto minuscole che possono filtrare sino agli organismi più piccoli. A questo si aggiunge il tipo di materiale utilizzato. L’azienda Argonide di Standford produce nanofibre in alluminio la cui carica positiva attrae i microbi caricati negativamente. Altre costruzioni includono materiali fotocatalitici che assoggettano l’acqua filtrata a raggi ultravioletti, potenzialmente distruggendo i solventi industriali e i germi patogeni.
Zvi Yaniv, presidente dell’ Applied Nanotechnology ad Austin, Texas, afferma che si possono creare nuovi materiali con polimeri che si autoassemblano in membrane. La sua compagnia lavora con un socio giapponese per produrre colonne nanometriche di ossido di titanio che funzionano come potenti fotocatalizzatori. Un’altra tecnologia della sua azienda si basa su sensori, costituiti da nanotubi di carbonio ricoperti di enzimi che reagiscono di fronte alla presenza di contaminanti. E’ l’affermazione della nanobiotecnologia.
Modzelewski afferma che sia la Vivendi e la Suez, come la General Electric, il maggior produttore di apparecchiature idrauliche, stanno utilizzando nanotecnologie, sviluppando brevetti su di essi. Si stima che sia solo questione di tempo perché queste megaimprese comprino le più piccole e controllino non solo il mercato ma anche le licenze e le tecnologie chiavi.
Oltre al controllo corporativo, congiunto con la nanotecnologia vi sono nuovi rischi ambientali e per la salute , cosi come questioni di bioetica in relazione alla creazione di organismi ibridi con la nanobiotecnologia. Fino ad ora ci sono pochi studi al riguardo in cui però alcuni scienziati ipotizzano che l’ossido di titanio usato nei nanotubi di carbonio possa avere effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente, metre l’ipotesi è di usarlo nelle reti di distribuzione che portano l’ acqua a milioni di persone. Paradossalmente l’industria presenta queste innovazioni come suppostamente positive e che, secondo loro, daranno benefici ai poveri, per giustificare socialmente l’uso di queste nuove tecnologie. Solo che potrebbero determinare nuovi problemi, addirittura più gravi per la vita del pianeta.
FONTE: Silvia Ribeiro, Alai-amlatina
Il mercato mondiale delle banane rappresenta uno dei casi più eclatanti di un’eccezionale concentrazione nelle mani delle imprese multinazionali: due sole imprese, la United Fruit Company e la Standard Fruit, a partire dagli anni venti e fino a tutti gli anni sessanta, hanno dominato indisturbate il mercato internazionale; solo nel decennio successivo si è aggiunta anche la Del Monte (vedi figura).
| Paesi Importatori | Volume di Scambi Mondiali (%) | Quota di Mercato di 3 IM* |
| USA | 33 | 75 |
| UE (a 12) | 29 | 44 |
| Giappone | 8 | 65 |
| Parziale | 70 | 61 |
La concentrazione nel mercato delle banane (* Si riferisce a: Chiquita International, Dole Food e Del Monte) (Rastoin, 1995).
Già nei primi anni del novecento le due multinazionali erano presenti in numerosi paesi dell’America latina, dove possedevano fin d’allora estese piantagioni. Le imprese hanno acquisito nel giro di pochi anni la terra nelle zone migliori sotto il profilo agronomico, attraverso concessioni rilasciate dai governi dei paesi ospiti che prevedevano che esse effettuassero anche miglioramenti infrastrutturali nelle zone acquisite; di conseguenza, oltre a controllare le piantagioni, le due multinazionali hanno fin dall’inizio costruito e gestito tutti i servizi connessi, come i sistemi di trasporto, di condizionamento di stoccaggio del prodotto e le strutture di esportazione. Già negli anni venti le due imprese avevano assunto dimensioni di rilievo ed intrapreso processi di diversificazione in altre produzioni tropicali, come il cacao, lo zucchero e il caffè.
