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Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è, insieme alla Banca Mondiale, un’organizzazione parte delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione. Nato nel 1946, si configura anche come Istituto specializzato delle Nazioni Unite, e ad oggi conta 186 stati membri.
Secondo l’Accordo Istitutivo gli scopi del FMI sono: promuovere la cooperazione monetaria internazionale; facilitare l’espansione del commercio internazionale; promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive; dare fiducia agli stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti. Ed in particolare dovrebbe regolare la convivenza economica e favorire lo sviluppo del sud del mondo. Il FMI si basa sulla convinzione che per raggiungere la stabilità economica fosse necessaria un’azione collettiva a livello globale, così come l’ONU era stato fondato sul presupposto che occorresse un’azione collettiva a livello globale per garantire la stabilità politica (STIGLITZ, 2002).
Il FMI dispone di un capitale messo a disposizione ei suoi membri e il voto all’interno dei suoi organi è ponderato a seconda della quota detenuta. Questo fa sì che, considerato che per prendere le decisioni più importanti sono necessarie maggioranze molto alte (i due terzi o i tre quarti dei voti) gli USA e il gruppo di principali paesi dell’UE si trovano ad avere di fatto un potere di veto. Ciò è vero specialmente nel Consiglio Esecutivo, organo più importante del Fondo, dove tra l’altro sono membri permanenti i cinque stati che detengono la quota maggiore (USA, Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna) (vedi Tabella).
| Membro del FMI | Quota | Percentuale quota | Voti | Percentuale voti |
| USA | 37149,3 | 17,09 | 371743 | 16,79 |
| Giappone | 13312,8 | 6,13 | 133378 | 6,02 |
| Germania | 13008,2 | 5,99 | 130332 | 5,88 |
| Francia | 10738,5 | 4,94 | 107635 | 4,86 |
| Gran Bretagna | 10738,5 | 4,94 | 107635 | 4,86 |
| Cina | 8090,1 | 3,72 | 81151 | 3,66 |
| Italia | 7055,5 | 3,25 | 70805 | 3,20 |
| Arabia Suadita | 6985,5 | 3,21 | 70105 | 3,17 |
| Canada | 6369,2 | 2,93 | 63942 | 2,89 |
| Russia | 5945,4 | 2,74 | 59704 | 2,70 |
| Paesi Bassi | 5162,4 | 2,38 | 51874 | 2,34 |
| Belgio | 4605,2 | 2,12 | 46302 | 2,09 |
| India | 4158,2 | 1,91 | 41832 | 1,89 |
| Svizzera | 3458,5 | 1,59 | 34835 | 1,57 |
| Australia | 3236,4 | 1,49 | 32614 | 1,47 |
| Messico | 3152,8 | 1,45 | 31778 | 1,43 |
| Spagna | 3048,9 | 1,4 | 30739 | 1,39 |
| Brasile | 3036,1 | 1,4 | 30611 | 1,38 |
| Corea del Sud | 2927,3 | 1,35 | 29523 | 1,33 |
| Venezuela | 2659,1 | 1,22 | 26841 | 1,21 |
| Svezia | 2395,5 | 1,1 | 24205 | 1,09 |
| altri 165 stati | 60081,4 | 29,14 | 637067 | 28,78 |
Tabella – Quote (in milioni di DPS, diritti speciali di prelievo) e voti nel FMI (Fonte: FMI, 2010).
Originariamente le istituzioni di Bretton Woods erano state pensate per creare un sistema di coordinamento e controllo delle politiche economiche degli stati a livello internazionale che evitasse il ripetersi di disastrose crisi economiche. Con l’abbandono del gold standard[1], però, nel 1971 si è avuto un ripensamento del ruolo del FMI, che oggi si occupa per lo più di concedere prestiti agli stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti.
Inoltre, il FMI svolge un ruolo ben preciso in materia di aiuti internazionali. Deve infatti analizzare la situazione macroeconomica del paese destinatario e verificare che non viva al di sopra dei propri mezzi (STIGLITZ, 2002). Il FMI si occupa anche della ristrutturazione del debito estero dei paesi del Terzo Mondo, ai quali di solito impone dei piani di aggiustamento strutturale come condizione per ottenere prestiti o condizioni più favorevoli per il rimborso del debito che costituiscono l’aspetto più controverso della sua attività. Questi piani sono infatti modellati su una visione neoliberista dell’economia e sulla convinzione che il libero mercato sia la soluzione migliore per lo sviluppo economico di questi paesi. Tra i punti principali essi di solito comprendono la svalutazione della moneta nazionale, la riduzione del deficit di bilancio da conseguire con forti tagli alle spese pubbliche e aumento delle imposte, e l’eliminazione di qualsiasi forma di controllo dei prezzi.
Il FMI, infatti, è fortemente criticato dal movimento no global e da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere un’istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l’interesse generale. Stiglitz, poi, arriva ad affermare che «il FMI ha fallito la propria missione. […] Non ha fatto ciò che doveva fare, cioè fornire ai paesi afflitti da una contrazione economica fondi per consentirne la ripresa e aiutarli nel tentativo di avvicinarsi alla piena occupazione. […] Nonostante gli sforzi del FMI, le crisi nel mondo sono sempre più frequenti e più gravi. […] Molte delle politiche sostenute dal FMI, in particolare la liberalizzazione prematura dei mercati finanziari, hanno contribuito all’instabilità globale. […] Il FMI ha commesso errori in tutti i campi in cui ha operato: sviluppo, gestione delle crisi e transizione delle economie nazionali dal comunismo al capitalismo» (STIGLITZ, 2002).
In particolare, il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi “occidentali”, è considerato da molti iniquo e non democratico, e il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità selle loro politiche economiche. Stiglitz, in particolare, accusa il FMI di aver imposto a tutti i paesi una ”ricetta” standardizzata, basata su una teoria economica semplicistica, che ha aggravato le difficoltà economiche anziché alleviarle. Egli fornisce una serie dettagliata di esempi, come la crisi finanziaria asiatica e la transizione dall’economia pianificata al capitalismo in Russia e nei paesi ex-comunisti dell’Europa orientale: i prestiti del FMI in questi paesi sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le proprie economie. Inoltre, il FMI ha appoggiato nei paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche dei politici corrotti e uomini d’affari disonesti. Stiglitz afferma che i risultati migliori in materia di transizione sono stati conseguiti proprio da quei paesi, come la Polonia e la Cina, che non hanno seguito le indicazioni del FMI, mentre in Asia il modello economico che ha permesso un massiccia crescita dell’economia in molti paesi si basa su un forte intervento statale, anziché sulle privatizzazioni (STIGLITZ, 2002).
Bisogna poi ricordare che il FMI è un’istituzione pubblica, finanziata dai contribuenti di tutto il mondo. Ma di fatto questo organismo non risponde direttamente né ai cittadini che lo finanziano né alla persone coinvolte dalle sue politiche, bensì ai ministeri delle Finanze e alle banche centrali dei vari governi, i quali esercitano il loro controllo attraverso un complicato sistema di votazione basato principalmente su quello che era il potere economico dei diversi paesi alla fine della Seconda guerra mondiale. Inoltre, sia il FMI che la Banca Mondiale, secondo Stiglitz, sono guidati dalla volontà collegiale del G-8, in particolar modo dai ministri delle Finanze e del Tesoro e, molto spesso, l’ultima cosa che vogliono è un dibattito vivace e democratico su possibili strategie alternative (STIGLITZ, 2002).
Inoltre, «poiché gran parte delle decisioni vengono prese a porte chiuse, il FMI ha prestato il fianco a molte critiche, facendo sospettare che la politica dei potenti, gli interessi particolari o altre ragioni occulte, che nulla hanno a che fare con il suo mandato e i suoi obiettivi dichiarati, ne influenzino la condotta e le politiche istituzionali. […] Oggi, malgrado si parli molto di apertura e trasparenza, il FMI continua a non riconoscere formalmente ai cittadini il diritto fondamentale di sapere cosa stia facendo questa istituzione internazionale pubblica» (STIGLITZ, 2002).
