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Alla luce di oltre mezzo secolo di storia, quando oggi ci si riferisce all’Europa non si vuole soltanto indicare un’entità geografica ma piuttosto la costruzione di un’identità politica, di un progetto comune, come dimostrato dall’impegno a favore di una Costituzione europea.
L’esito negativo dei referendum sulla Costituzione europea in Francia e nei Paesi Bassi (2005) ha messo in luce la coesistenza in seno all’Unione di stati a “due velocità”: da una parte l’Europa occidentale, il nucleo storico della CEE, che prevede un orizzonte relativamente vicino di unificazione politica; dall’altra la maggioranza dei suoi membri (in primis la Gran Bretagna e i paesi nordici), che proseguiranno gradualmente verso la convergenza delle proprie strutture economico-giuridiche nella cornice europea.
La critica rivolta più spesso, a ragione, all’UE è che gli stati membri sono ancora lungi dal costituire un fronte unico, sul piano diplomatico e politico, rispetto a tematiche decisive per il pianeta come la pace e la stabilità, il terrorismo, le relazioni con gli USA, il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Per di più, nei paesi europei i sistemi di difesa, che continuano ad impersonificare il concetto di sovranità nazionale, restano nelle mani dei governi nazionali e interagiscono unicamente nell’ambito di alleanze come la NATO. Inoltre, il Trattato di Lisbona segnala chiaramente che la NATO è il quadro nel quale si organizza la difesa europea, e con questo gli USA sono riusciti ad ottenere l’obiettivo che avevano sempre avuto con l’aiuto della Gran Bretagna, cioè di legare i paesi europei in un solo blocco politico-militare dominato da loro.
Crisi istituzionale, competizione commerciale e diversità dei sistemi di alleanze internazionali hanno operato negli anni ’90 più nel senso della divergenza tra le strutture economiche dei paesi membri che in quello della convergenza, determinando negli ultimi anni una sostanziale battuta d’arresto del processo di integrazione. Vi ha concorso anche il bilancio, non entusiastico, dei primi anni di funzionamento della moneta unica, l’euro, che ha contribuito ad una crescita limitata e troppo vicina allo zero e all’aumento della disoccupazione, tendenze aggravate dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008.
In particolare la crisi che travolse l’economia della Grecia nel 2009 ha mostrato un’assenza di strumenti di intervento e di salvataggio, oltre che di controlli, da parte degli altri stati membri, rendendo necessario anche l’intervento del FMI. Ciò ha messo in pericolo la stabilità dell’euro, generando il rischio di un “effetto domino”, e della stessa UE, mostrando un sistema “a due velocità” in cui i grandi paesi, guidati dalla Germania, esercitano più controllo sui piccoli. A seguito di tale crisi alcuni politici ed economisti hanno proposto l’istituzione di un Fondo monetario europeo che disegni e faccia funzionare programmi di assistenza, nonché di controllo, per i paesi dell’eurozona in difficoltà. Per quanto però questa possa essere una buona idea, è duro immaginare come idee ambiziose come questa possano essere realizzate senza cambiamenti sostanziali nei trattati.
Figura – Indice di competitività delle principali economie dell’UE e di alcune delle principali economie mondiali nel 2010. Tra parentesi è indicata la posizione nella graduatoria mondiale (Fonte: IMD, 2010).
In più, oggi, incombono sull’Europa i problemi della competizione economica con le zone emergenti dell’emisfero americano e con l’Asia orientale, animata dal dinamismo delle economie di recente sviluppo (in primo luogo la Cina costiera) e dai capitali giapponesi e del sud-est asiatico. Per garantire la crescita economica e far fronte alla concorrenza delle grandi economie mondiali, i paesi europei, il cui peso demografico è in costante diminuzione su scala mondiale, devono restare uniti. Nessuno stato membro dell’Unione è sufficientemente forte per lanciarsi da solo sul mercato globale (vedi Figura). Il mercato unico europeo rappresenta una piattaforma fondamentale grazie a cui le imprese europee possono competere efficacemente sui mercati mondiali.
A proposito di ciò, gli stati dell’UE per massimizzare la loro influenza sulla scena internazionale si esprimono come un’unica entità nei negoziati con i loro partner commerciali: infatti l’UE è membro a tutti gli effetti dell’OMC assieme agli stati che la compongono, e questo in virtù del fatto che il Trattato di Roma del 1957 le ha attribuito una competenza esclusiva in materia di politica commerciale con l’effetto di escludere quasi totalmente la possibilità per gli stati europei di condurre un’azione autonoma in materia commerciale. Ciò le ha permesso di avere nell’organizzazione un ruolo più importante di quello che avrebbero avuto i singoli paesi, un ruolo quasi paritetico a quello degli USA (PARENTI, 2002). In tale ottica l’UE dovrebbe presentare sempre più spesso posizioni comuni dinanzi a tutti gli organismi internazionali, anche dell’ONU, compreso il Consiglio di Sicurezza, e un miglior coordinamento all’interno delle istituzioni finanziarie internazionali, per giungere infine ad una rappresentanza unificata dell’UE, o della “zona euro”.
Dal punto di vista puramente economico, nel corso degli ultimi vent’anni l’area dell’UE ha sperimentato un significativa convergenza tra paesi e regioni in termini di grado di sviluppo e livello di reddito pro-capite. Nonostante questi forti progressi, tra i paesi europei, e ancor più tra le regioni, permangono però sostanziali disparità nel reddito, accentuate ulteriormente dall’entrata nell’Unione dei paesi dell’est Europa dove però risulta comunque in atto un processo di convergenza. Ma questi processi di convergenza non saranno né rapidi né automatici: le politiche di spesa comunitarie, accompagnate però da adeguate politiche economiche nazionali e da un contesto internazionale favorevole, assumono un’importanza cruciale, sia sotto forma di investimenti, soprattutto infrastrutturali, che di spesa sociale, come dimostrano le passate esperienze di Irlanda e Spagna. Proprio in quest’ottica si ritiene, a ragione, che l’economia europea abbia un notevole potenziale di sviluppo grazie alla presenza al suo interno di stati di recente ingresso caratterizzati da economie meno avanzate.
La nascita dell’euro era stata accompagnata da forti aspettative, tuttavia le attese finanziarie non hanno avuto l’esito sperato sull’economia reale: lo sviluppo è ancora modesto e la disoccupazione è elevata. Come è vero che «l’Unione monetaria europea sarà certamente ricordata dagli storici come uno dei più concreti risultati della strategia di integrazione politica tra stati» (PETROVICH, 2000), è altrettanto vero che «è arduo pensare di mantenere in vita una moneta unica senza una politica fiscale comune» (RIZZI, 1998). Infatti, ad oggi, l’Unione monetaria europea non pare essere supportata da un buon meccanismo di coordinamento delle politiche fiscali e molti europeisti ritengono che essa sia monca, mancando di un certo grado di centralizzazione proprio della politica fiscale e una più ampia autonomia impositiva (IAPADRE e MASTRONARDI, 2007). L’introduzione della moneta unica è stata sicuramente, come più volte detto, un grande risultato, ma tuttavia ha ridotto gli strumenti a disposizione degli stati nazionali, che possono fissare obiettivi contrastanti, ed ha affidato tali strumenti ad un’autorità centrale che non è in grado di fissare obiettivi sovranazionali. L’Europa si deve ormai far carico di essere un’area monetaria e di avere quindi una sua politica economica e una sua strategia di crescita. L’economia è stata una tecnica di governo importante: la razionalità economica ha convinto gli stati europei a compiere quei passi determinanti verso la costruzione dell’odierna UE. «L’economia ha forzato la politica. La politica si è autoimposta prevalentemente obiettivi economici» (PETROVICH, 2000). I passi da fare non sono terminati, e oggi più che mai, vanno fatti in senso politico, più che economico.
Infatti, per uscire dalla crisi finanziaria e dalla sua patologica “quasi stagnazione economica”, l’Europa dovrebbe essere più ambiziosa, inaugurare cioè una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica: investire ed implementare una nuova politica industriale basata su produzione ad alta tecnologia e capitale umano, accompagnare maggiormente alla strategia del “rigore” strategie di “coesione”, specialmente sociale, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, ed infine, la sfida dell’UE non può prescindere da una continua evoluzione delle istituzioni comuni.
Per quanto riguarda la visione di un’Europa unita, come detto anche precedentemente, il testo della proposta Costituzione Europea, sforzo più ambizioso in tal senso, è stato criticato da più parti: i federalisti insistevano sulla mancanza di riforme in senso pienamente federale, mentre gli euroscettici temevano una presenza ancora più ingombrante dell’Unione. L’odierno Trattato di Lisbona, non colma il deficit di senso dell’UE, che rimane un progetto di potenza da definire.