A partire dagli anni quaranta la United Fruit ha avviato una consistente campagna pubblicitaria per lanciare la banana Chiquita, resa riconoscibile al consumatore attraverso l’etichettatura; questa ha rappresentato a tutti gli effetti la prima esperienza di differenziazione del prodotto banana.
Al controllo indiscusso del mercato da parte delle due multinazionali hanno tentato di porre un freno negli anni trenta gli agricoltori locali che hanno formato in Giamaica, Ecuador e Colombia dei gruppi di produttori indipendenti, con l’obiettivo di creare un canale di commercializzazione alternativo. I governi dei paesi ospiti invece, hanno iniziato ad imporre vincoli e regolamentazioni di varia natura alle imprese estere che producevano ed esportavano banane solo a partire dagli anni cinquanta: l’Ecuador, che a seguito di una rapida espansione delle superfici a banana era diventato uno dei primi produttori mondiali, ha introdotto delle restrizioni sulla proprietà della terra tali da impedire alle multinazionali di acquistare le nuove piantagioni. Allo stesso tempo, il governo ha promosso un sistema di contratti di vendita, i cosiddetti programmi dei produttori associati, che avevano lo scopo di rafforzare il potere contrattuale dei piccoli produttori rispetto alle multinazionali.
Questo genere di iniziative, tuttavia, non ha sempre sortito gli effetti attesi: se è vero che a seguito dell’atteggiamento ostile dei governi le multinazionali hanno progressivamente ridotto gli investimenti nelle piantagioni, esse hanno però nel contempo mantenuto il controllo delle fasi successive della filiera: in tal modo, le due imprese statunitensi hanno da un lato, trasferito sui produttori locali i rischi dell’attività produttiva e dall’altro, conservato il potere di mercato basato sul controllo della commercializzazione. Le misure attuate per contenere il potere delle multinazionali hanno finito quindi in parte per favorirle, al punto che le stesse multinazionali sono diventate sostenitrici della diffusione dei rapporti contrattuali allorquando investire nei paesi dell’America latina, sempre più caratterizzati da incertezza e instabilità politica, era divenuto più rischioso.
Negli stessi anni, anche nel paese di origine delle imprese, gli USA, si sono avuti i primi segnali di una crescente insofferenza verso il potere delle multinazionali nel mercato delle banane. Negli anni cinquanta la United Fruit è stata condannata per aver violato la legge anti-trust, in quanto accusata di aver ristretto la concorrenza nel commercio interno ed internazionale delle banane; ma neanche l’azione giudiziaria statunitense è riuscita a ridimensionare il potere di mercato della multinazionale.
Alla fine degli anni sessanta la Del Monte, con una rapida successione di acquisizioni, si è imposta come un’agguerrita rivale delle due multinazionali, infrangendo i vecchi equilibri a carattere duopolistico.
Il contrasto tra gli interessi dei paesi esportatori di banane e le imprese internazionali si è acuito nei primi anni settanta quando tre paesi, Panama, Honduras e Costa Rica, hanno dichiarato di volere imporre una tassa all’esportazione sulle banane, scatenando un conflitto noto come la “guerra del banano”; dopo lunghe negoziazioni, la trattativa si è conclusa con l’imposizione di una tassa inferiore a quella proposta dai governi.
Ad oggi, le tre multinazionali detengono un potere economico di tutto rilievo tale da riuscire a condizionare pesantemente anche le politiche dei governi. Esse infatti sono state protagoniste negli anni novanta di uno dei più acerbi conflitti commerciali scoppiati tra l’UE e gli USA, che è sfociato nell’apertura di un contenzioso formale in seno al WTO.
FONTE: SCOPPOLA M. (2000), Le multinazionali agroalimentari: i mercati e le politiche, Carocci, Roma

