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“Il gip in tutte le sue pronuncie ha legato la pericolosità sociale del Cosentino soprattutto alla sua attività politica espletata sin dal 1990, agli appoggi ricevuti dal clan per consolidare la stessa nonchè al suo radicamento sul territorio: cioè dati oggettivi che prescindono dalla qualità di parlamentare”.
Così ieri il Tribunale del Riesame di Napoli conferma la richiesta di arresto per Nicola Cosentino che ad oggi rimane Coordinatore Regionale del PDL in Campania alla vigilia delle elezioni al Comune di Napoli.
Ho visto l’8 ottobre su tanti Tg italiani servizi sull’incontro Putin-Berlusconi.
Ho visto Berlusconi fare gli auguri di buon compleanno a Putin.
Ho visto Putin a torso nudo a cavallo.
Ho visto Putin ed il nostro premier Berlusconi pescare insieme.
Ho visto “la grande amicizia” che lega Russia e Italia.
Non ho visto 10 giorni prima la notizia di 15 ribelli uccisi dalle forze di sicurezza russe in Daghestan.
Non ho visto il giorno prima nessun Tg che ricordava il quarto anniversario dell’assassinio della giornalista russa Anna Politkovskaja ancora con mandanti ignoti.
“La globalizzazione ha provocato una riduzione dell’occupazione nel settore manifatturiero dei paesi industriali a seguito della delocalizzazione di un numero crescente di produzioni nei PVS. Ma in proposito, va sottolineato che la riduzione dell’occupazione riguarda soprattutto la manodopera non qualificata, esposta alla concorrenza di quella dei PVS, e non quella qualificata, non sottoposta ad una competizione altrettanto serrata”.
Bisognerebbe quindi prima di tutto investire in conoscenza per essere competitivi nell’economia mondiale e creare posti di lavoro.
La riforma della scuola della Gelmini va in questa direzione?
Rischiando di essere un cantiere perenne, sullo stile della Salerno-Reggio Calabria, la sinistra continua i suoi lavori di assestamento e costruzione di nuove identità dopo la Caporetto del 2008.
A fine ottobre si apre il congresso di Sinistra Ecologia Libetà, che lo trasformerà in vero e proprio partito, a fine novembre si avrà invece quello della Federazione della Sinistra, che senza osare troppo costituiranno appunto una federazione, ed infine è notizia di questi giorni di una fantomatica Costituente Ecologista, che dovrebbe far svoltare i vecchi Verdi sulla strada dei moderni movimenti ecologisti europei aprendo alla società civile ed ai movimenti.
Diciamo che negli ultimi due anni qualcosa si è mosso. SEL è di sicuro quella che si è mossa meglio, premiata anche dai sondaggi che la stimano addirittura al di sopra del 4%, infatti al prossimo congresso raggiungerà l’obiettivo di divenire un vero e proprio partito, cosa non da poco, aiutata però anche da uno straordinario collante che è la figura di Vendola, proponendosi come un partito di sinistra ma di governo, pronta quindi a compromessi.
La FdS, invece, risulta invece in arretramento (ormai sotto il 3%), palesemente penalizzata com’è dai media e dal fatto che permangono al suo interno ancora evidenti divisioni. Un esempio può essere proprio a proposito dell’accordo col PD, dove Ferrero apre solo alla “difesa democratica”, mentre Diliberto dice di voler osare di più, spingendeosi fino a negoziare accordi su lavoro ed istruzione. Due tematiche su cui, a ragione, FdS incentra la sua azione.
Della Costituente Ecologista, invece, a mio parere, non c’è da aspettarsi molto. Questa svolta non li tirerà fuori dal pantano in cui si sono ficcati rinunciando al progetto di SEL (ormai secondo i sondaggi i Verdi sono sotto l’1%), che intanto gli ha parziamente “rubato” tematiche ed elettorato ambientalista.
Saranno queste le formazioni della nuova sinistra? Può essere. Ma dipenderà anche dalla legge elettorale che avremo. Perchè in caso di sbarramenti troppo alti per le loro forze saranno costretti a piccole alleanze, che chissà non diano spunto all’apertura di altri cantieri fino ad una oggi impossibile unificazione generale…
Ripercorrere la storia della PAC (Politica Agricola Comune) significa ripercorrere, per buona parte, il cammino seguito dai vari paesi europei nel processo di integrazione. Per anni, infatti, la politica agricola comune ha rappresentato l’unica piattaforma possibile dalla quale far decollare il progetto di unificazione economica e politica dell’Europa.