Oggi il FMI è diventato protagonista dominante dell’economia mondiale. Sono tenuti a seguire i suoi dettami economici, dettami che riflettono le loro ideologie e teorie neoliberiste, non soltanto i paesi che ne chiedono l’aiuto, ma anche quelli che ne cercano l’approvazione formale per poter accedere più facilmente ai mercati finanziari internazionali. «Il FMI riteneva che i paesi a cui inviava denaro fossero obbligati a riferire tutto ciò che poteva avere attinenza con esso; non farlo significava vedersi sospendere il programma, a prescindere dal fatto che l’azione compiuta fosse ragionevole oppure no» (STIGLITZ, 2002).
Insomma, «l’orientamento keynesiano del FMI, che sottolineava i fallimenti del mercato e il ruolo dei governi nella creazione di posti di lavoro, è stato sostituito dal ritornello del libero mercato negli anni ’80, nel contesto di un nuovo Washington Consensus, vale a dire un’identità di vedute tra l’FMI, la Banca Mondiale e il Tesoro degli USA circa le politiche “giuste” per i PVS, che ha segnato un approccio totalmente diverso allo sviluppo economico e alla stabilizzazione. […] Approccio rivelatosi totalmente inadeguato per le nazioni che si trovavano in una fase iniziale di sviluppo o della transizione. […] La liberalizzazione spesso non è stata seguita dalla crescita promessa, ma da una miseria ancora più terribile. […] Ciò perché, spesso, quando le istituzioni finanziarie globali entrano in un paese, possono letteralmente stroncare la concorrenza nazionale» (STIGLITZ, 2002).
Ai paesi vengono imposti obiettivi rigidi, dove in certi casi stabilivano addirittura quali leggi il parlamento nazionale dovesse approvare e in quanto tempo. Tale criterio è detto della “condizionalità”, ed è fortemente dibattuto nei PVS perché spesso il prestito si trasforma, in questo modo, in uno strumento politico, aumentando il risentimento di questi paesi verso il Fondo (STIGLITZ, 2002).
«Oggi, il FMI ha perso molta della sua credibilità, non soltanto nei PVS, ma anche presso la sua amatissima comunità finanziaria. Se fosse stato più onesto, più schietto e più modesto, si troverebbe sicuramente in un posizione più favorevole» (STIGLITZ, 2002).
NOTE:
STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino
L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è un’organizzazione internazionale creata allo scopo di supervisionare i numerosi accordi commerciali tra gli stati membri. E’ stata istituita nel 1995 alla conclusione dell’Uruguay Round, i negoziati che tra il 1986 ed il 1994 hanno impegnato i paesi aderenti al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) ed i cui risultati sono stati sanciti nell’Accordo di Marrakech. Ad oggi, vi aderiscono 153 paesi (la Cina solo dal 2001), che rappresentano circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi, mentre non ne fa parte però ancora la Russia, pur avendone fatto domanda fin dal 1993.
L’OMC ha assunto, nell’ambito della regolamentazione del commercio mondiale, il ruolo precedentemente detenuto dal GATT, che tuttavia non aveva una vera e propria struttura organizzativa istituzionalizzata essendo un semplice accordo multilaterale: di quest’ultimo ha infatti recepito gli accordi e le convenzioni adottati con l’incarico di amministrarli ed estenderli. Infatti, con la nascita dell’OMC, a seguito dei negoziati dell’Uruguay Round, la struttura del GATT si trasforma radicalmente, a sancire il passaggio da una gestione bilaterale delle controversie sul commercio mondiale ad una gestione multilaterale. Oggi l’OMC in sostanza rappresenta «il primo vero elemento dell’economia globale di mercato» (COLLIER e DOLLAR, 2003).
In particolare, obiettivo generale dell’OMC è quello dell’abolizione o della riduzione delle barriere tariffarie al commercio internazionale, per favorire il commercio internazionale, considerato un elemento chiave dello sviluppo economico di tutti i paesi, e cerca di raggiungere tale scopo attraverso lo strumento della liberalizzazione del commercio (PARENTI, 2002). Oggetto della normativa OMC sono i beni commerciali, regolati dal vecchio accordo GATT, i servizi, con l’accordo GATS (General Agreement on Trade in Services), e la proprietà intellettuale, con l’accordo TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights). Alla luce dello statuto dell’OMC, le sue due funzioni principali sono: quella di “forum negoziale” per la discussione sulla normativa del commercio internazionale, e quella di organismo per la risoluzione delle dispute internazionali sul commercio.
Tutti i membri dell’OMC sono tenuti a garantire verso gli altri membri dell’organizzazione lo status di “nazione più favorita”, cioè le condizioni applicate al paese più favorito (vale a dire quello cui vengono applicate il minor numero di restrizioni) devono essere applicate a tutti gli altri stati. Questa clausola è volta a rimuovere le pratiche discriminatorie sul commercio tra stati. Inoltre, si procede al “consolidamento” di dazi: ciascun membro dell’OMC deposita una lista di prodotti e indica il dazio doganale corrispondente che non potrà più essere aumentato. Un altro principio per garantire l’accesso al mercato nazionale è dato dal generale divieto per uno stato di fare ricorso a restrizioni quantitative all’importazione o esportazione di prodotti. Infine, si impone ai paesi membri di non discriminare tra prodotti simili, in ragione della loro provenienza, sia per quanto riguarda le tasse che per quanto riguarda le leggi o i regolamenti interni ad essi applicabili (PARENTI, 2002).
Molte delle decisioni prese in ambito OMC sono prese secondo il meccanismo del consenso: tale criterio non prevede l’unanimità delle decisioni, ma che nessun paese membro consideri una decisione talmente inaccettabile da obiettarvi. Se da un lato questa formula, assieme al principio di “uno stato un voto”, garantisce il diritto di tutti i membri dell’OMC di poter bloccare una decisione che si reputa lesiva dei propri interessi, e ciò a palese tutela dei membri più deboli, occorre altresì notare che per esprimere il proprio dissenso e dunque bloccare la formazione del consenso, occorre essere presente alla riunione in cui la decisione viene presa. Ciò costituisce un oggettivo svantaggio per quei membri che non hanno un’ambasciata a Ginevra o la cui ambasciata non ha le risorse umane sufficienti per partecipare a tutte le riunioni di loro interesse, come spesso capita per i PVS. Comunque, il vantaggio dell’adozione delle decisioni sulla base del consenso risiede nel fatto che in tal modo si incoraggiano gli sforzi tesi a proporre ed adottare decisioni che siano le più largamente condivisibili e condivise; gli svantaggi di tale iter procedurale sono invece riscontrabili nell’allungamento dei tempi necessari e nel numero dei round negoziali necessari a raggiungere il consenso per l’adozione delle decisioni nonché nell’utilizzo di un linguaggio ambiguo nella stesura dei punti controversi nelle decisioni, in modo tale che la successiva interpretazione degli stessi risulta spesso difficoltosa (PARENTI, 2002).
L’OMC, comunque, non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito OMC quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente ma manca della possibilità di adottare ulteriori sanzioni ritorsive. Ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche (un esempio in tal senso è la controversia che ha dichiarato illegali i sussidi degli USA alla produzione del cotone).
Riguardo i suoi obiettivi, bisogna dire che, attraverso i vari round negoziali, l’OMC è riuscito a fare grandi passi nella direzione della liberalizzazione commerciale: i dazi sul commercio sono stati notevolmente abbassati e nel contempo si è ampliata la gamma dei prodotti per cui i dazi sono stati consolidati (PARENTI, 2002). Ma, alla fine degli anni ’90 l’OMC è diventato il principale oggetto delle critiche e delle proteste del movimento no global. Le principali critiche obiettategli sono: che i trattati raggiunti in ambito OMC privilegiano le multinazionali e le nazioni sviluppate, in particolare quelli sui servizi e sulla proprietà intellettuale; che la mancata partecipazione di uno stato a tale organizzazione di sostanzierebbe, nella pratica, in un embargo, il che crea un sistema internazionale di regole economiche rigide che non incoraggiano in alcun modo il cambiamento e la sperimentazione; che i tre grandi membri dell’OMC (USA, UE e Giappone) utilizzano l’organizzazione per esercitare un’eccessiva influenza sugli stati membri più deboli; e la sua scarsa trasparenza, come l’impossibilità di conoscere l’agenda delle singole riunioni nonché delle posizioni assunte dai vari paesi nel corso di queste (PARENTI, 2002).