La concezione tradizionale ravvisa nelle comunità una semplice unione internazionale di stati, sia pure con caratteri distintivi e diversi rispetto alle precedenti esperienze di rapporti tra stati. La visione federalista sottolinea invece nel processo di integrazione europeo le strutture volte alla creazione di uno stato sovranazionale, in grado di decidere obiettivi anche contro i singoli stati precedenti, e considera le comunità come enti federali (PETROVICH, 2000). Altri, infine, muovendo dall’originalità e dall’autonomia proprie di queste comunità, le configura come enti di origine internazionale, a carattere istituzionale e a formazione progressiva. La corte di giustizia, in due fondamentali sentenze (sent. 5 febbraio 1963, e sent. 15 luglio 1964), ha osservato che il trattato CEE va al di là di un accordo che si limiti a creare obblighi reciproci fra gli stati contraenti ed è diverso dai comuni trattati internazionali.
Ha quindi preso corpo la valorizzazione del concetto di sovranazionalità, per indicare nelle Comunità europee una associazione di stati sovrani, dotata di propria autonomia, di propri poteri, di un ordinamento giuridico indipendente dagli stati membri, e alla quale, nelle materie dichiarate di competenza, sono soggetti sia gli stati sia i singoli cittadini.
Le Comunità europee però, anche considerate unitariamente come sistema istituzionale originale e distinto rispetto alle organizzazioni internazionali classiche, non costituiscono ancora uno stato federale, poiché difettano della competenza esclusiva e del potere di ampliare la propria capacità con autonome e sovrane decisioni. L’UE si configura dunque come un’originale organizzazione sovranazionale in cui le stesse cittadinanze dei singoli stati conservano un ruolo specifico e distinto, sia pure in rapporto di complementarietà con l’ordinamento comunitario.
Infatti, mentre gli obiettivi dell’integrazione economica e monetaria sono perseguiti in un quadro istituzionale dove assumono una grande importanza le politiche e le azioni comuni gli obiettivi del secondo e terzo pilastro (PESC, e giustizia e affari interni) vengono perseguiti mediante la cooperazione a livello intergovernativo e col ricorso generalizzato all’unanimità in sede di consiglio (nonché affiancato al sistema NATO), data la resistenza degli stati membri a delegare ad organi europei competenze nazionali delicate, cosa che lascia ad ogni stato una forma di “veto”.
Inoltre, alla luce della prospettiva di ulteriori allargamenti, con più di 30 stati membri la capacità dell’Unione di funzionare secondo i principi fondamentali dei trattati sarà messa a dura prova. Le procedure decisionali dovranno essere interamente riviste per evitare la paralisi e permettere all’Unione di mantenere la propria capacità d’azione. Gli interessi a breve termine facilmente comprometteranno le priorità a lungo termine. Qualsiasi riforma dell’attuale sistema deve garantire la pluralità ed il rispetto delle differenze, che costituiscono la maggiore ricchezza delle nazioni europee, ma deve radicalmente investire il processo decisionale, semplificandolo: potrà funzionare solo un sistema politico e giuridico basato sul voto di maggioranza, diventando così sempre meno intergovernativo e sempre più sovranazionale, e su controlli ed equilibri (checks and balances).
L’Europa fin dal secondo dopoguerra ha saputo ritrovare le vie di un risveglio europeo, nonostante tante occasioni perdute e ritardi, che di per se può dare nuovamente al vecchio continente un ruolo di protagonista nella attuale situazione mondiale (ORSELLO, 1996). Se le nazioni europee vogliono riconquistare l’antico ruolo negli affari mondiali esse devono essere in grado di parlare con una sola voce e di disporre di risorse e di un capitale umano paragonabili a quelli degli USA (CAMERON e NEAL, 2005).
E’ evidente che la prospettiva per l’Europa che si unisce, si allarga e, dunque, si rafforza non può limitarsi alle aspirazioni, alle tendenze ideali e ancora una volta alla grande utopia: occorre fare i conti con la realtà e considerare i problemi nella loro entità e nella possibilità concreta di una loro soluzione (ORSELLO, 1996). «Se i traguardi raggiunti erano del tutto insperati qualche decennio fa, i traguardi futuri in un contesto mondializzato e conflittuale richiederanno valenze politiche ben più impegnative e sintesi culturali certamente molto più aggreganti» (PETROVICH, 2000). I sostenitori dell’unità europea avevano in mente molto più che un semplice mercato comune o un’unione doganale (CAMERON e NEAL, 2005).
Uniti, gli europei potrebbero mutare le sorti del mondo. Divisi, finiranno per subire le decisioni dei paesi più forti. Si deve essere perciò consapevoli che la tappa successiva della costruzione europea sarà la federazione basata su una costituzione democratica, magari a seguito di talune accelerazioni consentite agli stati più avanzati e più impegnati nel processo unitario e federale. E’ questo l’appuntamento che attende l’Europa nel nuovo secolo (ORSELLO, 1996).
NOTE:
CAMERON R. e NEAL L. (2005), Storia economica del mondo: dal XVIII secolo ai giorni nostri, vol. 2, Il Mulino, Bologna
IAPADRE L. e MASTRONARDI G. (2007), Lezioni di economia dell’integrazione europea, Università degli studi dell’Aquila, L’Aquila
ORSELLO G. P. (1996), L’Unione Europea, Newton and Compton, Roma
PARENTI A. (2002), Il WTO, Il Mulino, Bologna
PETROVICH G. (2000), Teorie economiche e politiche di integrazione europea: riflessioni sulla strategia dei trattati, Università di Venezia, Venezia
RIZZI I. (1998), Il futuro della nazione, Stampa Inedita, Milano
La nascita di un numero crescente di organizzazioni internazionali è una caratteristica tipica della storia successiva alla Seconda guerra mondiale. La ricostruzione delle relazioni internazionali fu fortemente segnata da alcuni fattori storici e politici che favorirono l’ideale di un sistema regolato da istituzioni al di sopra dei singoli stati nazionali. L’esperienza tragica del ventennio 1925-1945 fu imputata soprattutto alla mancanza di una chiara comprensione dei fenomeni di interdipendenza tra i paesi, e alla mancanza di sedi e strumenti adeguati per superare i conflitti d’interesse attraverso politiche di cooperazione.
Uno dei presupposti di questa “svolta” è stato l’emergere di valori fondamentali comuni e la diffusione di regole di agire politico basate sui principi della democrazia: la rinuncia di ciascuno stato alla gestione autonoma delle materie demandate agli organismi internazionali ha come corollario il principio che, rispetto agli stessi organismi, anche tutti gli altri stati rappresentati si astengano dal prendere decisioni separate.
In quest’ambito, «una delle caratteristiche principali del quadro economico internazionale odierno è costituito dalla presenza concomitante di esperienze di liberalizzazione degli scambi tra paesi a molteplici livelli, e segnatamente a livello globale, da un lato, e a livello regionale dall’altro. Accade così che un paese si trovi al contempo a partecipare a forme di integrazione economica internazionale differenziate, talvolta fra loro sovrapposte» (PRAUSSELLO, 2006).
Nel complesso, la tendenza di lungo periodo alla liberalizzazione degli scambi a livello mondiale associata alla globalizzazione sembra coesistere con l’aumento delle esperienze di liberalizzazione a livello regionale, in forma di accordi commerciali preferenziali, o di accordi di integrazione regionale (PRAUSSELLO, 2006).
Comunque, «il regionalismo, inteso come la tendenza di un certo numero di paesi a liberalizzare parzialmente o totalmente il commercio tra di loro ha una storia relativamente lunga» (GRILLI e SASSOON, 1997). Il regionalismo, infatti, ha continuato ad espandersi dopo la Seconda guerra mondiale nonostante l’emergere di un sistema di relazioni commerciali ordinato su base multilaterale e sulla base di principi guida quali la non discriminazione e la reciprocità, incastonati nell’Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT) entrato in vigore nel 1947. Si pensi che nel 1994 (anno di fondazione dell’OMC) quasi tutti i 115 paesi allora membri del GATT erano al tempo stesso membri di almeno un accordo commerciale preferenziale avente base regionale (GRILLI e SASSOON, 1997).