Le motivazioni che giustificano la scelta di utilizzare il settore primario come collante principale per la creazione di un’area economicamente integrata attengono innanzitutto alle caratteristiche strutturali del settore: rigidità della domanda e dell’offerta, legame diretto tra risultati conseguiti e agenti atmosferici, deteriorabilità dei prodotti. A questi si aggiunge una serie di elementi tipici dell’agricoltura europea, fortemente legata al momento storico in cui il Trattato di Roma veniva sottoscritto: arretratezza, scarsa autosufficienza alimentare, profonda incertezza degli approvvigionamenti, limitati livelli di consumo e di benessere delle popolazioni, accentuati ulteriormente dalla forte variabilità registrata nei mercati agricoli mondiali.
Per garantire il raggiungimento di tali finalità in tempi ragionevoli ci si affidò a strumenti quali il sostegno dei prezzi e una forte protezione nei confronti dei prodotti provenienti da paesi terzi, gestiti per mezzo di Organizzazioni Comuni di Mercato. Attraverso le OCM si influenzava l’andamento di interi settori produttivi, sia in riferimento al mercato interno (con la fissazione di un prezzo soglia oltre il quale le autorità erano chiamate a ritirare i prodotti in eccesso), sia ai rapporti commerciali con paesi terzi (con il sostegno alle esportazioni e le tasse applicate sui prodotti importati). In questo senso, l’azione regolatrice sui mercati assunse subito la veste di un intervento fortemente “accoppiato” alla quantità prodotta, elemento scelto quale criterio unico per l’erogazione del sostegno. L’analisi economica ha mostrato come tale strumento sia in realtà potente e di facile gestione, ma altrettanto iniquo ed distorsivo.
Numerosi esperti economisti si dimostrano estremamente critici nel parlare di agricoltura all’interno dell’Unione Europea. Tutto ciò sembra scaturire dal fatto che ogni anno i singoli stati membri mettono a disposizione dell’Unione Europea l’1,24% del proprio prodotto interno lordo e che molti dei fondi prelevati all’interno dei singoli stati vengono ridistribuiti sotto forma di finanziamenti alle attività agricole e alle attività inerenti l’agricoltura (circa la metà). La principale critica mossa al settore agricolo e alle modalità con cui l’UE gestisce tale settore si basa sul fatto che le redistribuzioni sotto forma di incentivi vanno a finanziare aziende che godono già di grandi vantaggi, a discapito di altri settori che accoglierebbero ben volentieri i fondi indirizzati al settore primario .
Quindi, malgrado le innumerevoli agevolazioni, ponendo in essere un’analisi in termini di efficacia ed efficienza dei macro-obiettivi che la PAC si era prefissata, risulta evidente che quest’ultima nel suo complesso non è certamente riuscita a centrare pienamente gli obiettivi, quello cioè di favorire da un lato i produttori agricoli e dall’altro i consumatori, soprattutto tramite la stabilità dei prezzi dei prodotti agricoli, che sono invece cresciuti negli ultimi anni a dismisura. Inoltre, a questa sempre maggiore crescita dei prezzi dei prodotti alimentari, non corrispondono maggiori ricavi da parte dei produttori, che negli ultimi anni sono stati costretti a soddisfare la richiesta da parte del mercato di prodotti con standard qualitativi e di sicurezza sempre più alti, ma hanno visto progressivamente ridursi i propri margini di guadagno, al punto tale che oggi per alcune aziende agricole l’unica ragione sociale è la perdita. Quindi, nella realtà è avvenuto che i prezzi dei prodotti agricoli sono stati diminuiti dai produttori, mentre i distributori hanno fortemente aumentato i loro margini di guadagno.
Inoltre, si registra un ulteriore contrasto, tra chi, in ambito comunitario, mira a promuovere i marchi a difesa territoriale, e la grande distribuzione che, al contrario, mira alla valorizzazione dei propri marchi commerciali a discapito di quelli territoriali.
Inoltre, il settore agricolo è oggi criticato da molti per i vantaggi che ad esso vengono riconosciuti. Nella realtà le critiche risultano essere ingiuste, dato che molte aziende trovano grandi difficoltà a collocarsi sul mercato, e le politiche agricole, che formalmente hanno come scopo quello di favorire il settore agricolo e la tutela del consumatore, sostanzialmente sono risultate inefficienti ed hanno aumentato gli elementi di volatilità presenti sul mercato (ad esempio la volatilità dei prezzi).
A ben vedere però, in questo quadro di maggiore incertezza, uno “zoccolo duro” di sostegno fisso al reddito, disaccoppiato e tendenzialmente uguale per aree geografiche omogenee, ulteriormente ridotta a favore della politica di sviluppo rurale, potrebbe avere senso. Esso, infatti servirebbe a pagare, nel lungo periodo quello che si potrebbe definire il valore di esistenza dell’agricoltura, e a mettere in condizioni gli imprenditori agricoli, nel breve periodo, di rispondere al meglio ai mutevoli segnali del mercato.