Inoltre, l’OMC è additata di ipocrisia: da una parte i paesi industrializzati predicano l’apertura dei mercati nei PVS ai loro prodotti industriali, dall’altra continuano a tenere chiuse le loro frontiere per i prodotti dei paesi del Terzo Mondo, come quelli agricoli e tessili; e mentre da un lato proclamavano che i PVS non dovevano sovvenzionare le industrie, dall’altro continuavano a fornire sussidi ai loro agricoltori, rendendo di fatto impossibile qualsiasi tipo di concorrenza da parte dei paesi più svantaggiati (STIGLITZ, 2002).
Un’altra delle principali critiche è che l’OMC darebbe al commercio internazionale una tutela internazionale sproporzionata rispetto a quella concessa ad esempio alla tutela dell’ambiente o dei diritti dei lavoratori, per cui gli aspetti commerciali finiscono per imporsi su altre considerazioni. Infatti, ad esempio, per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, le sue regole permettono di bloccare le importazioni solo qualora queste siano il risultato di lavori forzati, il che naturalmente è un ipotesi esistente ma limitata. I sindacati internazionali affermano che mentre le regole commerciali negoziate e fatte applicare dall’OMC incidono pesantemente sull’occupazione, sui diritti dei lavoratori e sulle condizioni di povertà in tutto il mondo, esiste un vero e proprio vuoto nell’organizzazione dovuto alla separazione esistente tra OMC e istituzioni dell’ONU responsabili dello sviluppo sociale, del lavoro, della salute, delle donne e dell’ambiente. Secondo questi, lo stesso ingresso della Cina nell’OMC senza l’obbligo di rispettare le più fondamentali norme dell’ILO (International Labour Organization) minaccia seriamente l’obiettivo del lavoro dignitoso, con conseguenze caotiche sulla divisione internazionale del lavoro. Va tra l’altro detto che però l’innalzamento di restrizioni al commercio sulla base di standard di lavoro sono fortemente contrastati dai PVS, che temono che regole simili danneggino ancora di più le loro esportazioni o che siano usate in maniera strumentale dai paesi sviluppati (PARENTI, 2002).
Uno degli impatti più dirompenti della creazione dell’OMC è quello sui rapporti tra imprese e stati e, in senso più generale, tra economia e politica: la regolamentazione sovranazionale di interi pacchetti di materie (come nei casi delle questioni relative agli investimenti d’impresa diretti all’estero, TRIMS, o di tutto ciò che regolamenta il rapporto tra proprietà intellettuale, brevetti e commercio, TRIPS) ed il loro inserimento sotto la voce “barriere non commerciali”, impedisce di fatto ai singoli stati di esercitare una serie di prerogative sovrane e di diritti delle comunità. Tali prerogative includono la possibilità di influire sulle modalità di intervento delle imprese multinazionali nei singoli territori nazionali, sullo sfruttamento di particolari risorse, sulla priorità da dare allo sviluppo produttivo di un paese, sulla libertà di usare le proprie risorse genetiche naturali trasformate e brevettate dalle multinazionali. L’OMC stabilisce i tetti per gli standard ambientali, alimentari e di sicurezza al punto che quelli in vigore nei vari paesi, qualora risultino più restrittivi, possono essere soggetti al giudizio delle Commissioni; mentre non è possibile che accada il contrario (COLLIER e DOLLAR, 2003).
In tale contesto, l’accordo più contestato è sicuramente quello sulla proprietà intellettuale (TRIPS). A premere per un tale accordo in ambito OMC furono i paesi sviluppati, esso stabilisce l’obbligo per i paesi membri di dotarsi di una relativa disciplina, che per i PVS costituiva una novità assoluta. E nonostante l’esistenza di “deroghe” che rendono l’applicazione di nuove norme più flessibile, spesso molti PVS hanno incontrato seri problemi nell’applicazione di questa ed altre regole dell’OMC. Tale tipologia di diritti da molti economisti è additata di essere un precondizione istituzionale per lo sfruttamento di rendite monopolistiche, in cui la garanzia di godimento di un diritto ad un solo soggetto implica contemporaneamente l’imposizione di doveri al resto dell’umanità (ROMANO, 2007). Fatto ancor più grave è che, di conseguenza, spesso tale accordo va ad ostacolare l’approvvigionamento di medicine a basso costo nei PVS, fatto resosi palese con il conflitto tra Sudafrica e diverse multinazionali farmaceutiche circa il prezzo dei medicinali necessari per la cura dell’AIDS, o in altri casi vede i PVS derubati della loro biodiversità ambientale a uso e consumo delle multinazionali che lo sfruttano imponendo poi su di essi diritti di proprietà (PARENTI, 2002).
Ma l’OMC viene fortemente criticato, come dicevamo, anche perché impedirebbe ai suoi membri di fissare il livello di protezione della salute dei propri cittadini allo stadio che ritengono adeguato e perché, soprattutto, impedirebbe il ricorso al principio della precauzione. Anche in questo caso, la problematica è esplosa con tutta la sua forza a seguito di un contenzioso sulle importazioni di carne trattata con ormoni tra USA e Canada da una parte e UE dall’altra. Quest’ultima appellandosi al principio di precauzione era contraria a tali importazioni, ma il tribunale dell’OMC ha alla fine condannato l’UE che non era stata in grado di fornire prove scientifiche a sostegno della dannosità per la salute di tali alimenti (PARENTI, 2002).
In conclusione, oggi, alla luce di tutti questi contrasti, l’OMC si trova dunque a fare fronte ad una doppia sfida: una proveniente dall’esterno dell’organizzazione, da parte dell’opinione pubblica mondiale, desiderosa di un’organizzazione più “umana”, e una proveniente dal suo interno, da parte della maggioranza dei suoi membri, in particolare i PVS, ma non solo, che culminano nel fallimento delle conferenze ministeriali, come palesemente accaduto a quelle di Seattle, di Doha e, a causa del permanere dei “nodi”, di tutte le successive (PARENTI, 2002).
NOTE:
COLLIER P. e DOLLAR D. (2003), Globalizzazione, crescita economica e povertà: rapporto della Banca mondiale, Il Mulino, Bologna
PARENTI A. (2002), Il WTO, Il Mulino, Bologna
ROMANO D. (2007), L’impatto della globalizzazione asimmetrica sull’agricoltura dei PVS, Agriregionieuropa, vol. 8
STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino
L’ONU affonda le sue radici nella Seconda guerra mondiale. Il proposito di costruire una nuova organizzazione di sicurezza collettiva, al posto della fallita Società delle Nazioni, era già menzionato nella Carta atlantica firmata da Roosevelt e Churchill nel 1941 e divenne un impegno comune degli alleati con la Dichiarazione delle Nazioni Unite (1 gennaio 1942). Il progetto mirava a creare un organismo che alla dimensione democratica (rappresentativa di tutti i paesi, a partire dai vincitori della guerra) affiancasse una sorta di direttorio delle maggiori potenze. Lo statuto dell’ONU fu elaborato e sottoscritto dai rappresentanti di 50 stati fondatori alla Conferenza delle Nazioni Unite a San Francisco nel 1945: il successivo 24 ottobre, data di entrata in vigore dello statuto, divenne la data ufficiale di nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Le adesioni vennero progressivamente allargate ai “paesi sconfitti” e “democratizzati”, fino oggi a comprendere 192 stati membri.