La tendenza al regionalismo nelle relazioni commerciali non è stata però uniforme nel tempo. Iniziato su larga scala in Europa occidentale con la costituzione della Comunità Economica Europea (CEE) nel 1957, un’unione doganale che aveva come obiettivo finale la creazione di un mercato comune tra i paesi membri, il regionalismo ha avuto seguito nella stessa regione con la creazione dell’Area di Libero Scambio Europea (EFTA) tra un altro gruppo di paesi europeo occidentali nel 1960. Esso poi si è diffuso rapidamente anche ai PVS, prima in America Latina, poi in Medio Oriente e Africa. L’Asia, invece, rimase relativamente immune da queste influenze e nessuna tendenza verso l’integrazione regionale è emersa in questo periodo: infatti, i paesi asiatici fino alla prima metà degli anni ’60 rimasero o orientati verso l’interno e relativamente chiusi (come Cina e India), o adottarono strategie di crescita basate sulle esportazioni su scala mondiale (come i paesi del Sud-Est asiatico), badando soprattutto ai mercati dei paesi industrializzati (GRILLI e SASSOON, 1997).
Quindi, «il regionalismo nella sua prima fase è stato di tipo Nord-Nord o di tipo Sud-Sud, e concentrato su obiettivi prettamente commerciali. In pratica solo i paesi CEE iniziarono un vero e proprio processo di integrazione regionale avente scopi che andavano al di là della liberalizzazione commerciale tra i membri, cioè politici: quella di assicurare la pace e la coesione politica dell’Europa continentale, profondamente intaccate dalle due guerre mondiali e minacciate negli anni ’50 dall’URSS. C’è stato forse anche un impulso culturale mirante alla conservazione dell’identità europea in un periodo in cui il vecchio continente stava perdendo la sua supremazia economica e politica nel mondo» (GRILLI e SASSOON, 1997).
«Le motivazioni che invece sono state alla base degli accordi regionali sul commercio raggiunti nel tempo tra PVS sono state più di tipo economico che politico: erano spinti cioè da un forte desiderio di svilupparsi velocemente, ed entusiasmati dalle prospettive di strategie di industrializzazione basata sulla sostituzione delle importazioni con produzione domestica. Ma i PVS avevano un altro chiaro obiettivo da perseguire con il regionalismo: aumentare il loro potere contrattuale (e le ragioni di scambio) di gruppo nei confronti dei paesi industrializzati» (GRILLI e SASSOON, 1997).
Questa, che possiamo chiamare la prima fase del regionalismo, terminò nei primi anni ’70. Al di fuori dell’Europa il regionalismo venne prima a perdere slancio e successivamente ad arenarsi, nessuno di questi accordi aveva sensibilmente contribuito allo sviluppo (IAPADRE e MASTRONARDI, 2007). In Europa, invece, non solo si verificò una prima espansione della CEE nel 1975, ma continuò anche il processo di trasformazione dell’unione doganale in mercato comune a livello europeo. In altre parti del mondo, tuttavia, il regionalismo rimase virtualmente inesistente a livello di politica economica generale o commerciale. I paesi chiave dell’area nordamericana e asiatica, USA e Giappone, continuarono infatti a mostrare una forte inclinazione verso relazioni commerciali a tutto campo, ossia a dimensione globale (GRILLI e SASSOON, 1997).
Il secondo fiorire del regionalismo si è manifestato piuttosto rapidamente, ed inaspettatamente, nella seconda metà degli anni ’80, sempre tra i paesi industrializzati, ma stavolta nel Nord America. Prima ci fu la creazione dell’Area di libero scambio USA-Canada nel 1988 e successivamente, nel 1992, l’Associazione di Libero Scambio del Nord America (NAFTA) tra USA, Canada e Messico. Poi il processo è continuato nel sud dell’emisfero occidentale dove sono sorti l’Area di libero scambio Argentina-Brasile nel 1990 e il Mercato Comune del Cono Sud (MERCOSUR) tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay nel 1991, è stato ripristinato il Patto Andino nel 1990 e rinnovato il Mercato Comune Centro Americano nel 1990. Importanti manifestazioni di questa rinascita ci sono state anche nel Nord Africa con la costituzione nel 1969 dell’Unione del Maghreb Arabo (UMA), e nella regione asiatica del Pacifico, area fino ad allora non toccata da iniziative di integrazione preferenziale, dove sono sorti improvvisamente numerosi progetti per accordi economici e commerciali di vario raggio, come la Comunità Economica dell’Asia dell’Est (EAEC) (GRILLI e SASSOON, 1997).
La seconda fase del regionalismo è stata così caratterizzata sia dall’esplosione del fenomeno dall’Europa al Nord America e a parti importanti dell’Asia, che dalla tendenza a formare su base regionale gruppi commerciali comprendenti sia paesi industrializzati che PVS (GRILLI e SASSOON, 1997). «Il regionalismo si inserisce prepotentemente nelle strategie commerciali, diventando un elemento costitutivo del processo di apertura degli scambi. Inoltre, l’integrazione, sull’esempio dei successi europei, tende ad approfondirsi sempre di più, anche con la rivisitazione di vecchi accordi» (IAPADRE e MASTRONARDI, 2007).
«Gli accordi regionali degli ultimi anni, oltre ad essere di tipo Nord-Sud e ad assomigliare ad una nuova ondata a causa del loro numero e della loro rapida successione, sembrano anche essere nati per motivi differenti rispetto a quelli degli accordi che li hanno preceduti. […] Di fatto, si può notare come in aggiunta al commercio di beni, molti dei nuovi accordi regionali siano stati estesi a quello dei servizi, al trattamento degli investimenti, come pure agli standard ambientali, obiettivi questi mancanti nella maggior parte dei vecchi accordi, tutti o quasi incentrati sulla liberalizzazione del commercio tra membri» (GRILLI e SASSOON, 1997).
La ricerca di spiegazioni non tradizionali per questo nuovo fiorire di accordi regionali ha fatto pensare a taluni che questi potessero essere stati concepiti come progetti di default (il cosiddetto “regionalismo difensivo”), da realizzare in caso di fallimento del GATT (come nel caso del NAFTA), oppure come tentativi di ottenere vantaggi nelle ragioni di scambio derivanti dall’uso strategico della forza di gruppo, o infine come un altro modo per assicurarsi l’accesso a mercati geograficamente prossimi, e quantitativamente dominanti, minacciato dall’aumento nelle discriminazioni non tariffarie effettuate dai paesi o gruppi di paesi che li costituivano (tendenza prevalente tra i paesi piccoli) (GRILLI e SASSOON, 1997).
Oggi, seppur con continue, ma di varia natura, battute di arresto, «il regionalismo è diventato una tendenza chiave nelle relazioni commerciali tra stati. […] E sembra essere di nuovo in ascesa» (GRILLI e SASSOON, 1997). Le organizzazioni internazionali regionali rappresentano oggi il terreno dove si strutturano concretamente i processi della globalizzazione, a conferma del carattere frammentato dell’attuale sistema-mondo. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad una loro fortissima crescita: si pensi che nei soli anni 2005 e 2006 sono stati ratificati ben 55 accordi, questa tendenza alla forte crescita è motivata anche dal lungo stallo in cui versano i negoziati in sede OMC dal 1999. A causa proprio di ciò si parla oggi di “proliferazione degli accordi regionali” (quest’aumento è ancor più marcato per gli accordi di tipo Nord-Sud e Sud-Sud), anche se la tendenza odierna è guidata sempre più da strategie politiche o considerazioni economiche non legate più a dinamiche regionali (Fig.1).
Figura n. 1 – Numero di accordi di integrazione regionale notificati al GATT-OMC cumulativamente dal 1950 al 2009 (Fonte: OMC, 2010).
Inoltre, va detto che oggi gli accordi hanno contenuti diversi, cioè, ad esempio, alcuni prevedono la liberalizzazione del commercio dei beni ed altri quella dei servizi, e la stragrande maggioranza, circa l’84%, sono Accordi di Libero Scambio (Fig.2), cioè hanno un livello di integrazione basso in modo da rispondere all’esigenza dei paesi di conservare la propria autonomia commerciale e politica, inoltre molto spesso hanno natura bilaterale e sono accordi relativamente veloci da concludere e rispondono a mere esigenze di accesso a nuovi mercati strategici. Tutto l’opposto accade nel caso delle Unioni Doganali, molto meno diffuse, dove molto spesso c’è un progetto che va al di là della conclusione di un semplice accordo commerciale ma riflette la volontà di integrazione politica tra paesi geograficamente confinanti, ed infatti prevede la perdita dell’autonomia dei paesi membri nel gestire la propria politica commerciale, da ciò ne deriva una maggiore complessità nella negoziazione.