Bisogna cioè guardare ad un futuro più lontano, ragionando in un orizzonte di lungo periodo. Tuttavia un tale esercizio è sempre molto difficile, giacchè i policy makers e gruppi di interesse tendono sempre a dimostrare una certa reticenza ai cambiamenti e a mobilitarsi solo rispetto a scadenze più immediate.
Concludendo, si può ritenere che il continuo incremento dei fondi destinati alla politica di sviluppo rurale sia necessario specialmente per affrontare quelle grandi sfide di carattere globale come i cambiamenti climatici, la desertificazione e quindi il problema delle risorse idriche e della deforestazione, ma allo stesso tempo è necessario insistere nell’indirizzo degli aiuti a quelle aziende agricole che effettuano produzioni agricole di elevata qualità, in grado di assicurare un elevato livello di sicurezza alimentare e di quelle aziende agricole che contribuiscono alla valorizzazione delle tipicità locali.
FONTE: Segrè A., “Politiche per lo sviluppo agricolo e la sicurezza alimentare”, Carocci, 2008
Oggi col voto alla Camera la Lega Nord ha dato l’ennesima riprova di essere il braccio destro della “Roma ladrona” che da tanto tempo attacca.
La sua strategia ipocrita è ormai palese. Asseconda, copre e sminuisce qualsiasi caso di corruzione, ed altro, emerga nei riguardi della maggioranza.
Insomma, considerando l’alleanza di ferro con il Pdl (e la sua politica in tema di giustizia), qualche scandalo dove lei stessa è colpita ed anche alla luce della loro azione sulla questione quote latte, l’etichetta di “Lega ladrona” coniata da Vendola non può essere più azzeccata.
Unica domanda: che con questa incoerenza si stia giocando parte del suo elettorato?
Lo strumento del currency board, che era il regime monetario istituito nelle colonie inglesi, è stato preso di nuovo in considerazione nel corso degli anni ’90, con lo scopo di sostenere i processi di stabilizzazione delle economie di transizione e dei Paesi in via di sviluppo.
Le caratteristiche tecniche di tale regime sono diverse a seconda del Paese considerato. Ci si riferisce, ad esempio, alla scelta della valuta rispetto alla quale fissare il tasso di cambio o alla previsione di maggiori o minori limitazioni dell’accesso alla convertibilità.
Inoltre, non si può dimenticare che i regimi monetari basati su currency boards istituiti negli anni ’90 si sono proposti di adattare un modello, che sembrava appartenere al passato, alle esigenze di un contesto economico diverso. Tale scopo è stato perseguito mantenendo i requisiti di riserva delle banche commerciali e consentendo una limitata flessibilità all’autorità monetaria, che, inoltre, continuava ad essere chiamata Banca Centrale.
Al susseguirsi di varie crisi finanziarie negli anni ’80, come quella del Messico, alcuni economisti statunitensi enunciarono piani per riequilibrare il sistema. Prevalse la linea di Nichoals Brady che nel marzo dell’89 enunciò il suo piano di ristrutturazione volto a far uscire i paesi dal default e riformare le loro istituzioni. Le misure di riforma facevano leva sul concetto di libero mercato e seguivano la linea del “Washington Consensus”; si trattava di un insieme di regole enunciate dall’economista Williamson, per rafforzare il libero mercato attraverso:
- privatizzazioni;
- rimozione delle tariffe doganali e dei controlli sugli investimenti internazionali;
- cambi e tassi di interesse stabiliti dal mercato e non fissi, ma relativamente stabili;
- riforma fiscale;
- tutela della proprietà privata.
Il nome Washington Consensus deriva dal fatto che Williamson sosteneva che questo approccio dovesse essere condiviso, come poi accadde, dal governo americano, dal FMI e dalla Banca Mondiale, tutti basati a Washington.
Si ritenne che l’applicazione di questi principi fosse necessaria per far calare i dissesti finanziari e stabilizzare le politiche economiche, tentando di trainare questi paesi verso economie maggiormente orientate in senso liberale. La ricerca di stabilizzazione del cambio comportò in molti casi la misura, non prevista dal Consensus, della dollarizzazione, ossia della creazione di un legame molto forte tra valute emergenti ed il dollaro al fine di evitare fenomeni di iperinflazione.
Nei primi anni ’90 questi approcci sembrarono aver avuto successo: i paesi emergenti riuscirono a tenere sotto controllo l’inflazione e la spesa pubblica, modificando però il ruolo dello stato nell’economia ed iniziando una forte ondata di privatizzazioni.