L’ONU è un’associazione di stati sovrani, fondata sul principio dell’eguaglianza di tutti i suoi membri, i cui principali obiettivi sono mantenere la pace e la sicurezza internazionale e promuovere il progresso socioculturale, i diritti umani e la cooperazione, incoraggiando la soluzione dei problemi politici ed economici e lo sviluppo di relazioni amichevoli fra le nazioni. Gli stati aderenti devono agire in conformità ai seguenti principi: risolvere con mezzi pacifici le controversie internazionali, in modo che non vengano messe in pericolo la pace e la sicurezza mondiali; astenersi dall’uso e dalla minaccia della forza nelle relazioni con gli altri paesi; assistere l’organizzazione in tutte le azioni intraprese e astenersi dal dare assistenza a qualsiasi stato contro cui l’ONU intraprenda un’azione preventiva o coercitiva.
La prospettiva ideologica da cui è nata l’ONU è essenzialmente democratico-liberale, di affermazione e tutela delle libertà individuali e di gruppo, di emancipazione dell’umanità dalla soggezione alla forza e dal bisogno, di organizzazione dei rapporti internazionali in termini di collaborazione e non di sopraffazione reciproca. Questi principi, resi espliciti dalla Carta fondamentale dell’ONU e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’Assemblea nel 1948, hanno trovato un’applicazione contraddittoria, dal momento che dell’associazione fanno parte numerosi stati che formalmente si sono impegnati a rispettarli al proprio interno, ma che, di fatto, si comportano in termini antitetici, senza che (salvo poche eccezioni) l’Organizzazione abbia provveduto a chiederne loro conto, assumendo i conseguenti provvedimenti (fino all’espulsione, pur prevista nella carta).
Negli anni della divisione del mondo in due blocchi, il potere di veto delle due superpotenze (USA e URSS) rese inoperanti molte deliberazioni dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza. La fine della Guerra fredda e il prospettato avvento di un “mondo unico” sembrò aprire all’ONU una stagione di maggior protagonismo, confermato dal deciso aumento, negli anni successivi, del numero delle missioni dei “caschi blu” per operazioni di interposizione e di mantenimento della pace. Le questioni aperte risultarono tuttavia innumerevoli e difficilmente risolvibili sia a causa delle difficoltà incontrate nel definire i contenuti politici di operazioni di ripristino del diritto violato, di salvaguardia umanitaria e di mantenimento della pace.
La travagliatissima preparazione e gestione degli interventi militari in Afghanistan (2001) e Iraq (2003), insieme alla contestuale adozione da parte statunitense della dottrina dell’”intervento preventivo” (che declina in chiave esclusivamente militare il concetto di mantenimento e rafforzamento della pace e della sicurezza), ma anche il fallimento di suoi programmi (come l’”oil for food” in Iraq) e relativi sistemi di controllo, ha reso palese lo stato di stallo e inadeguatezza in cui versa a tutt’oggi l’istituzione, impegnata in un difficile processo di ridefinizione dei propri scopi, strutture e modalità operative. Infatti, oggi le divergenze tra i membri del Consiglio di Sicurezza, specie tra quelli permanenti, spesso impediscono all’ONU di adottare misure incisive o, peggio, la costringono a rimanere passiva. Il rischio costante è che nell’adottare decisioni anche di importanza fondamentale, il Consiglio si lasci guidare più dalle convenienze politiche dei suoi membri, e in particolare di quelli permanenti con diritto di veto, che da principi oggettivi e universalmente validi.
A tal proposito, si pone la difficoltà di definire in termini ampiamente condivisibili il processo di mantenimento e rafforzamento della pace in chiave non esclusivamente militare: un tema che investe direttamente il riequilibrio gerarchico tra i diversi organi e agenzie dell’ONU, oggi fortemente squilibrato verso il Consiglio di sicurezza, organo ristretto deputato alla gestione dell’uso della forza. Contenziosi ormai decennali riguardano infine i meccanismi di voto e quelli di finanziamento, tra spese (e sprechi) crescenti e difficoltà di ottenere le quote dovute dai singoli stati membri (a partire dalle grandi potenze).
Costante è poi stata in questi anni, specialmente da parte degli USA, la polemica contro la Commissione per i Diritti Umani. Secondo gli USA è inaccettabile che anch’essa, deviando dai suoi compiti originari, si sia trasformata in un’arena di dibattito politico invece di dedicarsi ad un serio monitoraggio della situazione dei diritti umani nei vari paesi, ed anche che più di un terzo degli stati che vi sono rappresentati violino sistematicamente i diritti umani (come Libia e Sudan).
In questo quadro, l’ONU appare sempre più come la realtà residuale di un prospettiva destinata (in mancanza di un’efficace e sostanziale ridefinizione istituzionale e politica) ad assumere il valore di un puro riferimento ideale.
L’ONU, comunque, al suo interno ha anche vari organismi ausiliari per facilitare l’attuazione dei suoi molteplici scopi: si tratta di programmi, commissioni, fondi e conferenze permanenti istituiti e diretti dall’Assemblea generale, che promuovono il progresso economico e sociale in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il più grande organismo mondiale di assistenza multilaterale è l’UNDP (United Nations Development Programme), fondato nel 1965 dopo che numerosi paesi ex coloniali avevano conquistato l’indipendenza. Svolge la sua attività nei paesi in via di sviluppo per aiutarli a migliorare le loro capacità produttive, mettendo a disposizione assistenza tecnica avanzata e personale qualificato. Sempre col fine di accelerare la crescita economica e sociale degli stati del Terzo Mondo, dal 1964 opera l’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) che promuove le relazioni commerciali tra i paesi più poveri e quelli industrializzati. Analogamente, il WFC (World Food Council) e il WFP (World Food Programme) stimolano l’adozione di politiche e programmi miranti a combattere la fame e la malnutrizione e a provvedere a qualsiasi tipo di emergenza alimentare. L’UNICEF (United Nations International Children Emergency Fund), poi, è dedicato al benessere della madre e del bambino, all’affermazione dei diritti dell’infanzia coadiuvando i singoli governi nel rispondere ai bisogni dell’infanzia sul terreno dei servizi di base. L’UNFPA, invece, (United Nations Fund for Population Activities) persegue programmi legati alle necessità delle popolazioni e alla pianificazione familiare. Sono poi impegnate negli aiuti umanitari ai profughi e alle vittime di calamità naturali e disastri provocato dall’uomo l’UNDRO (Office of the United Nations Disaster Relief Co-ordinator), per il coordinamento in caso di emergenza e calamità, l’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), per la protezione dei rifugiati di tutto il mondo, e l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), per l’assistenza ai rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente. Per la tutela dell’ambiente opera l’UNEP (United Nations Enviroment Programme), promuovendo la cooperazione internazionale in campo ecologico e ambientale. Infine, in campo culturale e scientifico vanno ricordati l’UNITAR (United Nations Institute for Training and Research) e l’UNU (United Nations University), per l’Università.
Importantissimi poi, e molto celebri, sono i “caschi blu” dell’ONU, i militari (messi a disposizione degli stati membri) che sotto le insegne dell’ONU svolgono missioni decise dal Consiglio di sicurezza per mantenere o riportare la pace in diverse regioni del mondo. Si tratta in qualche caso di semplici osservatori o di commissioni di inchiesta; in qualche altro di vere e proprie forze multinazionali poste sotto il comando delle Nazioni Unite.
In campo economico e sociale operano organizzazioni internazionali a carattere universale diverse dall’ONU, ma che sono strettamente collegate con le nazioni Unite e ne subiscono il coordinamento e il controllo. Tra le altre menzioniamo, la FAO (Food and Agricolture Oganization), per la lotta alla fame e alla malnutrizione, l’ILO (International Labour Organization), per promuovere la giustizia sociale nel mondo del lavoro, e la WHO (World Health Organization), per la tutela della salute.
Ma segni di inefficacia emergono chiaramente anche da questi singoli organismi e programmi. Infatti, ad esempio, per quanto riguarda il campo umanitario, la Banca Mondiale afferma che nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, firmata nel 2000 in sede ONU, per garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini del mondo servirebbe un impegno addizionale compreso tra i 10 e i 30 miliardi di dollari all’anno, e per ridurre di due terzi la mortalità infantile occorrono tra i 20 e i 25 miliardi. Negli ultimi anni la comunità internazionale non è stata in grado di trovare tali somme, e di conseguenza allo stato attuale gli Obiettivi del Millennio non verranno raggiunti entro la data prevista del 2015.