Marchionne: “Produrremo auto in Serbia. In Italia i sindacati sono poco seri”.
Quelli serbi sono noti, infatti, per la loro serietà.

Il dopo Guerra fredda evolve all’insegna di gravissime problematiche di stabilità politica globale, che tutt’oggi minacciano costantemente la pace mondiale e la convivenza civile. Solo per citarne le principali: terrorismo internazionale, corsa agli armamenti nucleari, traffico illegale d’armi e droga.
Con gli attentati dell’11 settembre 2001 agli USA, portati dal terrorismo fondamentalista islamico, la tensione internazionale è tornata ai livelli di guardia e tocca da vicino la vita dei popoli che si sentono minacciati dall’oscura potenza del terrorismo, che acquisisce una dimensione globale, alimentato dall’ideologia del fondamentalismo islamico, così da divenire una rete in cui si accostano molteplici gruppi e differenti componenti.
Inoltre, lo sviluppo della capacità nucleare sembra esser diventato l’obiettivo primario dei paesi che aspirano a guadagnare un profilo globale e anche delle medie potenze intimorite dall’egemonia statunitense. La sovranità, soprattutto dopo l’11 settembre, viene sempre più associata dagli stati al possesso di un arsenale nucleare che consenta sia di limitare la propria dipendenza energetica sia di scoraggiare eventuali interferenze esterne. Archiviata la parentesi della Guerra fredda, che aveva visto importanti accordi nel settore strategico militare tra USA e URSS, gli anni ’90 sono stati caratterizzati da uno scarso rispetto delle norme giuridiche internazionali: USA, Pakistan, India, Cina, Corea del Nord, Russia e Iran hanno avviato o proseguito programmi di rivalutazione nucleare in un’ottica non più solo difensiva (Fig.1).

Figura n. 1 – Paesi con programmi nucleari: potenze nucleari dichiarate (arancione) e paesi ad elevato rischio di proliferazione nucleare (verde) (Fonte: ISPI, 2004).
All’inizio degli anni ’90 la caduta del blocco comunista e la fine della Guerra fredda diedero vita all’illusione di una duratura distensione nelle relazioni internazionali: nel decennio 1989-99, le spese militari dei paesi industrializzati diminuirono del 45% e il personale militare si ridusse, complessivamente, da 11,6 a 6,5 milioni di effettivi. Questo processo però spinse i paesi produttori di armamenti a intensificare le esportazioni verso il mondo in via di sviluppo, alimentando una concorrenza priva di scrupoli, per riuscire a mantenere il vantaggio acquisito sulle tecnologie militari di punta. Gli effetti di queste scelte politiche e commerciali non hanno contribuito a rendere il pianeta più sicuro. La proliferazione degli armamenti ha, in primo luogo, favorito lo scoppio di ostilità nel terzo mondo (negli anni ’90 si sono registrati almeno 51 conflitti armati rilevanti, soprattutto guerre civili) e, in secondo luogo, ha generato una “crisi di sicurezza” seguita agli attentati dell’11 settembre 2001 e la strategia della “guerra preventiva” hanno convinto i governi ad aumentare gli stanziamenti per la difesa. L’ammontare delle spese militari nel mondo è tornato a crescere e rasenta ormai i 1000 miliardi di dollari (2,6% del prodotto mondiale) (Fig.2), la cui metà è investita dal governo degli Stati Uniti (Fig.3).
Infatti, il venire meno della forza ordinatrice del colosso sovietico ha aperto un’ampia fascia geopolitica contrassegnata da instabilità e conflitto (si pensi, tra le tante altre, all’ex Jugoslavia, alla Palestina, al Ruanda, alla Somalia, al Sudan o alla guerra in Cecenia). Ma soprattutto si approfondisce la crisi del nazionalismo arabo, sfidato sul terreno della legittimità dal radicalismo islamico, il quale oggi rappresenta il principale fattore di destabilizzazione regionale nel decennio post-bipolare.

Figura n. 2 – Spesa mondiale per armamenti in miliardi di dollari, 1992-2007 (Fonte: CIA, 2009).

Figura n. 3 – Spesa per armamenti nel 2008 in miliardi di dollari (Fonte: CIA, 2009).
Sempre la fine della Guerra fredda ha creato condizioni socio-politiche tanto più favorevoli all’attività dei gruppi criminali: ciò a cominciare dal vuoto di potere geopolitico aperto in Eurasia dall’implosione dell’Unione Sovietica. Si calcola che da 5000 a 8000 organizzazioni criminali controllino tra il 25 e il 40% del reddito nazionale russo. Il commercio di droga è considerato il primo caso di piena internazionalizzazione dell’attività criminale nonché, conseguentemente, il primo caso di compiuta internazionalizzazione delle organizzazioni criminali che la gestiscono. Ma la produzione e lo smercio di sostanze stupefacenti non occupa l’intero quadro dell’attività criminale internazionale: ad essa vanno aggiunti il traffico d’armi, il contrabbando di sigarette, il traffico di persone, il traffico di auto rubate, la criminalità ambientale (cioè lo smaltimento illegale di rifiuti tossici), la contraffazione, la pirateria, e il riciclaggio di denaro sporco.