Ma ben presto scoppiò un’ondata di crisi: nel 1995 in Messico, nel 1997 nel sud-est asiatico, nel 1998 in Russia, nel 1999 in Brasile e nel 2001 in Argentina.
Nel 1994, la crisi scoppiata in Messico, denominata Tequila Crisis, fu causata dalla cattiva gestione del debito statale, oltre che ai soliti problemi bancari e valutari (svalutazione del 33% in una settimana): il paese si trovò con 30 miliardi di dollari di prestiti in scadenza e le casse dello stato quasi a secco; in questo frangente intervennero in prima persona gli USA con un prestito della BC e del FMI: venne costruito un fondo, definito di stabilizzazione, dotato di 52 miliardi di dollari, in modo tale che il Messico potesse uscire dalla crisi, a patto che continuasse a sostenere le manovre precedentemente stabilite dal Washington Consensus. Il fondo aveva come obiettivo di ricreare le condizioni per il pagamento del debito, ed ebbe un grande impatto in Argentina ed in Brasile. La crisi si risolse nel giro di due anni. Nel caso del Messico i debiti privati furono trasformati in debiti pubblici. Il problema fu, pertanto, adattare la propria politica monetaria a quella degli Usa, dovendo adottare una politica economica basata sulle privatizzazioni, apertura commerciale, distruzione delle imprese nazionali, diretta ad aiutare a risolvere una crisi capitalista in corso che esigeva la conquista di nuovi mercati per i paesi industrializzati. Non si trattò di una crisi dei modelli di stabilizzazione, ma della crisi del tentativo di sanare la crisi. In particolare la politica adottata tentava di stabilizzare una crisi capitalistica iniziata negli anni settanta in Usa e si “scaricava” sui paesi sottosviluppati tramite il debito interno ed estero. Il Brasile, a partire dal 1997, iniziò ad adottare un tasso di cambio flessibile. Dopo aver perso quasi 32 miliardi di dollari in meno di cinque mesi adottò il cambio fluttuante il 15 gennaio nel 1999.
Queste politiche con fondamento nell’ancoraggio valutario provocarono un indebitamento esterno e pubblico mai registrato nella storia degli stati periferici. Il formato più estremo di “stabilizzazione” si verificò in Argentina, altrimenti chiamato currency board, che ancorò il peso al dollaro, indicizzando gli attivi finanziari alla variazione del cambio. Le tariffe dei servizi pubblici privatizzati furono stabilite in dollari ma la popolazione riceveva prevalentemente salari in peso. Tuttavia il grado di indebitamento non si ridusse nei paesi in cui fu adottato l’ancoraggio valutario.
L’analisi delle politiche implementate, oggi, permette di trarre importanti conclusioni:
- il successo di una strategia volta a raggiungere e a mantenere la stabilità dei prezzi non può prescindere da una valutazione dell’andamento delle variabili macroeconomiche e del contesto istituzionale del Paese che la implementa;
- nessuna strategia può riuscire a ridurre stabilmente il tasso di inflazione, se non è in grado, al contempo, di raggiungere l’equilibrio fiscale o, perlomeno, di ridurre al minimo gli squilibri dei conti pubblici;
- l’opzione del currency board appare una valida alternativa, rispetto agli strumenti sopra analizzati, al fine di supportare un processo di stabilizzazione macroeconomica. In molti casi, inoltre, tale opzione non comporterebbe alcuni dei problemi tipici delle stabilizzazioni che facevano ricorso a strategie differenti.
Recentemente, i paesi dell’America Latina hanno per lo più abbandonato i regimi di cambio intermedi (“crawling pegs“, “crawling bands“, “pegged horizontal bands“, “conventional fixed peg arrangements “), introducendo regimi rigidi di cambio fisso (“hard pegs“) o all’opposto regimi di cambio fluttuante.
La soluzione opposta rispetto al currency board o alla dollarizzazione consiste nell’adottare un regime di cambio perfettamente flessibile. Questa è stata la scelta delle autorità argentine nel gennaio 2002, ma anche delle autorità brasiliane e messicane a seguito delle crisi valutarie del 1998 e del 1994. Di fatto numerosi paesi emergenti hanno recentemente deciso di spostarsi verso l’estremità maggiormente flessibile dello spettro dei regimi di cambio. Adottando un regime di cambio perfettamente flessibile i paesi non si espongono al rischio di possibili crisi valutarie dato che il tasso di cambio è lasciato libero di aggiustarsi per permettere il raggiungimento dell’equilibrio esterno. Inoltre, eliminando la possibilità di consistenti salti discreti realizzati dal tasso di cambio, viene fortemente ridotto anche il rischio di fragilità finanziaria dovuto al fenomeno della dollarizzazione dei debiti. Infine, in presenza di rigidità nei prezzi la flessibilità del cambio permette un assorbimento maggiormente rapido di shock che possono colpire l’economia.