Lo strumento del currency board, che era il regime monetario istituito nelle colonie inglesi, è stato preso di nuovo in considerazione nel corso degli anni ’90, con lo scopo di sostenere i processi di stabilizzazione delle economie di transizione e dei Paesi in via di sviluppo.
Le caratteristiche tecniche di tale regime sono diverse a seconda del Paese considerato. Ci si riferisce, ad esempio, alla scelta della valuta rispetto alla quale fissare il tasso di cambio o alla previsione di maggiori o minori limitazioni dell’accesso alla convertibilità.
Inoltre, non si può dimenticare che i regimi monetari basati su currency boards istituiti negli anni ’90 si sono proposti di adattare un modello, che sembrava appartenere al passato, alle esigenze di un contesto economico diverso. Tale scopo è stato perseguito mantenendo i requisiti di riserva delle banche commerciali e consentendo una limitata flessibilità all’autorità monetaria, che, inoltre, continuava ad essere chiamata Banca Centrale.
Al susseguirsi di varie crisi finanziarie negli anni ’80, come quella del Messico, alcuni economisti statunitensi enunciarono piani per riequilibrare il sistema. Prevalse la linea di Nichoals Brady che nel marzo dell’89 enunciò il suo piano di ristrutturazione volto a far uscire i paesi dal default e riformare le loro istituzioni. Le misure di riforma facevano leva sul concetto di libero mercato e seguivano la linea del “Washington Consensus”; si trattava di un insieme di regole enunciate dall’economista Williamson, per rafforzare il libero mercato attraverso:
- privatizzazioni;
- rimozione delle tariffe doganali e dei controlli sugli investimenti internazionali;
- cambi e tassi di interesse stabiliti dal mercato e non fissi, ma relativamente stabili;
- riforma fiscale;
- tutela della proprietà privata.
Il nome Washington Consensus deriva dal fatto che Williamson sosteneva che questo approccio dovesse essere condiviso, come poi accadde, dal governo americano, dal FMI e dalla Banca Mondiale, tutti basati a Washington.
Si ritenne che l’applicazione di questi principi fosse necessaria per far calare i dissesti finanziari e stabilizzare le politiche economiche, tentando di trainare questi paesi verso economie maggiormente orientate in senso liberale. La ricerca di stabilizzazione del cambio comportò in molti casi la misura, non prevista dal Consensus, della dollarizzazione, ossia della creazione di un legame molto forte tra valute emergenti ed il dollaro al fine di evitare fenomeni di iperinflazione.
Nei primi anni ’90 questi approcci sembrarono aver avuto successo: i paesi emergenti riuscirono a tenere sotto controllo l’inflazione e la spesa pubblica, modificando però il ruolo dello stato nell’economia ed iniziando una forte ondata di privatizzazioni.
Ma ben presto scoppiò un’ondata di crisi: nel 1995 in Messico, nel 1997 nel sud-est asiatico, nel 1998 in Russia, nel 1999 in Brasile e nel 2001 in Argentina.
Nel 1994, la crisi scoppiata in Messico, denominata Tequila Crisis, fu causata dalla cattiva gestione del debito statale, oltre che ai soliti problemi bancari e valutari (svalutazione del 33% in una settimana): il paese si trovò con 30 miliardi di dollari di prestiti in scadenza e le casse dello stato quasi a secco; in questo frangente intervennero in prima persona gli USA con un prestito della BC e del FMI: venne costruito un fondo, definito di stabilizzazione, dotato di 52 miliardi di dollari, in modo tale che il Messico potesse uscire dalla crisi, a patto che continuasse a sostenere le manovre precedentemente stabilite dal Washington Consensus. Il fondo aveva come obiettivo di ricreare le condizioni per il pagamento del debito, ed ebbe un grande impatto in Argentina ed in Brasile. La crisi si risolse nel giro di due anni. Nel caso del Messico i debiti privati furono trasformati in debiti pubblici. Il problema fu, pertanto, adattare la propria politica monetaria a quella degli Usa, dovendo adottare una politica economica basata sulle privatizzazioni, apertura commerciale, distruzione delle imprese nazionali, diretta ad aiutare a risolvere una crisi capitalista in corso che esigeva la conquista di nuovi mercati per i paesi industrializzati. Non si trattò di una crisi dei modelli di stabilizzazione, ma della crisi del tentativo di sanare la crisi. In particolare la politica adottata tentava di stabilizzare una crisi capitalistica iniziata negli anni settanta in Usa e si “scaricava” sui paesi sottosviluppati tramite il debito interno ed estero. Il Brasile, a partire dal 1997, iniziò ad adottare un tasso di cambio flessibile. Dopo aver perso quasi 32 miliardi di dollari in meno di cinque mesi adottò il cambio fluttuante il 15 gennaio nel 1999.
Queste politiche con fondamento nell’ancoraggio valutario provocarono un indebitamento esterno e pubblico mai registrato nella storia degli stati periferici. Il formato più estremo di “stabilizzazione” si verificò in Argentina, altrimenti chiamato currency board, che ancorò il peso al dollaro, indicizzando gli attivi finanziari alla variazione del cambio. Le tariffe dei servizi pubblici privatizzati furono stabilite in dollari ma la popolazione riceveva prevalentemente salari in peso. Tuttavia il grado di indebitamento non si ridusse nei paesi in cui fu adottato l’ancoraggio valutario.
L’analisi delle politiche implementate, oggi, permette di trarre importanti conclusioni:
- il successo di una strategia volta a raggiungere e a mantenere la stabilità dei prezzi non può prescindere da una valutazione dell’andamento delle variabili macroeconomiche e del contesto istituzionale del Paese che la implementa;
- nessuna strategia può riuscire a ridurre stabilmente il tasso di inflazione, se non è in grado, al contempo, di raggiungere l’equilibrio fiscale o, perlomeno, di ridurre al minimo gli squilibri dei conti pubblici;
- l’opzione del currency board appare una valida alternativa, rispetto agli strumenti sopra analizzati, al fine di supportare un processo di stabilizzazione macroeconomica. In molti casi, inoltre, tale opzione non comporterebbe alcuni dei problemi tipici delle stabilizzazioni che facevano ricorso a strategie differenti.
Recentemente, i paesi dell’America Latina hanno per lo più abbandonato i regimi di cambio intermedi (“crawling pegs“, “crawling bands“, “pegged horizontal bands“, “conventional fixed peg arrangements “), introducendo regimi rigidi di cambio fisso (“hard pegs“) o all’opposto regimi di cambio fluttuante.
La soluzione opposta rispetto al currency board o alla dollarizzazione consiste nell’adottare un regime di cambio perfettamente flessibile. Questa è stata la scelta delle autorità argentine nel gennaio 2002, ma anche delle autorità brasiliane e messicane a seguito delle crisi valutarie del 1998 e del 1994. Di fatto numerosi paesi emergenti hanno recentemente deciso di spostarsi verso l’estremità maggiormente flessibile dello spettro dei regimi di cambio. Adottando un regime di cambio perfettamente flessibile i paesi non si espongono al rischio di possibili crisi valutarie dato che il tasso di cambio è lasciato libero di aggiustarsi per permettere il raggiungimento dell’equilibrio esterno. Inoltre, eliminando la possibilità di consistenti salti discreti realizzati dal tasso di cambio, viene fortemente ridotto anche il rischio di fragilità finanziaria dovuto al fenomeno della dollarizzazione dei debiti. Infine, in presenza di rigidità nei prezzi la flessibilità del cambio permette un assorbimento maggiormente rapido di shock che possono colpire l’economia.