Figura n. 2 – Tipologia di accordi regionali in vigore nel 2006: Aree di Libero Scambio (in blu), Unioni Doganali (in rosso), e Accordi di Commercio Preferenziale (in verde) (Fonte: OMC, 2008).
NOTE:
GRILLI E. e SASOON E. (1997), Regionalismo e multilateralismo negli scambi mondiali, Il mulino, Bologna
IAPADRE L. e MASTRONARDI G. (2007), Lezioni di economia dell’integrazione europea, Università degli studi dell’Aquila, L’Aquila
PRAUSSELLO F. (2006), Rapporti fra multilateralismo e regionalismo economico, AUSE, Pavia
Il 14 voto di fiducia al governo.
Voto alla Camera o al Senato?
Cade?
Non Cade?
Mercato delle vacche, radicali, Calearo e il deputato qualunque.
Berlusconi bis?
Draghi?
Montezemolo?
Elezioni subito o governo tecnico?
Fini: no al ribaltone, terzo polo o alleanza democratica?
Udc: Pd o Pdl…il flirt continua?
Nun ve reggae più!!!
La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), più nota come Banca Mondiale, è un organismo internazionale dell’ONU, istituita nel 1945, insieme con il FMI, a seguito dell’entrata in vigore degli accordi della conferenza di Bretton Woods. Ad oggi ha 184 paesi membri e condizione irrinunciabile per l’adesione è l’appartenenza al FMI, di cui essa è un braccio operativo. Il suo scopo originario era quello di finanziare la ricostruzione e lo sviluppo nei paesi coinvolti nella Seconda guerra mondiale, ma successivamente lo scopo è stato allargato al finanziamento dei PVS tra gli stati membri, solitamente in cambio dell’adozione di politiche liberiste. Inoltre, anni dopo si è trasformata in un gruppo, infatti oggi è un insieme di quattro istituzioni finanziarie internazionali.
In base all’atto istitutivo, la BIRS favorisce la ricostruzione lo sviluppo dei territori dei paesi membri facilitando l’investimento di capitale a scopi produttivi; promuove l’investimento privato estero, fornendo garanzie o partecipando a prestiti; integra l’investimento privato, erogando, a condizioni più favorevoli di quelle di mercato, risorse finanziarie da destinare a scopi produttivi. Il funzionamento della banca è assicurato dai versamenti delle quote a carico dei paesi membri.
Attualmente le attività della BIRS sono focalizzate sul finanziamento di lungo termine dei paesi in via di sviluppo in campi quali l’educazione, l’agricoltura e l’industria, tramite garanzie ed assistenza tecnica volte ad implementare politiche di riduzione della povertà. La BIRS chiede in contropartita, ai paesi beneficiari, l’attuazione di misure politiche tese, oltre che alla limitazione della corruzione ed al consolidamento della democrazia, alla crescita economica in termini di PIL e all’apertura di canali commerciali stabili con l’estero. Inoltre, la Banca Mondiale si è adoperata affinchè buona parte del suo personale viva stabilmente nel paese che sta cercando di aiutare, a differenza del FMI che ha di solito un solo rappresentante residente i cui poteri sono limitati (STIGLITZ, 2002).
Gli obiettivi della BIRS hanno subito nel corsi degli anni un’evoluzione: essa ha, infatti, di recente messo l’accento sulla riduzione della povertà (con l’abbandono dell’obiettivo unico della crescita economica) favorendo inoltre la creazione di piccole imprese. Ha poi sostenuto l’idea che l’acqua potabile, l’educazione e lo sviluppo sostenibile siano tra i fattori essenziali per la crescita economica ed ha cominciato ad investire massivamente in progetti riguardanti tali temi. In risposta alle critiche rivoltele dalle ONG la BIRS ha adottato tutta una serie di politiche in favore della salvaguardia dell’ambiente ed in ambito sociale, mirando ad assicurarsi che i progetti finanziati non aggravassero la sorti delle popolazioni dei paesi aiutati. A dispetto di tali politiche la BIRS è spesso stata criticata dalle ONG per non aver lottato efficacemente contro la povertà e per aver trascurato gli aspetti sociali ed ambientali nei propri progetti.
Tecnicamente la BIRS è parte dell’ONU ma la struttura direzionale della Banca differisce da quella dell’ONU: ciascuna delle istituzioni facenti parte del gruppo ha, infatti, come “azionisti” i governi dei paesi membri dell’istituzione stessa, come sottoscrittori delle quote di capitale, i cui voti sono proporzionali alle quote azionarie possedute nell’istituzione. La partecipazione come paese membro assicura, infatti, un certo numero di diritti di voto uguali per tutti i paesi ma ulteriori diritti di voto vengono attribuiti in dipendenza dai contributi finanziari del paese membro all’organizzazione partecipata. Come risultato di tale suddivisione, la BIRS, come anche il FMI, sono controllati principalmente dai paesi occidentali tramite un diritto di veto di fatto, mentre i paesi dove tali istituzioni operano sono stati e sono quasi esclusivamente PVS. E i critici a tal proposito sostengono che una diversa struttura organizzativa potrebbe garantire una maggiore attenzione ai bisogni dei paesi beneficiari.
L’accusa rivolta alla BIRS è quella di essere uno strumento degli USA o dell’occidente in generale per imporre ai paesi beneficiari politiche economiche a supporto o ad esclusivo beneficio degli interessi occidentali. Effettivamente riforme di mercato in senso liberale come quelle sistematicamente sostenute dalla Banca si sono spesso dimostrate dannose allo sviluppo economico e all’ambiente e, se corrette, troppo velocemente implementate ovvero attuate nell’ordine sbagliato in un contesto non adeguato (quale, appunto, quello di un’economia debole o non competitiva come spesso è il caso delle economie dei paesi in via di sviluppo nelle quali si concentrano le operazioni della Banca).
La BIRS viene poi criticata da coloro che si oppongono a quella che viene chiamata globalizzazione “neocoloniale”, sostenendo che gli interventi strutturali sull’economia operati dalla banca per favorire la liberalizzazione economica dei mercati ledono la sovranità nazionale in tali paesi, tendendo a sminuire il necessario ruolo dello stato nell’economia.
Un’ulteriore critica è, infatti, quella che la BIRS basi le proprie politiche essenzialmente sul principio del neoliberismo che postula che il libero mercato, lasciato a se stesso, trovi il proprio equilibrio naturale, apportando ricchezza e prosperità alle nazioni che praticano la libera concorrenza. In quest’ottica le riforme di stampo neoliberista non sempre sono proficuamente attuabili in nazioni nelle quali vi sono conflitti o che abbiano sperimentato lunghi periodi di oppressione e che quindi non abbiano un sistema politico democratico e sufficientemente stabile. In questo caso il timore espresso da chi non vede di buon occhio questo tipo di globalizzazione è quello che le politiche messe in atto dalla BIRS favoriscano l’insediamento di imprese straniere a scapito dell’economia locale.
Di contro, infine, i fautori dell’economia liberista criticano l’esistenza stessa di tale organismo, un organismo che, secondo tale posizione, costa caro ai contribuenti senza, però, portare a risultati certi; un organismo di stampo puramente politico che rappresenta la negazione della capacità intrinseca del mercato di autoregolarsi.
Gli interventi strutturali della Banca Mondiale e dei singoli stati per ridurre la povertà dovrebbero essere rafforzati senza subordinarli a condizioni astratte imposte dall’esterno che non tengono conto delle peculiarità istituzionali e culturali locali e trascurano la necessaria partecipazione attiva della popolazione residente (VERCELLI e BORGHESI, 2008). In tal senso bisognerebbe passare dalla “condizionalità” alla “selettività”, aiutando i paesi che si dimostrano affidabili a scegliere autonomamente le strategie di sviluppo che preferiscono. Anche se è strettamente necessario anche che i PVS si dotino di governi efficaci, caratterizzati da poteri giudiziari forti ed indipendenti, e pronti rispondere democraticamente del loro operato, svincolandosi da una soffocante corruzione che troppo spesso li compromette (STIGLITZ, 2002). Infatti, proprio studi della BIRS mostrano che gli aiuti allo sviluppo sono inefficaci nel ridurre la povertà in paesi che non migliorano le proprie politiche, e lo stesso vale per altre forme di finanziamento (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). Inoltre, una riforma della Banca Mondiale dovrebbe andare, tra le altre cose, nella direzione di svincolare l’erogazione degli aiuti allo sviluppo dai capricci delle politiche nazionali dei paesi industrializzati (STIGLITZ, 2002). «La BIRS dovrebbe concentrarsi sulla produzione di beni pubblici globali, quali la ricerca di trattamenti adeguati per le malattie, la protezione delle risorse ambientali, programmi per l’agricoltura, lo sviluppo delle competenze di gestione e regolamentazione e le infrastrutture trasfontaliere, ed inoltre, agire come centro di assistenza tecnica per le banche di sviluppo dei PVS. Inoltre, invece che prestiti, la BIRS dovrebbe limitarsi ad offrire sovvenzioni ai PVS che non hanno accesso ai mercati dei capitali privati» (BONAGLIA e GLODSTEIN, 2008).