L’adozione di un regime di cambi flessibili comporta tuttavia un problema: viene a mancare il ruolo di ancora nominale svolto dal tasso di cambio. Questo aspetto assume particolare importanza nel caso dei paesi in via di sviluppo che hanno spesso una “storia” di inflazione elevata e che non sono dotati di autorità monetarie sufficientemente credibili. Inoltre dato che in presenza di tassi di cambio flessibili i paesi hanno la possibilità di ricorrere più facilmente al signoraggio come fonte di entrata fiscale, questa possibilità può costituire un incentivo a realizzare sorprese inflazionistiche nel caso di mancato controllo del deficit pubblico. Nonostante questi problemi, l’esperienza di due grandi economie dell’America Latina, Cile e Messico offre alcuni interessanti spunti di analisi. Entrambi i paesi infatti hanno deciso di adottare un regime di cambio flessibile, il Messico in seguito ad una crisi valutaria ed il Cile come esito del progressivo ampliamento delle bande di oscillazione del regime di crawling peg adottato sino al 1999. In questi due paesi l’adozione di un regime di cambio flessibile ha coinciso con un periodo di relativa stabilità dei prezzi e di crescita economica, senza che per questo venisse compromesso il bilancio statale. In particolare nel caso del Messico Edwards (2000) mostra come il Peso, negli ultimi anni, non sia stato nei confronti del Dollaro più volatile delle maggiori valute caratterizzate da regimi di cambio fissi, a testimonianza del fatto che è possibile coniugare un regime di cambio flessibile con una efficace riduzione del tasso di inflazione e con la stabilità del cambio stesso, anche in paesi emergenti caratterizzati da scarsa reputazione antinflazionistica.
Quindi con regini di cambio perfettamente ancorati, si elimina il rischio di cambio, ma l’onerosità del debito estero rimarrà comunque relativamente elevata per quei paesi emergenti che non sono in grado di attuare un’accorta politica economica. Il bilancio dei costi-benefici da dollarizzazione è probabilmente positivo solo in presenza di una già acquisita forte integrazione commerciale e finanziaria con gli Stati Uniti. Sotto questo aspetto appaiono quindi privilegiati soprattutto i paesi dell’America Centrale, in particolar modo il Messico, un paese con una quota di commercio estero con gli Stati Uniti molto elevata, superiore all’80%. Anche se questo fenomeno di currency substitution, cioè utilizzazione massiccia del dollaro come unità monetaria per usi domestici, risulta meno marcata nei paesi dell’America Centrale (maggiormente integrati con gli USA in termini commerciali) che nei paesi del Sud America.
I regimi di cambio ancorati per lungo tempo al dollaro hanno sì contribuito a domare l’inflazione ma l’apprezzamento del cambio in termini reali ha progressivamente eroso la competitività dei paesi sui mercati internazionali dei beni e dei servizi; i regimi di cambio siffatti, se sottoposti a pressione, sono difficilmente difendibili da parte delle autorità nazionali, perché richiedono un’ampia disponibilità di riserve valutarie e rialzi dei tassi di interesse suscettibili di ripercuotersi assai negativamente sulla domanda interna; il pegging viene inteso come garanzia di stabilità del cambio e riduce l’attenzione sia dei creditori sia debitori ai rischi impliciti nell’erogazione e nell’assunzione di prestiti: tende quindi a esaltare i movimenti di capitali, preparando il terreno a drammatici movimenti di segno opposto.
Le analisi degli episodi di instabilità non hanno risparmiato critiche a tutti gli attori presenti sulla scena:
- alle autorità dei paesi sono stati mossi rilievi sulla politica del cambio e sulla gestione delle riserve valutarie nonché sulla capacità di governare il sistema finanziario;
- agli investitori internazionali è stata rimproverata la ricerca esasperata di rendimenti elevati in risposta alla riduzione dei tassi di interesse nei mercati domestici, l’incapacità di valutare correttamente i rischi impliciti nell’erogazione dei finanziamenti ai paesi emergenti e la tendenza a considerare la presenza degli organismi finanziari internazionali come garanzia implicita di recupero dei crediti;
- agli organismi finanziari internazionali, innanzitutto al Fondo Monetario Internazionale, sono stati imputati la mancata tempestiva individuazione dell’insorgere delle crisi; le politiche, fiscali e monetarie, di gestione delle crisi stesse, che hanno richiesto ripetuti aggiustamenti in senso meno restrittivo; l’incoraggiamento che sarebbe stato fornito a comportamenti improntati al moral hazard da parte di prestatori e prenditori.