L’adozione di un regime di cambi flessibili comporta tuttavia un problema: viene a mancare il ruolo di ancora nominale svolto dal tasso di cambio. Questo aspetto assume particolare importanza nel caso dei paesi in via di sviluppo che hanno spesso una “storia” di inflazione elevata e che non sono dotati di autorità monetarie sufficientemente credibili. Inoltre dato che in presenza di tassi di cambio flessibili i paesi hanno la possibilità di ricorrere più facilmente al signoraggio come fonte di entrata fiscale, questa possibilità può costituire un incentivo a realizzare sorprese inflazionistiche nel caso di mancato controllo del deficit pubblico. Nonostante questi problemi, l’esperienza di due grandi economie dell’America Latina, Cile e Messico offre alcuni interessanti spunti di analisi. Entrambi i paesi infatti hanno deciso di adottare un regime di cambio flessibile, il Messico in seguito ad una crisi valutaria ed il Cile come esito del progressivo ampliamento delle bande di oscillazione del regime di crawling peg adottato sino al 1999. In questi due paesi l’adozione di un regime di cambio flessibile ha coinciso con un periodo di relativa stabilità dei prezzi e di crescita economica, senza che per questo venisse compromesso il bilancio statale. In particolare nel caso del Messico Edwards (2000) mostra come il Peso, negli ultimi anni, non sia stato nei confronti del Dollaro più volatile delle maggiori valute caratterizzate da regimi di cambio fissi, a testimonianza del fatto che è possibile coniugare un regime di cambio flessibile con una efficace riduzione del tasso di inflazione e con la stabilità del cambio stesso, anche in paesi emergenti caratterizzati da scarsa reputazione antinflazionistica.
Quindi con regini di cambio perfettamente ancorati, si elimina il rischio di cambio, ma l’onerosità del debito estero rimarrà comunque relativamente elevata per quei paesi emergenti che non sono in grado di attuare un’accorta politica economica. Il bilancio dei costi-benefici da dollarizzazione è probabilmente positivo solo in presenza di una già acquisita forte integrazione commerciale e finanziaria con gli Stati Uniti. Sotto questo aspetto appaiono quindi privilegiati soprattutto i paesi dell’America Centrale, in particolar modo il Messico, un paese con una quota di commercio estero con gli Stati Uniti molto elevata, superiore all’80%. Anche se questo fenomeno di currency substitution, cioè utilizzazione massiccia del dollaro come unità monetaria per usi domestici, risulta meno marcata nei paesi dell’America Centrale (maggiormente integrati con gli USA in termini commerciali) che nei paesi del Sud America.
I regimi di cambio ancorati per lungo tempo al dollaro hanno sì contribuito a domare l’inflazione ma l’apprezzamento del cambio in termini reali ha progressivamente eroso la competitività dei paesi sui mercati internazionali dei beni e dei servizi; i regimi di cambio siffatti, se sottoposti a pressione, sono difficilmente difendibili da parte delle autorità nazionali, perché richiedono un’ampia disponibilità di riserve valutarie e rialzi dei tassi di interesse suscettibili di ripercuotersi assai negativamente sulla domanda interna; il pegging viene inteso come garanzia di stabilità del cambio e riduce l’attenzione sia dei creditori sia debitori ai rischi impliciti nell’erogazione e nell’assunzione di prestiti: tende quindi a esaltare i movimenti di capitali, preparando il terreno a drammatici movimenti di segno opposto.
Le analisi degli episodi di instabilità non hanno risparmiato critiche a tutti gli attori presenti sulla scena:
- alle autorità dei paesi sono stati mossi rilievi sulla politica del cambio e sulla gestione delle riserve valutarie nonché sulla capacità di governare il sistema finanziario;
- agli investitori internazionali è stata rimproverata la ricerca esasperata di rendimenti elevati in risposta alla riduzione dei tassi di interesse nei mercati domestici, l’incapacità di valutare correttamente i rischi impliciti nell’erogazione dei finanziamenti ai paesi emergenti e la tendenza a considerare la presenza degli organismi finanziari internazionali come garanzia implicita di recupero dei crediti;
- agli organismi finanziari internazionali, innanzitutto al Fondo Monetario Internazionale, sono stati imputati la mancata tempestiva individuazione dell’insorgere delle crisi; le politiche, fiscali e monetarie, di gestione delle crisi stesse, che hanno richiesto ripetuti aggiustamenti in senso meno restrittivo; l’incoraggiamento che sarebbe stato fornito a comportamenti improntati al moral hazard da parte di prestatori e prenditori.
Risulta tuttavia evidente che non sono stati completamente risolti i problemi ancestrali e tipici sudamericani, relativi ai profondi squilibri nella struttura economica e sociale del paese e di conseguenza e alla povertà presente nel paese che tocca quasi la metà della popolazione. A tal proposito bisogna sottolineare che la dollarizzazione è uno schema monetario e non comporta politiche o riforme economiche a carattere sociale (redistribuzione del reddito, assistenza sociale, settore pubblico allargato, agevolazioni fiscali agli investimenti, ecc..). Rimangono urgenti delle riforme atte a stimolare gli investimenti esteri diretti e a garantire la sicurezza sociale.

Il dopo Guerra fredda evolve all’insegna di gravissime problematiche di stabilità politica globale, che tutt’oggi minacciano costantemente la pace mondiale e la convivenza civile. Solo per citarne le principali: terrorismo internazionale, corsa agli armamenti nucleari, traffico illegale d’armi e droga.
Con gli attentati dell’11 settembre 2001 agli USA, portati dal terrorismo fondamentalista islamico, la tensione internazionale è tornata ai livelli di guardia e tocca da vicino la vita dei popoli che si sentono minacciati dall’oscura potenza del terrorismo, che acquisisce una dimensione globale, alimentato dall’ideologia del fondamentalismo islamico, così da divenire una rete in cui si accostano molteplici gruppi e differenti componenti.
Inoltre, lo sviluppo della capacità nucleare sembra esser diventato l’obiettivo primario dei paesi che aspirano a guadagnare un profilo globale e anche delle medie potenze intimorite dall’egemonia statunitense. La sovranità, soprattutto dopo l’11 settembre, viene sempre più associata dagli stati al possesso di un arsenale nucleare che consenta sia di limitare la propria dipendenza energetica sia di scoraggiare eventuali interferenze esterne. Archiviata la parentesi della Guerra fredda, che aveva visto importanti accordi nel settore strategico militare tra USA e URSS, gli anni ’90 sono stati caratterizzati da uno scarso rispetto delle norme giuridiche internazionali: USA, Pakistan, India, Cina, Corea del Nord, Russia e Iran hanno avviato o proseguito programmi di rivalutazione nucleare in un’ottica non più solo difensiva (Fig.1).

Figura n. 1 – Paesi con programmi nucleari: potenze nucleari dichiarate (arancione) e paesi ad elevato rischio di proliferazione nucleare (verde) (Fonte: ISPI, 2004).
All’inizio degli anni ’90 la caduta del blocco comunista e la fine della Guerra fredda diedero vita all’illusione di una duratura distensione nelle relazioni internazionali: nel decennio 1989-99, le spese militari dei paesi industrializzati diminuirono del 45% e il personale militare si ridusse, complessivamente, da 11,6 a 6,5 milioni di effettivi. Questo processo però spinse i paesi produttori di armamenti a intensificare le esportazioni verso il mondo in via di sviluppo, alimentando una concorrenza priva di scrupoli, per riuscire a mantenere il vantaggio acquisito sulle tecnologie militari di punta. Gli effetti di queste scelte politiche e commerciali non hanno contribuito a rendere il pianeta più sicuro. La proliferazione degli armamenti ha, in primo luogo, favorito lo scoppio di ostilità nel terzo mondo (negli anni ’90 si sono registrati almeno 51 conflitti armati rilevanti, soprattutto guerre civili) e, in secondo luogo, ha generato una “crisi di sicurezza” seguita agli attentati dell’11 settembre 2001 e la strategia della “guerra preventiva” hanno convinto i governi ad aumentare gli stanziamenti per la difesa. L’ammontare delle spese militari nel mondo è tornato a crescere e rasenta ormai i 1000 miliardi di dollari (2,6% del prodotto mondiale) (Fig.2), la cui metà è investita dal governo degli Stati Uniti (Fig.3).