In generale, comunque, il modo migliore per far sì che le istituzioni economiche internazionali siano più sensibili alle esigenze dei poveri, all’ambiente e alle tematiche politiche e sociali di interesse generale è quello di operare con una maggiore trasparenza. Essa è ancora più importante in istituzioni pubbliche come il FMI, la BIRS e l’OMC perché i loro leader non sono eletti dai cittadini. Se le delibere fossero pubbliche, i giudizi e le pressioni più tempestive dell’opinione pubblica potrebbero forse sensibilizzare queste persone nei confronti di certe tematiche d’interesse generale, oppure forzare i tempi di una riforma del processo di giudizio. La segretezza, infatti, garantisce ai funzionari di governo quella discrezione su cui non dovrebbero contare per curare tutta una serie di interessi particolari e coprire errori (STIGLITZ, 2002).
Su questo piano dal 1993 la BIRS, sotto la spinta dei movimenti no global e di gruppi digressione, si è dotata di un Control Panel per attivare delle procedure di controllo della trasparenza e per la verifica di eventuali violazioni delle regole relative alla concessione di crediti e prestiti. Quest’organo può essere attivato, su richiesta di più persone vittime della presunta violazione.
NOTE:
BONAGLIA F. e GOLDSTEIN A. (2008),Globalizzazione e sviluppo: due concetti inconciliabili? Quattro luoghi comuni da sfatare, Il Mulino, Bologna
STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino
VERCELLI A. e BORGHESI S. (2008), Global sustainability: social and enviromental conditions, Palgrave Macmillan, New York
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è, insieme alla Banca Mondiale, un’organizzazione parte delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione. Nato nel 1946, si configura anche come Istituto specializzato delle Nazioni Unite, e ad oggi conta 186 stati membri.
Secondo l’Accordo Istitutivo gli scopi del FMI sono: promuovere la cooperazione monetaria internazionale; facilitare l’espansione del commercio internazionale; promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive; dare fiducia agli stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti. Ed in particolare dovrebbe regolare la convivenza economica e favorire lo sviluppo del sud del mondo. Il FMI si basa sulla convinzione che per raggiungere la stabilità economica fosse necessaria un’azione collettiva a livello globale, così come l’ONU era stato fondato sul presupposto che occorresse un’azione collettiva a livello globale per garantire la stabilità politica (STIGLITZ, 2002).
Il FMI dispone di un capitale messo a disposizione ei suoi membri e il voto all’interno dei suoi organi è ponderato a seconda della quota detenuta. Questo fa sì che, considerato che per prendere le decisioni più importanti sono necessarie maggioranze molto alte (i due terzi o i tre quarti dei voti) gli USA e il gruppo di principali paesi dell’UE si trovano ad avere di fatto un potere di veto. Ciò è vero specialmente nel Consiglio Esecutivo, organo più importante del Fondo, dove tra l’altro sono membri permanenti i cinque stati che detengono la quota maggiore (USA, Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna) (vedi Tabella).
| Membro del FMI | Quota | Percentuale quota | Voti | Percentuale voti |
| USA | 37149,3 | 17,09 | 371743 | 16,79 |
| Giappone | 13312,8 | 6,13 | 133378 | 6,02 |
| Germania | 13008,2 | 5,99 | 130332 | 5,88 |
| Francia | 10738,5 | 4,94 | 107635 | 4,86 |
| Gran Bretagna | 10738,5 | 4,94 | 107635 | 4,86 |
| Cina | 8090,1 | 3,72 | 81151 | 3,66 |
| Italia | 7055,5 | 3,25 | 70805 | 3,20 |
| Arabia Suadita | 6985,5 | 3,21 | 70105 | 3,17 |
| Canada | 6369,2 | 2,93 | 63942 | 2,89 |
| Russia | 5945,4 | 2,74 | 59704 | 2,70 |
| Paesi Bassi | 5162,4 | 2,38 | 51874 | 2,34 |
| Belgio | 4605,2 | 2,12 | 46302 | 2,09 |
| India | 4158,2 | 1,91 | 41832 | 1,89 |
| Svizzera | 3458,5 | 1,59 | 34835 | 1,57 |
| Australia | 3236,4 | 1,49 | 32614 | 1,47 |
| Messico | 3152,8 | 1,45 | 31778 | 1,43 |
| Spagna | 3048,9 | 1,4 | 30739 | 1,39 |
| Brasile | 3036,1 | 1,4 | 30611 | 1,38 |
| Corea del Sud | 2927,3 | 1,35 | 29523 | 1,33 |
| Venezuela | 2659,1 | 1,22 | 26841 | 1,21 |
| Svezia | 2395,5 | 1,1 | 24205 | 1,09 |
| altri 165 stati | 60081,4 | 29,14 | 637067 | 28,78 |
Tabella – Quote (in milioni di DPS, diritti speciali di prelievo) e voti nel FMI (Fonte: FMI, 2010).
Originariamente le istituzioni di Bretton Woods erano state pensate per creare un sistema di coordinamento e controllo delle politiche economiche degli stati a livello internazionale che evitasse il ripetersi di disastrose crisi economiche. Con l’abbandono del gold standard[1], però, nel 1971 si è avuto un ripensamento del ruolo del FMI, che oggi si occupa per lo più di concedere prestiti agli stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti.
Inoltre, il FMI svolge un ruolo ben preciso in materia di aiuti internazionali. Deve infatti analizzare la situazione macroeconomica del paese destinatario e verificare che non viva al di sopra dei propri mezzi (STIGLITZ, 2002). Il FMI si occupa anche della ristrutturazione del debito estero dei paesi del Terzo Mondo, ai quali di solito impone dei piani di aggiustamento strutturale come condizione per ottenere prestiti o condizioni più favorevoli per il rimborso del debito che costituiscono l’aspetto più controverso della sua attività. Questi piani sono infatti modellati su una visione neoliberista dell’economia e sulla convinzione che il libero mercato sia la soluzione migliore per lo sviluppo economico di questi paesi. Tra i punti principali essi di solito comprendono la svalutazione della moneta nazionale, la riduzione del deficit di bilancio da conseguire con forti tagli alle spese pubbliche e aumento delle imposte, e l’eliminazione di qualsiasi forma di controllo dei prezzi.
Il FMI, infatti, è fortemente criticato dal movimento no global e da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere un’istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l’interesse generale. Stiglitz, poi, arriva ad affermare che «il FMI ha fallito la propria missione. […] Non ha fatto ciò che doveva fare, cioè fornire ai paesi afflitti da una contrazione economica fondi per consentirne la ripresa e aiutarli nel tentativo di avvicinarsi alla piena occupazione. […] Nonostante gli sforzi del FMI, le crisi nel mondo sono sempre più frequenti e più gravi. […] Molte delle politiche sostenute dal FMI, in particolare la liberalizzazione prematura dei mercati finanziari, hanno contribuito all’instabilità globale. […] Il FMI ha commesso errori in tutti i campi in cui ha operato: sviluppo, gestione delle crisi e transizione delle economie nazionali dal comunismo al capitalismo» (STIGLITZ, 2002).
In particolare, il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi “occidentali”, è considerato da molti iniquo e non democratico, e il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità selle loro politiche economiche. Stiglitz, in particolare, accusa il FMI di aver imposto a tutti i paesi una ”ricetta” standardizzata, basata su una teoria economica semplicistica, che ha aggravato le difficoltà economiche anziché alleviarle. Egli fornisce una serie dettagliata di esempi, come la crisi finanziaria asiatica e la transizione dall’economia pianificata al capitalismo in Russia e nei paesi ex-comunisti dell’Europa orientale: i prestiti del FMI in questi paesi sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le proprie economie. Inoltre, il FMI ha appoggiato nei paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche dei politici corrotti e uomini d’affari disonesti. Stiglitz afferma che i risultati migliori in materia di transizione sono stati conseguiti proprio da quei paesi, come la Polonia e la Cina, che non hanno seguito le indicazioni del FMI, mentre in Asia il modello economico che ha permesso un massiccia crescita dell’economia in molti paesi si basa su un forte intervento statale, anziché sulle privatizzazioni (STIGLITZ, 2002).