Risulta tuttavia evidente che non sono stati completamente risolti i problemi ancestrali e tipici sudamericani, relativi ai profondi squilibri nella struttura economica e sociale del paese e di conseguenza e alla povertà presente nel paese che tocca quasi la metà della popolazione. A tal proposito bisogna sottolineare che la dollarizzazione è uno schema monetario e non comporta politiche o riforme economiche a carattere sociale (redistribuzione del reddito, assistenza sociale, settore pubblico allargato, agevolazioni fiscali agli investimenti, ecc..). Rimangono urgenti delle riforme atte a stimolare gli investimenti esteri diretti e a garantire la sicurezza sociale.
La chiamano la Microsoft del transgenico, del biotech, ma lei non dovrebbe essere divisa in due o tre, dovrebbe essere spazzata via, messa in condizione di non fare danni spaventosi, come ha fatto, sta facendo e farà, se non sarà fermata.
Nasce nel 1901 a East St. Louis, nell’Illinois, come produttrice di saccarina. Nella grande crisi del ’29 mentre milioni di americani senza lavoro non riescono a mangiare, lei si mangia una ditta che ha giusto messo a punto un nuovo composto, i policlorobifenili, detti PBC. Sono inerti, resistenti al calore, utili all’industria elettrica allora in grande espansione e come liquidi di refrigeranti nei trasformatori.
La Monsanto fa i soldi, ma già negli anni Trenta viene fuori che il PCB è un composto chimico tossico, ma l’elettrico è troppo importante, e la Monsanto va avanti pressoché indisturbata.
Negli anni Quaranta si occupa di diossine e comincia a fabbricare l’erbicida noto come 245T, il nome gli deriva dal numero di atomi di cloro del famigerato composto. Così efficace che già negli anni Sessanta le grandi praterie americane, così infestate, diventano «silenti» ed uscirà un libro famosissimo a denunciare «the silent spring», la primavera silenziosa, senza uccelli, che darà il via alle prime campagne ecologiche americane.
L’erbicida è così potente che l’esercito americano lo usa come defoliante nella sua guerra in Vietnam, dove concepisce l’idea demenziale che distruggendo tutte le foglie degli alberi del Nord e Centro Vietnam riuscirà a scovare i Vietcong. Che invece arriveranno fino a Saigon, e faranno scappare l’ambasciatore americano dal tetto dell’ambasciata, con la bandiera a stelle e strisce arrotolata, sotto il braccio, mentre si alza su un elicottero che lo riporterà via, per sempre. Ma questa è un’altra storia.
La Monsanto, durante tutta quella sciagurata guerra, la prima che gli Americani perdono nella loro storia, ha venduto all’esercito il tristemente famoso «agent orange», un misto di 245T della Monsanto e del 24D della sua rivale Dow Chemical, sua alleata per la patriottica distruzione delle foreste del Vietnam. Scienziati ed opinione pubblica, oltre alle diserzioni in massa dei giovani americani fanno sospendere, nel 1971, lo spargimento dell’agent orange, di cui si conoscono gli effetti delle diossine sull’ambiente.
Ed è cancerogeno, ha provocato danni immunitari e alla riproduzione che non hanno finito di fare male ai vietnamiti. Come si vede, la Monsanto viene da lontano davvero. Ma questo è ancora poco. Negli anni Ottanta scopre il glifosato, sostanza base per molti erbicidi, e soprattutto del tristemente famoso Roundup. Il Roundup è un pesticida potente, e conveniente, che dà alla Monsanto profitti del 20% annui, proiettandola ai vertici. Però ha un difetto: fa male agli umani. I disordini provocati dal glifosato sono noti e documentati, ma le lobbies pro-pesticidi sono ormai potentissime, inarrestabili. Il solo piccolo neo di questi tempi, mentre leggete, gli scade la patente del Roundup, insomma, la fine della pacchia. Ma ormai la Monsanto, da grande multinazionale qual è, sa guardare lontano. Nel 1997 scorpora chimica e fibre sintetiche e le mette in una società di nome Solutia e spende miliardi (di dollari) che le vengono dai profitti del Roundup nel campo biotech, che, insieme a quello del software, sta diventando il darling di Wall Street. Capisce alla svelta che quello sono le due grandi strade del futuro: informatica e biotecnologie. La Monsanto viene fuori con la grande pensata.