Infatti, il venire meno della forza ordinatrice del colosso sovietico ha aperto un’ampia fascia geopolitica contrassegnata da instabilità e conflitto (si pensi, tra le tante altre, all’ex Jugoslavia, alla Palestina, al Ruanda, alla Somalia, al Sudan o alla guerra in Cecenia). Ma soprattutto si approfondisce la crisi del nazionalismo arabo, sfidato sul terreno della legittimità dal radicalismo islamico, il quale oggi rappresenta il principale fattore di destabilizzazione regionale nel decennio post-bipolare.

Figura n. 2 – Spesa mondiale per armamenti in miliardi di dollari, 1992-2007 (Fonte: CIA, 2009).

Figura n. 3 – Spesa per armamenti nel 2008 in miliardi di dollari (Fonte: CIA, 2009).
Sempre la fine della Guerra fredda ha creato condizioni socio-politiche tanto più favorevoli all’attività dei gruppi criminali: ciò a cominciare dal vuoto di potere geopolitico aperto in Eurasia dall’implosione dell’Unione Sovietica. Si calcola che da 5000 a 8000 organizzazioni criminali controllino tra il 25 e il 40% del reddito nazionale russo. Il commercio di droga è considerato il primo caso di piena internazionalizzazione dell’attività criminale nonché, conseguentemente, il primo caso di compiuta internazionalizzazione delle organizzazioni criminali che la gestiscono. Ma la produzione e lo smercio di sostanze stupefacenti non occupa l’intero quadro dell’attività criminale internazionale: ad essa vanno aggiunti il traffico d’armi, il contrabbando di sigarette, il traffico di persone, il traffico di auto rubate, la criminalità ambientale (cioè lo smaltimento illegale di rifiuti tossici), la contraffazione, la pirateria, e il riciclaggio di denaro sporco.

Con l’aumento dei dati scientifici sul legame esistente tra attività umane e riscaldamento globale, e in seguito all’aumento dell’interesse e delle preoccupazioni della società civile nei confronti dell’argomento verso la metà degli anni ’80 il cambiamento climatico viene inserito nell’agenda della politica internazionale: nel 1988 l’UNEP promuove la nascita di una commissione scientifica per la raccolta dei dati sul cambiamento climatico, l’IPCC. Lo stesso anno poi il tema viene affrontato, per la prima volta, in seno all’Assemblea Generale dell’ONU che adotta una prima risoluzione (Protezione del clima globale per le generazioni umane presenti e future) e nel 1990 apre ufficialmente i negoziati su una bozza di convenzione sul cambiamento climatico e stabilendo una Commissione Intergovernativa (INC) destinata a condurre i negoziati. L’INC nel 1992 adotta la Convenzione sul Cambiamento Climatico, che entra in vigore nel 1994, il cui obiettivo finale era la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas serra; in sostanza, la Convenzione afferma che le quantità di gas serra emessi nell’atmosfera dalle attività umane non dovrebbero eccedere certi limiti di sicurezza che non sono quantificati ma che dovrebbero essere fissati in modo tale da permettere il naturale adattamento degli ecosistemi al cambiamento climatico in atto, assicurando che non venga messa a rischio la produzione alimentare e permettendo allo sviluppo economico di procedere in modo sostenibile.
La Convenzione, sulla base del “principio di equità” e di “responsabilità comuni ma differenziate”, suddivide i paesi in due gruppi: il primo composto dai paesi industrializzati, a cui viene richiesto di guidare la modifica dei trends di emissione a lungo termine e di adottare politiche e misure, non legalmente vincolate, finalizzate a riportare entro il 2000 le proprie emissioni di gas serra ai livelli del 1990, ed inoltre hanno l’obbligo di fornire risorse finanziarie addizionali ai PVS, per aiutarli a far fronte al cambiamento climatico e di facilitare il trasferimento di tecnologie amiche del clima dai paesi più avanzati a quelli più arretrati; il secondo, invece, composto dai PVS, che sono soggetti ad obblighi meno stretti dei primi.
Per mettere a punto dei meccanismi atti a garantire il rispetto degli impegni presi alla ratifica della convenzione, le parti si incontrarono prima a Berlino, nel 1995, e poi a Kyoto, nel 1997, adottando dopo lunghi negoziati alla fine dello stesso anno il cosiddetto Protocollo di Kyoto. Qui, i paesi sviluppati si sono trovati concordi nello stabilire che l’onere di limitare gli effetti dell’attività umana sugli equilibri climatici deve ricadere su chi inquina. Anche l’articolo 10 del Protocollo parla di “responsabilità comuni ma differenziate”, sancendo che i paesi industrializzati hanno l’obbligo di provvedere a una riduzione delle emissioni in base al principio di responsabilità storica. Secondo gli impegni assunti, nel periodo 2008-12 le emissioni dovranno essere del 5,2% inferiori rispetto a quelle del 1990 (TARANTOLA, 2009). Il Protocollo di Kyoto consente inoltre lo scambio di permessi negoziabili, giudicati dagli ambientalisti una sorta di compravendita del “diritto ad inquinare”, tra stati in eccesso o in deficit di riduzione.

Paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto (in azzurro) (Fonte: ONU, 2010).
Il Protocollo, comunque, ha dovuto raggiungere la soglia del 55% delle emissioni globali di gas serra per entrare in vigore. Ciò è avvenuto nel 2005 a seguito della ratifica della Russia, dopo molti anni di ostacoli. Oggi il Protocollo è stato ratificato da 186 paesi (vedi figura), esclusi gli USA, maggiori inquinatori mondiali, che non lo hanno ratificato perché giudicato troppo oneroso per la propria economia (in particolare per l’industria petrolifera), assenza che toglie forza e significatività al documento.
I negoziati per il Protocollo di Kyoto, comunque, avevano lasciato aperta la definizione di moltissimi aspetti di primaria importanza ai fini di un concreto raggiungimento dei suoi obiettivi, aspetti che avrebbero dovuto essere affrontati nel corso di negoziati successivi. In particolare non vengono definiti i dettagli operativi relativi al sistema di valutazione del rispetto degli obblighi assunti dai singoli paesi e i provvedimenti da prendersi nei casi di mancato rispetto di tali obblighi (responsabilità penale). Infine, non è affatto chiaro come debba essere trattato il problema della maggiore vulnerabilità dei PVS ai cambiamenti climatici.
Nell’ultimo summit dell’ONU sul clima, tenutosi a Copenaghen nel 2009, queste problematiche sono rimaste insolute, anche se per la prima volta c’è l’impegno americano. Il risultato di un lavoro mastodontico e di una partecipazione mai vista a queste conferenze è un accordo minimo, in 12 punti, non vincolante né a livello politico né legale, che ai più è sembrato solo una lettera di intenti. L’Accordo di Copenaghen insomma si è concluso senza il consenso di tutti i governi, e quindi senza essere ratificato come risultato ufficiale della Conferenza. Tra l’altro il documento non contiene impegni vincolanti per la riduzione delle emissioni, ma solo una serie di impegni volontari da verificare in corso d’opera, né proposte chiare sul come reperire le risorse finanziarie necessarie per le politiche climatiche senza ricorrere ai mercati finanziari o “riciclare” i già scarsi fondi per la lotta alla povertà. Fatti resi ancor più gravi e preoccupanti se si pensa che il Protocollo di Kyoto è ormai quasi in scadenza, infatti non prevede alcun tipo di impegno da parte degli stati dalla fine del 2012.
In pratica, un più sostanzioso accordo è si è mancato a causa della volontà dei PVS, in voce unica tramite il G-77, di veder confermati i punti qualificanti dell’accordo di Kyoto: aiuti finanziari per mitigare gli effetti del cambiamento e l’assicurazione di accesso a energie pulite. La Banca Mondiale parla di 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi poveri ad adattarsi, e attualmente questi corrispondono alla totalità degli aiuti internazionali complessivamente concessi ogni anno dai paesi ricchi. E non tutti i paesi sviluppati intendono dare un cospicuo contributo economico in tal senso. Ma comunque, bisogna dire che già a metà del 2009 erano evidenti la ritrosia degli USA di accettare impegni vincolanti per ridurre le emissioni di gas serra, l’irrigidimento dei PVS nel sostenere la rilevanza e la centralità del Protocollo di Kyoto piuttosto che un suo progressivo indebolimento mirato a soddisfare le richieste di Washington, e l’assoluta assenza dell’UE fortemente divisa sulla questione, che avrebbero creato le premesse per un esito di basso profilo a Copenaghen.