Bisogna poi ricordare che il FMI è un’istituzione pubblica, finanziata dai contribuenti di tutto il mondo. Ma di fatto questo organismo non risponde direttamente né ai cittadini che lo finanziano né alla persone coinvolte dalle sue politiche, bensì ai ministeri delle Finanze e alle banche centrali dei vari governi, i quali esercitano il loro controllo attraverso un complicato sistema di votazione basato principalmente su quello che era il potere economico dei diversi paesi alla fine della Seconda guerra mondiale. Inoltre, sia il FMI che la Banca Mondiale, secondo Stiglitz, sono guidati dalla volontà collegiale del G-8, in particolar modo dai ministri delle Finanze e del Tesoro e, molto spesso, l’ultima cosa che vogliono è un dibattito vivace e democratico su possibili strategie alternative (STIGLITZ, 2002).
Inoltre, «poiché gran parte delle decisioni vengono prese a porte chiuse, il FMI ha prestato il fianco a molte critiche, facendo sospettare che la politica dei potenti, gli interessi particolari o altre ragioni occulte, che nulla hanno a che fare con il suo mandato e i suoi obiettivi dichiarati, ne influenzino la condotta e le politiche istituzionali. […] Oggi, malgrado si parli molto di apertura e trasparenza, il FMI continua a non riconoscere formalmente ai cittadini il diritto fondamentale di sapere cosa stia facendo questa istituzione internazionale pubblica» (STIGLITZ, 2002).
Oggi il FMI è diventato protagonista dominante dell’economia mondiale. Sono tenuti a seguire i suoi dettami economici, dettami che riflettono le loro ideologie e teorie neoliberiste, non soltanto i paesi che ne chiedono l’aiuto, ma anche quelli che ne cercano l’approvazione formale per poter accedere più facilmente ai mercati finanziari internazionali. «Il FMI riteneva che i paesi a cui inviava denaro fossero obbligati a riferire tutto ciò che poteva avere attinenza con esso; non farlo significava vedersi sospendere il programma, a prescindere dal fatto che l’azione compiuta fosse ragionevole oppure no» (STIGLITZ, 2002).
Insomma, «l’orientamento keynesiano del FMI, che sottolineava i fallimenti del mercato e il ruolo dei governi nella creazione di posti di lavoro, è stato sostituito dal ritornello del libero mercato negli anni ’80, nel contesto di un nuovo Washington Consensus, vale a dire un’identità di vedute tra l’FMI, la Banca Mondiale e il Tesoro degli USA circa le politiche “giuste” per i PVS, che ha segnato un approccio totalmente diverso allo sviluppo economico e alla stabilizzazione. […] Approccio rivelatosi totalmente inadeguato per le nazioni che si trovavano in una fase iniziale di sviluppo o della transizione. […] La liberalizzazione spesso non è stata seguita dalla crescita promessa, ma da una miseria ancora più terribile. […] Ciò perché, spesso, quando le istituzioni finanziarie globali entrano in un paese, possono letteralmente stroncare la concorrenza nazionale» (STIGLITZ, 2002).
Ai paesi vengono imposti obiettivi rigidi, dove in certi casi stabilivano addirittura quali leggi il parlamento nazionale dovesse approvare e in quanto tempo. Tale criterio è detto della “condizionalità”, ed è fortemente dibattuto nei PVS perché spesso il prestito si trasforma, in questo modo, in uno strumento politico, aumentando il risentimento di questi paesi verso il Fondo (STIGLITZ, 2002).
«Oggi, il FMI ha perso molta della sua credibilità, non soltanto nei PVS, ma anche presso la sua amatissima comunità finanziaria. Se fosse stato più onesto, più schietto e più modesto, si troverebbe sicuramente in un posizione più favorevole» (STIGLITZ, 2002).
NOTE:
STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino
L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è un’organizzazione internazionale creata allo scopo di supervisionare i numerosi accordi commerciali tra gli stati membri. E’ stata istituita nel 1995 alla conclusione dell’Uruguay Round, i negoziati che tra il 1986 ed il 1994 hanno impegnato i paesi aderenti al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) ed i cui risultati sono stati sanciti nell’Accordo di Marrakech. Ad oggi, vi aderiscono 153 paesi (la Cina solo dal 2001), che rappresentano circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi, mentre non ne fa parte però ancora la Russia, pur avendone fatto domanda fin dal 1993.
L’OMC ha assunto, nell’ambito della regolamentazione del commercio mondiale, il ruolo precedentemente detenuto dal GATT, che tuttavia non aveva una vera e propria struttura organizzativa istituzionalizzata essendo un semplice accordo multilaterale: di quest’ultimo ha infatti recepito gli accordi e le convenzioni adottati con l’incarico di amministrarli ed estenderli. Infatti, con la nascita dell’OMC, a seguito dei negoziati dell’Uruguay Round, la struttura del GATT si trasforma radicalmente, a sancire il passaggio da una gestione bilaterale delle controversie sul commercio mondiale ad una gestione multilaterale. Oggi l’OMC in sostanza rappresenta «il primo vero elemento dell’economia globale di mercato» (COLLIER e DOLLAR, 2003).
In particolare, obiettivo generale dell’OMC è quello dell’abolizione o della riduzione delle barriere tariffarie al commercio internazionale, per favorire il commercio internazionale, considerato un elemento chiave dello sviluppo economico di tutti i paesi, e cerca di raggiungere tale scopo attraverso lo strumento della liberalizzazione del commercio (PARENTI, 2002). Oggetto della normativa OMC sono i beni commerciali, regolati dal vecchio accordo GATT, i servizi, con l’accordo GATS (General Agreement on Trade in Services), e la proprietà intellettuale, con l’accordo TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights). Alla luce dello statuto dell’OMC, le sue due funzioni principali sono: quella di “forum negoziale” per la discussione sulla normativa del commercio internazionale, e quella di organismo per la risoluzione delle dispute internazionali sul commercio.
Tutti i membri dell’OMC sono tenuti a garantire verso gli altri membri dell’organizzazione lo status di “nazione più favorita”, cioè le condizioni applicate al paese più favorito (vale a dire quello cui vengono applicate il minor numero di restrizioni) devono essere applicate a tutti gli altri stati. Questa clausola è volta a rimuovere le pratiche discriminatorie sul commercio tra stati. Inoltre, si procede al “consolidamento” di dazi: ciascun membro dell’OMC deposita una lista di prodotti e indica il dazio doganale corrispondente che non potrà più essere aumentato. Un altro principio per garantire l’accesso al mercato nazionale è dato dal generale divieto per uno stato di fare ricorso a restrizioni quantitative all’importazione o esportazione di prodotti. Infine, si impone ai paesi membri di non discriminare tra prodotti simili, in ragione della loro provenienza, sia per quanto riguarda le tasse che per quanto riguarda le leggi o i regolamenti interni ad essi applicabili (PARENTI, 2002).
Molte delle decisioni prese in ambito OMC sono prese secondo il meccanismo del consenso: tale criterio non prevede l’unanimità delle decisioni, ma che nessun paese membro consideri una decisione talmente inaccettabile da obiettarvi. Se da un lato questa formula, assieme al principio di “uno stato un voto”, garantisce il diritto di tutti i membri dell’OMC di poter bloccare una decisione che si reputa lesiva dei propri interessi, e ciò a palese tutela dei membri più deboli, occorre altresì notare che per esprimere il proprio dissenso e dunque bloccare la formazione del consenso, occorre essere presente alla riunione in cui la decisione viene presa. Ciò costituisce un oggettivo svantaggio per quei membri che non hanno un’ambasciata a Ginevra o la cui ambasciata non ha le risorse umane sufficienti per partecipare a tutte le riunioni di loro interesse, come spesso capita per i PVS. Comunque, il vantaggio dell’adozione delle decisioni sulla base del consenso risiede nel fatto che in tal modo si incoraggiano gli sforzi tesi a proporre ed adottare decisioni che siano le più largamente condivisibili e condivise; gli svantaggi di tale iter procedurale sono invece riscontrabili nell’allungamento dei tempi necessari e nel numero dei round negoziali necessari a raggiungere il consenso per l’adozione delle decisioni nonché nell’utilizzo di un linguaggio ambiguo nella stesura dei punti controversi nelle decisioni, in modo tale che la successiva interpretazione degli stessi risulta spesso difficoltosa (PARENTI, 2002).
L’OMC, comunque, non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito OMC quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente ma manca della possibilità di adottare ulteriori sanzioni ritorsive. Ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche (un esempio in tal senso è la controversia che ha dichiarato illegali i sussidi degli USA alla produzione del cotone).