La grande pensata è questa: fabbrichiamo una specie di semente resistente al glifosato, così possiamo vendere le sementi super-resistenti, che si chiameranno Roundup ready, insieme al Roundup stesso. Così possiamo continuare a prendere due piccioni con una fava: vendere le sementi, e ancor più pesticida Roundup, un pacchetto doppio che abbiamo solo noi. Così, dal 1997 la Monsanto comincia a vendere soia, mais e colza transgenici, cioè con un gene che, dice lei, li fa resistenti al Roundup. Ci prova anche con il cotone, ma gli va male. Però soia, mais e colza vanno bene, e arriveranno, per vie traverse e spesso complicate, sulle tavole di tutto il mondo, ormai abituate a prodotti con dentro di tutto.
Basta che siano colorati, pubblicizzati e venduti nei supermercati come prodotti nuovi, con i nomi degli ingredienti così piccoli che non si leggono.
E non è finita. Nel 1998 una delle nuove aziende Biotech, la Delta e Pine Land, si è inventata e brevettata una tecnica di nome «sistema di protezione della tecnologia» che è una modifica genetica alla pianta, a molte piante, che le fa sterili. Possono sterilizzare una pianta, e quindi, se ti costringono a usare i loro semi, te li possono rivendere anno dopo anno.
Il brevetto lo chiamano Terminator. La Monsanto, dopo due mesi dal brevetto, si compra la Delta & Pine Land, con l’evidente scopo di vendere le sementi transgeniche, che vengono chiamate «suicide» ai mercati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ma la verità alla fine viene fuori. Un giornale tra i pochissimi, The Ecologist, inglese, fa un numero speciale sul transgenico, e fa i nomi della gente delle lobbies che hanno fatto passare le leggi sui brevetti. Sono spesso quelli che poco prima erano nel biotech: era così e lo è ancora nel farmaceutico come negli armamenti, la chiamano la «revolving door». Entrano nelle multinazionali e escono dalle lobbies o dalle burocrazie ministeriali che decidono, e viceversa, da sempre. La Monsanto e quelli del biotech premono sulla distribuzione del giornale, e lo fanno saltare. Ma alla fine esce, in inglese, in francese e in spagnolo e com’è come non è, in pochi mesi l’Europa si allerta ai transgenici, e al Terminator, suo aspetto più orrificante, e non vuole ne soia ne altro di quel genere.
La Monsanto si fonde con Pharmacia Upjohn, che fa un marchio separato per il transgenico agricolo, che vogliono spacciare, anche in Italia, nel nome della fame del mondo, e dei prodotti che contengono vitamina e antibiotici.
Con la connivenza, ovviamente, dei giornali e TV, insomma del mediatico tutto. Se poi ci chiediamo cosa c’era di così terribile nel numero di The Economist, la risposta è: tutto. Dalla storia che ormai ha fatto il giro del mondo, denunciata in prima battuta da «Pure food» gruppo di ONG che hanno tirato fuori la sempreverde combine della revolving door, della porta girevole che funziona da sempre per le industrie belliche, i ricercatori e gli uomini chiave passano dall’industria alle organizzazioni statali che queste controllano.
Cioè controllori e controllati sono sempre le stesse persone, che da quella porta girevole passano, ogni due o tre anni. Nel nostro caso, è una ricercatrice della Monsanto, chiamata dalla FDA a controllare le sue stesse ricerche. Lo stesso per una certa Ann Foster, passata da direttrice dello Scottish Consumer Council alla Monsanto, ed ancora membro di diverse commissioni di consulenza britanniche, tra cui quella degli aspetti medici degli alimenti. Nel gennaio 1997 la procura di New York ha costretto la Monsanto a ritirare annunci pubblicitari che sostenevano che il suo diserbante, l’ormai famigerato Roundup, è biodegradabile e non nuoce all’ambiente, perché menzogneri. Secondo la facoltà di Igiene della Università di California, il glifosato occupa il terzo posto nelle cause di malattie legate ai pesticidi contratte dai lavoratori. Ma la Monsanto, come le grandi multinazionali, può tranquillamente perdere una battaglia, dieci battaglie, perché alla fine vince, grazie ai suoi avvocati, e alle lobbies, le guerre. Anzi è così forte che riesce ad imporre quel che vuole agli organismi mondiali come il WTO.
Progresso che passerebbe per la vittoria totale dei commerci senza barriere. Ma i ricchi non comprano il cibo dei poveri, per cominciare, così, noi europei tutti, dobbiamo accettare le importazioni di carne e latte che provengono dagli USA, da bestiame trattato con Posilac, l’ormone prodotto dalla Monsanto, che fa crescere gli animali, e i profitti, con i risultati che sappiamo. E sulle carni ormonate, della Monsanto, la guerra tra USA, che li ormoni ce li mettono, e l’Europa, che non ci sta, è diventata una guerra commerciale a tutti gli effetti.
Dal 1997 la Monsanto si è scissa in due. La cosiddetta MS si dedica esclusivamente alle biotecnologie e alla produzione di cibo, per gli animali e per gli uomini, entrambi geneticamente modificati, oltre alla fabbricazione di diserbanti e fertilizzanti.