La strada che si terrà a Cancun, in Messico, a fine 2010 è quindi tutta in salita. Tra le varie ipotesi in campo c’è quella i procedere per parti separate e giungere ad un accordo su temi meno critici per poi concentrarsi su quelli più complessi quali appunto quello relativo alle riduzioni delle emissioni di gas serra. Per questo parallelamente al negoziato ufficiale si stanno svolgendo altri incontri informali, come quello del G-8. Infatti, il timore è che l’ostinato rifiuto degli USA a ratificare il Protocollo di Kyoto indurrà anche i PVS a non aderire alle condizioni in esso contenute, e con l’aumento delle emissioni di gas serra da parte di questi paesi, specialmente India e Cina, si porrà nuovamente il problema della sua efficacia (SICURELLI, 2005).
E’ quindi importante raggiungere gli obiettivi di Kyoto, anche se potrebbero risultare non sufficienti a scongiurare del tutto lo scenario catastrofico delineato, infatti da molti autorevoli scienziati è stato giudicato “poco ambizioso”, ma sarebbe comunque un significativo progresso. Kyoto rimane, infatti, agli occhi di molti osservatori il passo più lungo compiuto sulla via dell’istituzione di un sistema di governance globale nel campo della difesa dell’ambiente. Ma c’è comunque il bisogno di imprimere una svolta culturale e politica in un negoziato ancora troppo incentrato sui numeri e sulla scienza e poco sulla giustizia ed equità. Secondo valutazioni dell’OCSE, nel 2050 le emissioni dovrebbero ridursi del 25% rispetto al 2005, un obiettivo che può essere raggiunto solo con il coinvolgimento pieno di tutti i paesi, PVS compresi (BURNIAUX, CHATEAU, DUVAL e JAMET, 2009). Il traguardo da raggiungere è arduo: i costi associati alle riduzioni delle emissioni e le incertezze legate ai benefici di tale riduzione possono agire da freno. Considerando diversi scenari di medio-lungo periodo (entro il 2050), complessivamente i costi di attenuazione delle emissioni varierebbero tra lo 0,2 e il 2,5% del PIL mondiale. I danni economici diretti e indiretti di una crescita della temperatura di 3° oltre i livelli preindustriali ammonterebbero invece a una percentuale del PIL compresa tra l’1 e il 3% (TOL, 2002).
Una possibile strategia per conciliare le esigenze dello sviluppo e la necessità di attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici si fonda sul concetto di adattamento, uno dei cardini del piano di azione di Bali siglato nel 2007. Per adattamento si intende l’insieme delle misure che possono consentire alle popolazioni colpite dai cambiamenti del clima di difendersi dagli effetti più avversi: l’innalzamento dei mari, la maggiore incidenza delle malattie parassitarie, la scarsità d’acqua, le modifiche dell’habitat e i limiti di migrazione delle specie, che potrebbero portare a un significativa perdita di biodiversità. Alcune simulazioni dell’OCSE indicano che qualora le misure di adattamento accompagnassero le misure di riduzione delle emissioni il costo complessivo si ridurrebbe rispetto all’opzione di perseguire solo l’una o l’altra strategia (DE BRUIN, DELLINK e AGRAWALA, 2009).
A tal proposito, nel dopo Copenaghen, l’unico programma che sembra procedere positivamente è quello relativo alla protezione delle foreste tropicali per il quale a Copenaghen sono stati annunciati impegni per 3,5 miliardi di dollari che potrebbero arrivare ad 8 miliardi. L’idea è quella di dare soldi ai paesi tropicali per proteggere le foreste, bloccare la deforestazione, e assicurare che le stesse possano assorbire gas serra.

Silvio Berlusconi a una giornalista, durante la sua visita in Israele, ha dichiarato: “Il muro di Betlemme? Non me ne sono accorto, stavo prendendo appunti e riordinando le idee sulle cose che dovevo dire al presidente Abu Mazen. So di deluderla, me ne scuso”. Inoltre, ha affermato che l’operazione dell’esercito israeliano denominata “Piombo fuso”, condannata dall’ONU per crimini di guerra, è stata legittima.
Intanto, dall’altro capo del mondo, il presidente degli Stati Uniti d’America si accinge ad incontrare il Dalai Lama, nonostante le forti proteste dei loro sempre più forti antagonisti cinesi…

Oggi Google ha ufficialmente dichiarato che non censurera’ piu’ i risultati nella versione cinese del suo sito web.
Personalmente ero rimasto molto deluso dalla decisione, nel 2006, di scendere a patti con il governo cinese pur di mettere in saccoccia i profitti derivanti dalle sue operazioni in Cina, ma oggi Google ha fatto un passo importante, tanto importante da mettere in moto addirittura la Clinton.
Ma perche’ la Clinton si e’ mossa ?
Sulla maggior parte dei media italiani non e’ riportato, ma sul blog ufficiale di Google, dove c’e’ un post che spiega dettagliatamente cosa e’ successo, Google dichiara che non solo sono stati violati alcuni account email di attivisti per i diritti umani in Cina (non solo cinesi, ma anche americani ed europei), ma i cracker che sono riusciti ad oltrepassare la sicurezza di Google hanno anche rubato la loro proprieta’ intellettuale (presumibilmente il codice dell’applicazione GMail, nda). Google aggiunge che i cracker non hanno avuto accesso esclusivamente alla loro proprieta’ intellettuale, ma anche a quella di altre aziende americane nei piu’ disparati settori (finanza, chimica, tecnologia, media).
Il passo compiuto da Google e’ un passo storico e coraggioso, il rischio e’ di dover terminare tutte le loro operazioni in Cina potenzialmente perdendo milioni di clienti ed altrettanti introiti.
Sarebbe bello poter vedere altre multinazionali farsi avanti, vero Microsoft ?
“Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio.” (E.J. Hobsbawn)
Come spesso accade nei meeting multilaterali, l’ultimo vertice ONU tenutosi a Copenaghen sui cambiamenti climatici non ha raggiunto la svolta che si sperava e, soprattutto, che era necessaria. Infatti, si è raggiunto un accordo che non è vincolante nè a livello politico nè a livello legale.
Gli unici aspetti positivi derivano prima di tutto dalla larga partecipazione tra le nazioni, cosa che si traduce finalmente in un’accettazione dell’esistenza del problema. Inoltre, sono state stanziate una quantità di risorse per i paesi in via di sviluppo, e poi, fatto non da poco, c’è un qualche tipo di impegno americano su queste questioni, prima d’ora sempre ignorate dalle amministrazioni Usa.
D’altro canto però, il peggiore fattore negativo è l’assenza di un’imposizione di un target di riduzine delle emissioni, cosa che rende poco più che simbolico l’accordo. Gli unici soddisfatti sono i cinesi, che sono riusciti a spostare le trattative verso la loro posizione, cioè appunto “nulla di vincolante”, mentre la delusione è generalizzata: passa dall’Ue agli Usa e dagli ambientalisti alle Ong.
Tutti gli attori, ed in particolare la Danimarca che presiedeva il vertice, hanno espresso la necessità (almeno così pare) di arrivare ad un accordo vincolante entro la fine del 2010, per invertire la tendenza autodistruttiva dell’attività umana sul pianeta. Certo è, che i continui fallimenti di questi vertici, come ha espresso giustamente la Ue, mostra in maniera sempre più urgente la necessità di una riforma radicale del metodo di lavoro dell’Onu.

«Noi abbiamo lavorato per questo giorno, l’abbiamo tanto atteso»
Helmut Kohl
«Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino.
Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Ich bin ein Berliner»
John Fitzgerald Kennedy
«Chi arriva troppo tardi è punito dalla vita»
Mikhail Gorbaciov
«Il giorno della caduta del Muro fu il giorno della felicità, ma anche il giorno della vergogna. Ma i giovani cancelleranno le ferite del Muro»
Helmut Kohl