Riguardo i suoi obiettivi, bisogna dire che, attraverso i vari round negoziali, l’OMC è riuscito a fare grandi passi nella direzione della liberalizzazione commerciale: i dazi sul commercio sono stati notevolmente abbassati e nel contempo si è ampliata la gamma dei prodotti per cui i dazi sono stati consolidati (PARENTI, 2002). Ma, alla fine degli anni ’90 l’OMC è diventato il principale oggetto delle critiche e delle proteste del movimento no global. Le principali critiche obiettategli sono: che i trattati raggiunti in ambito OMC privilegiano le multinazionali e le nazioni sviluppate, in particolare quelli sui servizi e sulla proprietà intellettuale; che la mancata partecipazione di uno stato a tale organizzazione di sostanzierebbe, nella pratica, in un embargo, il che crea un sistema internazionale di regole economiche rigide che non incoraggiano in alcun modo il cambiamento e la sperimentazione; che i tre grandi membri dell’OMC (USA, UE e Giappone) utilizzano l’organizzazione per esercitare un’eccessiva influenza sugli stati membri più deboli; e la sua scarsa trasparenza, come l’impossibilità di conoscere l’agenda delle singole riunioni nonché delle posizioni assunte dai vari paesi nel corso di queste (PARENTI, 2002).
Inoltre, l’OMC è additata di ipocrisia: da una parte i paesi industrializzati predicano l’apertura dei mercati nei PVS ai loro prodotti industriali, dall’altra continuano a tenere chiuse le loro frontiere per i prodotti dei paesi del Terzo Mondo, come quelli agricoli e tessili; e mentre da un lato proclamavano che i PVS non dovevano sovvenzionare le industrie, dall’altro continuavano a fornire sussidi ai loro agricoltori, rendendo di fatto impossibile qualsiasi tipo di concorrenza da parte dei paesi più svantaggiati (STIGLITZ, 2002).
Un’altra delle principali critiche è che l’OMC darebbe al commercio internazionale una tutela internazionale sproporzionata rispetto a quella concessa ad esempio alla tutela dell’ambiente o dei diritti dei lavoratori, per cui gli aspetti commerciali finiscono per imporsi su altre considerazioni. Infatti, ad esempio, per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, le sue regole permettono di bloccare le importazioni solo qualora queste siano il risultato di lavori forzati, il che naturalmente è un ipotesi esistente ma limitata. I sindacati internazionali affermano che mentre le regole commerciali negoziate e fatte applicare dall’OMC incidono pesantemente sull’occupazione, sui diritti dei lavoratori e sulle condizioni di povertà in tutto il mondo, esiste un vero e proprio vuoto nell’organizzazione dovuto alla separazione esistente tra OMC e istituzioni dell’ONU responsabili dello sviluppo sociale, del lavoro, della salute, delle donne e dell’ambiente. Secondo questi, lo stesso ingresso della Cina nell’OMC senza l’obbligo di rispettare le più fondamentali norme dell’ILO (International Labour Organization) minaccia seriamente l’obiettivo del lavoro dignitoso, con conseguenze caotiche sulla divisione internazionale del lavoro. Va tra l’altro detto che però l’innalzamento di restrizioni al commercio sulla base di standard di lavoro sono fortemente contrastati dai PVS, che temono che regole simili danneggino ancora di più le loro esportazioni o che siano usate in maniera strumentale dai paesi sviluppati (PARENTI, 2002).
Uno degli impatti più dirompenti della creazione dell’OMC è quello sui rapporti tra imprese e stati e, in senso più generale, tra economia e politica: la regolamentazione sovranazionale di interi pacchetti di materie (come nei casi delle questioni relative agli investimenti d’impresa diretti all’estero, TRIMS, o di tutto ciò che regolamenta il rapporto tra proprietà intellettuale, brevetti e commercio, TRIPS) ed il loro inserimento sotto la voce “barriere non commerciali”, impedisce di fatto ai singoli stati di esercitare una serie di prerogative sovrane e di diritti delle comunità. Tali prerogative includono la possibilità di influire sulle modalità di intervento delle imprese multinazionali nei singoli territori nazionali, sullo sfruttamento di particolari risorse, sulla priorità da dare allo sviluppo produttivo di un paese, sulla libertà di usare le proprie risorse genetiche naturali trasformate e brevettate dalle multinazionali. L’OMC stabilisce i tetti per gli standard ambientali, alimentari e di sicurezza al punto che quelli in vigore nei vari paesi, qualora risultino più restrittivi, possono essere soggetti al giudizio delle Commissioni; mentre non è possibile che accada il contrario (COLLIER e DOLLAR, 2003).
In tale contesto, l’accordo più contestato è sicuramente quello sulla proprietà intellettuale (TRIPS). A premere per un tale accordo in ambito OMC furono i paesi sviluppati, esso stabilisce l’obbligo per i paesi membri di dotarsi di una relativa disciplina, che per i PVS costituiva una novità assoluta. E nonostante l’esistenza di “deroghe” che rendono l’applicazione di nuove norme più flessibile, spesso molti PVS hanno incontrato seri problemi nell’applicazione di questa ed altre regole dell’OMC. Tale tipologia di diritti da molti economisti è additata di essere un precondizione istituzionale per lo sfruttamento di rendite monopolistiche, in cui la garanzia di godimento di un diritto ad un solo soggetto implica contemporaneamente l’imposizione di doveri al resto dell’umanità (ROMANO, 2007). Fatto ancor più grave è che, di conseguenza, spesso tale accordo va ad ostacolare l’approvvigionamento di medicine a basso costo nei PVS, fatto resosi palese con il conflitto tra Sudafrica e diverse multinazionali farmaceutiche circa il prezzo dei medicinali necessari per la cura dell’AIDS, o in altri casi vede i PVS derubati della loro biodiversità ambientale a uso e consumo delle multinazionali che lo sfruttano imponendo poi su di essi diritti di proprietà (PARENTI, 2002).
Ma l’OMC viene fortemente criticato, come dicevamo, anche perché impedirebbe ai suoi membri di fissare il livello di protezione della salute dei propri cittadini allo stadio che ritengono adeguato e perché, soprattutto, impedirebbe il ricorso al principio della precauzione. Anche in questo caso, la problematica è esplosa con tutta la sua forza a seguito di un contenzioso sulle importazioni di carne trattata con ormoni tra USA e Canada da una parte e UE dall’altra. Quest’ultima appellandosi al principio di precauzione era contraria a tali importazioni, ma il tribunale dell’OMC ha alla fine condannato l’UE che non era stata in grado di fornire prove scientifiche a sostegno della dannosità per la salute di tali alimenti (PARENTI, 2002).
In conclusione, oggi, alla luce di tutti questi contrasti, l’OMC si trova dunque a fare fronte ad una doppia sfida: una proveniente dall’esterno dell’organizzazione, da parte dell’opinione pubblica mondiale, desiderosa di un’organizzazione più “umana”, e una proveniente dal suo interno, da parte della maggioranza dei suoi membri, in particolare i PVS, ma non solo, che culminano nel fallimento delle conferenze ministeriali, come palesemente accaduto a quelle di Seattle, di Doha e, a causa del permanere dei “nodi”, di tutte le successive (PARENTI, 2002).
NOTE:
COLLIER P. e DOLLAR D. (2003), Globalizzazione, crescita economica e povertà: rapporto della Banca mondiale, Il Mulino, Bologna
PARENTI A. (2002), Il WTO, Il Mulino, Bologna
ROMANO D. (2007), L’impatto della globalizzazione asimmetrica sull’agricoltura dei PVS, Agriregionieuropa, vol. 8
STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino
L’ONU affonda le sue radici nella Seconda guerra mondiale. Il proposito di costruire una nuova organizzazione di sicurezza collettiva, al posto della fallita Società delle Nazioni, era già menzionato nella Carta atlantica firmata da Roosevelt e Churchill nel 1941 e divenne un impegno comune degli alleati con la Dichiarazione delle Nazioni Unite (1 gennaio 1942). Il progetto mirava a creare un organismo che alla dimensione democratica (rappresentativa di tutti i paesi, a partire dai vincitori della guerra) affiancasse una sorta di direttorio delle maggiori potenze. Lo statuto dell’ONU fu elaborato e sottoscritto dai rappresentanti di 50 stati fondatori alla Conferenza delle Nazioni Unite a San Francisco nel 1945: il successivo 24 ottobre, data di entrata in vigore dello statuto, divenne la data ufficiale di nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Le adesioni vennero progressivamente allargate ai “paesi sconfitti” e “democratizzati”, fino oggi a comprendere 192 stati membri.