FONTE: AAVV (2000), Transgenico NO, Malatempora
La Chiquita è praticamente coinvolta in tutto. Intrighi internazionali, scioperi repressi nel sangue, corruzione, scandali e colpi di stato. Utilizza massicce quantità di pesticidi, erbicidi e insetticidi. Approfitta della sua posizione di potere per imporre prezzi molto bassi delle aziende agricole da cui si rifornisce. Nel 1994 il sindacato SITRAP ha denunciato l’esistenza di squadre armate all’interno delle piantagioni in Centro America e in Ecuador. I lavoratori sono sottopagati, senza alcuna assistenza medica. Le attività sindacali sono represse talvolta con la forza.
La multinazionale Chiquita Brands ha dovuto pagare al governo degli U.S.A. una somma di 25 milioni di dollari, poiché aveva finanziato in Colombia gruppi paramilitari, che dal Dipartimento di Stato U.S.A. sono considerati, dal 10 settembre 2001, come gruppi terroristi. Il contenzioso tra il governo U.S.A. e la Chiquita Brands, risolto con il ricorso al Giudice Federale della Corte del Distretto di Washington, Royce Lambret, si è concluso nel seguente modo: la Chiquita Brands ha riconosciuto che i suoi principali quadri direttivi in U.S.A. hanno dato ai paramilitari colombiani, tra il 1997 ed il 2004, attraverso la sua filiale Banadex circa 1.7 milioni di dollari in cambio della loro protezione ai vari processi riguardanti l’affare delle banane, la qual cosa includeva, certamente, di colpire tutto ciò che fosse una minaccia a questa attività. Durante questo periodo gli omicidi e lo sfollamento in Urabá furono costanti.
La stessa multinazionale riconosce che le menzionate risorse sono state ricevute dai paramilitari in quote, 100 complessivamente, e inizialmente sono state riscosse dalla Convivir Papagayo, uno dei tanti iniziali strumenti criminali che il Presidente Uribe ha lasciato installati durante il suo nefasto passaggio per il governatorato di Antioquia, la quale nel 2003 avrebbe cambiato la sua facciata e da allora si sarebbe chiamata Servizio Speciale di Vigilanza e Sicurezza Privata. Si sa che il rinnovo della licenza di questa copertura del paramilitarismo è in corso presso la Sovrintendenza per la Vigilanza e la Sicurezza Privata, organismo del resto per niente pulito in questo tipo di intrighi. Non c’è dubbio che con questi soldi i paramilitari di Carlos Castaño ed i militari della XVII Brigata dell’esercito imposero un regime di terrore nella zona dell’Urabá e contemporaneamente nel Dipartimento del Magdalena, zone per eccellenza di coltivazione di banane, fatto che poi si è esteso ad altre zone del paese.
Dentro a questa perversa logica, che solo Uribe e suoi capiscono, la Chiquita Brands si impegna a pagare i primi cinque milioni di dollari una volta emessa la sentenza e altri quattro pagamenti con gli interessi fino a completare i 25 milioni che comporta la multa per aver sostenuto i gruppi paramilitari. Tra gli impegni di questa multinazionale, inoltre, c’è quello di accettare un programma di etica imprenditoriale e di contrubuire al chiarimento di tutti i fatti associati al finanziamento dei paramilitari, compreso quello della consegna dei 3400 mitra AK che questi gruppi ricevettero con le rispettive munizioni e che, nel novembre 2001, furono introdotti nel paese con la nave Otterloo del sua filiale Banadex, e alla cui operazione parteciparono, si pensa, paesi come il Nicaragua, Panamà e la stessa Colombia. Dove erano le autorità colombiane quando succedeva questo? In cambio, il Dipartimento di Giustizia degli U.S.A. dà per buon l’accordo e dichiara che non avvierà alcuna azione di tipo penale contro la Chiquita Brands, oltre che dare l’accordo per passato in giudizio.
Questa sanzione economica alla Chiquita Brands, che non smette di essere una caricatura ed una orribile ed inammissibile complicità con il suo criminale e terribile modo di agire, ciò che gli U.S.A. dicono di combattere nel nome della libertà, dei diritti umani, della democrazia e di tutti i valori intangibili che rappresentano l’occidente, il vertice della sua società, fa ribollire, infiammare la coscienza e reclamare allo Stato colombiano, al suo governo, alla sua elite criminale ed a tutta la società, senza alcun dubbio, un momento di dignità, un basta al servilismo di fronte a un così grande obbrobrio tutto in una volta.
FONTE: Hugo Paternina Espinosa, Rebelion