L’ONU è un’associazione di stati sovrani, fondata sul principio dell’eguaglianza di tutti i suoi membri, i cui principali obiettivi sono mantenere la pace e la sicurezza internazionale e promuovere il progresso socioculturale, i diritti umani e la cooperazione, incoraggiando la soluzione dei problemi politici ed economici e lo sviluppo di relazioni amichevoli fra le nazioni. Gli stati aderenti devono agire in conformità ai seguenti principi: risolvere con mezzi pacifici le controversie internazionali, in modo che non vengano messe in pericolo la pace e la sicurezza mondiali; astenersi dall’uso e dalla minaccia della forza nelle relazioni con gli altri paesi; assistere l’organizzazione in tutte le azioni intraprese e astenersi dal dare assistenza a qualsiasi stato contro cui l’ONU intraprenda un’azione preventiva o coercitiva.
La prospettiva ideologica da cui è nata l’ONU è essenzialmente democratico-liberale, di affermazione e tutela delle libertà individuali e di gruppo, di emancipazione dell’umanità dalla soggezione alla forza e dal bisogno, di organizzazione dei rapporti internazionali in termini di collaborazione e non di sopraffazione reciproca. Questi principi, resi espliciti dalla Carta fondamentale dell’ONU e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’Assemblea nel 1948, hanno trovato un’applicazione contraddittoria, dal momento che dell’associazione fanno parte numerosi stati che formalmente si sono impegnati a rispettarli al proprio interno, ma che, di fatto, si comportano in termini antitetici, senza che (salvo poche eccezioni) l’Organizzazione abbia provveduto a chiederne loro conto, assumendo i conseguenti provvedimenti (fino all’espulsione, pur prevista nella carta).
Negli anni della divisione del mondo in due blocchi, il potere di veto delle due superpotenze (USA e URSS) rese inoperanti molte deliberazioni dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza. La fine della Guerra fredda e il prospettato avvento di un “mondo unico” sembrò aprire all’ONU una stagione di maggior protagonismo, confermato dal deciso aumento, negli anni successivi, del numero delle missioni dei “caschi blu” per operazioni di interposizione e di mantenimento della pace. Le questioni aperte risultarono tuttavia innumerevoli e difficilmente risolvibili sia a causa delle difficoltà incontrate nel definire i contenuti politici di operazioni di ripristino del diritto violato, di salvaguardia umanitaria e di mantenimento della pace.
La travagliatissima preparazione e gestione degli interventi militari in Afghanistan (2001) e Iraq (2003), insieme alla contestuale adozione da parte statunitense della dottrina dell’”intervento preventivo” (che declina in chiave esclusivamente militare il concetto di mantenimento e rafforzamento della pace e della sicurezza), ma anche il fallimento di suoi programmi (come l’”oil for food” in Iraq) e relativi sistemi di controllo, ha reso palese lo stato di stallo e inadeguatezza in cui versa a tutt’oggi l’istituzione, impegnata in un difficile processo di ridefinizione dei propri scopi, strutture e modalità operative. Infatti, oggi le divergenze tra i membri del Consiglio di Sicurezza, specie tra quelli permanenti, spesso impediscono all’ONU di adottare misure incisive o, peggio, la costringono a rimanere passiva. Il rischio costante è che nell’adottare decisioni anche di importanza fondamentale, il Consiglio si lasci guidare più dalle convenienze politiche dei suoi membri, e in particolare di quelli permanenti con diritto di veto, che da principi oggettivi e universalmente validi.
A tal proposito, si pone la difficoltà di definire in termini ampiamente condivisibili il processo di mantenimento e rafforzamento della pace in chiave non esclusivamente militare: un tema che investe direttamente il riequilibrio gerarchico tra i diversi organi e agenzie dell’ONU, oggi fortemente squilibrato verso il Consiglio di sicurezza, organo ristretto deputato alla gestione dell’uso della forza. Contenziosi ormai decennali riguardano infine i meccanismi di voto e quelli di finanziamento, tra spese (e sprechi) crescenti e difficoltà di ottenere le quote dovute dai singoli stati membri (a partire dalle grandi potenze).
Costante è poi stata in questi anni, specialmente da parte degli USA, la polemica contro la Commissione per i Diritti Umani. Secondo gli USA è inaccettabile che anch’essa, deviando dai suoi compiti originari, si sia trasformata in un’arena di dibattito politico invece di dedicarsi ad un serio monitoraggio della situazione dei diritti umani nei vari paesi, ed anche che più di un terzo degli stati che vi sono rappresentati violino sistematicamente i diritti umani (come Libia e Sudan).
In questo quadro, l’ONU appare sempre più come la realtà residuale di un prospettiva destinata (in mancanza di un’efficace e sostanziale ridefinizione istituzionale e politica) ad assumere il valore di un puro riferimento ideale.
L’ONU, comunque, al suo interno ha anche vari organismi ausiliari per facilitare l’attuazione dei suoi molteplici scopi: si tratta di programmi, commissioni, fondi e conferenze permanenti istituiti e diretti dall’Assemblea generale, che promuovono il progresso economico e sociale in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il più grande organismo mondiale di assistenza multilaterale è l’UNDP (United Nations Development Programme), fondato nel 1965 dopo che numerosi paesi ex coloniali avevano conquistato l’indipendenza. Svolge la sua attività nei paesi in via di sviluppo per aiutarli a migliorare le loro capacità produttive, mettendo a disposizione assistenza tecnica avanzata e personale qualificato. Sempre col fine di accelerare la crescita economica e sociale degli stati del Terzo Mondo, dal 1964 opera l’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) che promuove le relazioni commerciali tra i paesi più poveri e quelli industrializzati. Analogamente, il WFC (World Food Council) e il WFP (World Food Programme) stimolano l’adozione di politiche e programmi miranti a combattere la fame e la malnutrizione e a provvedere a qualsiasi tipo di emergenza alimentare. L’UNICEF (United Nations International Children Emergency Fund), poi, è dedicato al benessere della madre e del bambino, all’affermazione dei diritti dell’infanzia coadiuvando i singoli governi nel rispondere ai bisogni dell’infanzia sul terreno dei servizi di base. L’UNFPA, invece, (United Nations Fund for Population Activities) persegue programmi legati alle necessità delle popolazioni e alla pianificazione familiare. Sono poi impegnate negli aiuti umanitari ai profughi e alle vittime di calamità naturali e disastri provocato dall’uomo l’UNDRO (Office of the United Nations Disaster Relief Co-ordinator), per il coordinamento in caso di emergenza e calamità, l’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), per la protezione dei rifugiati di tutto il mondo, e l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), per l’assistenza ai rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente. Per la tutela dell’ambiente opera l’UNEP (United Nations Enviroment Programme), promuovendo la cooperazione internazionale in campo ecologico e ambientale. Infine, in campo culturale e scientifico vanno ricordati l’UNITAR (United Nations Institute for Training and Research) e l’UNU (United Nations University), per l’Università.
Importantissimi poi, e molto celebri, sono i “caschi blu” dell’ONU, i militari (messi a disposizione degli stati membri) che sotto le insegne dell’ONU svolgono missioni decise dal Consiglio di sicurezza per mantenere o riportare la pace in diverse regioni del mondo. Si tratta in qualche caso di semplici osservatori o di commissioni di inchiesta; in qualche altro di vere e proprie forze multinazionali poste sotto il comando delle Nazioni Unite.
In campo economico e sociale operano organizzazioni internazionali a carattere universale diverse dall’ONU, ma che sono strettamente collegate con le nazioni Unite e ne subiscono il coordinamento e il controllo. Tra le altre menzioniamo, la FAO (Food and Agricolture Oganization), per la lotta alla fame e alla malnutrizione, l’ILO (International Labour Organization), per promuovere la giustizia sociale nel mondo del lavoro, e la WHO (World Health Organization), per la tutela della salute.
Ma segni di inefficacia emergono chiaramente anche da questi singoli organismi e programmi. Infatti, ad esempio, per quanto riguarda il campo umanitario, la Banca Mondiale afferma che nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, firmata nel 2000 in sede ONU, per garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini del mondo servirebbe un impegno addizionale compreso tra i 10 e i 30 miliardi di dollari all’anno, e per ridurre di due terzi la mortalità infantile occorrono tra i 20 e i 25 miliardi. Negli ultimi anni la comunità internazionale non è stata in grado di trovare tali somme, e di conseguenza allo stato attuale gli Obiettivi del Millennio non verranno raggiunti entro la data prevista del 2015.