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Archivio per ‘Salute’

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14 ott 2010

La fabbrica dei mostri

by Fiore

Centrale Elettronucleare Garigliano (CASERTA)

14 ottobre, 2010 at 4:15

Tags: ambiente, cancro, caserta, deformazioni, garigliano, inquinamento, malformazioni, nucleare, radioazioni, sessa aurunca
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22 set 2010

Biokiller Monsanto

by Fiore

La chiamano la Microsoft del transgenico, del biotech, ma lei non dovrebbe essere divisa in due o tre, dovrebbe essere spazzata via, messa in condizione di non fare danni spaventosi, come ha fatto, sta facendo e farà, se non sarà fermata.

Nasce nel 1901 a East St. Louis, nell’Illinois, come produttrice di saccarina. Nella grande crisi del ’29 mentre milioni di americani senza lavoro non riescono a mangiare, lei si mangia una ditta che ha giusto messo a punto un nuovo composto, i policlorobifenili, detti PBC. Sono inerti, resistenti al calore, utili all’industria elettrica allora in grande espansione e come liquidi di refrigeranti nei trasformatori.
La Monsanto fa i soldi, ma già negli anni Trenta viene fuori che il PCB è un composto chimico tossico, ma l’elettrico è troppo importante, e la Monsanto va avanti pressoché indisturbata.

Negli anni Quaranta si occupa di diossine e comincia a fabbricare l’erbicida noto come 245T, il nome gli deriva dal numero di atomi di cloro del famigerato composto. Così efficace che già negli anni Sessanta le grandi praterie americane, così infestate, diventano «silenti» ed uscirà un libro famosissimo a denunciare «the silent spring», la primavera silenziosa, senza uccelli, che darà il via alle prime campagne ecologiche americane.

L’erbicida è così potente che l’esercito americano lo usa come defoliante nella sua guerra in Vietnam, dove concepisce l’idea demenziale che distruggendo tutte le foglie degli alberi del Nord e Centro Vietnam riuscirà a scovare i Vietcong. Che invece arriveranno fino a Saigon, e faranno scappare l’ambasciatore americano dal tetto dell’ambasciata, con la bandiera a stelle e strisce arrotolata, sotto il braccio, mentre si alza su un elicottero che lo riporterà via, per sempre. Ma questa è un’altra storia.

La Monsanto, durante tutta quella sciagurata guerra, la prima che gli Americani perdono nella loro storia, ha venduto all’esercito il tristemente famoso «agent orange», un misto di 245T della Monsanto e del 24D della sua rivale Dow Chemical, sua alleata per la patriottica distruzione delle foreste del Vietnam. Scienziati ed opinione pubblica, oltre alle diserzioni in massa dei giovani americani fanno sospendere, nel 1971, lo spargimento dell’agent orange, di cui si conoscono gli effetti delle diossine sull’ambiente.

Ed è cancerogeno, ha provocato danni immunitari e alla riproduzione che non hanno finito di fare male ai vietnamiti. Come si vede, la Monsanto viene da lontano davvero. Ma questo è ancora poco. Negli anni Ottanta scopre il glifosato, sostanza base per molti erbicidi, e soprattutto del tristemente famoso Roundup. Il Roundup è un pesticida potente, e conveniente, che dà alla Monsanto profitti del 20% annui, proiettandola ai vertici. Però ha un difetto: fa male agli umani. I disordini provocati dal glifosato sono noti e documentati, ma le lobbies pro-pesticidi sono ormai potentissime, inarrestabili. Il solo piccolo neo di questi tempi, mentre leggete, gli scade la patente del Roundup, insomma, la fine della pacchia. Ma ormai la Monsanto, da grande multinazionale qual è, sa guardare lontano. Nel 1997 scorpora chimica e fibre sintetiche e le mette in una società di nome Solutia e spende miliardi (di dollari) che le vengono dai profitti del Roundup nel campo biotech, che, insieme a quello del software, sta diventando il darling di Wall Street. Capisce alla svelta che quello sono le due grandi strade del futuro: informatica e biotecnologie. La Monsanto viene fuori con la grande pensata.
La grande pensata è questa: fabbrichiamo una specie di semente resistente al glifosato, così possiamo vendere le sementi super-resistenti, che si chiameranno Roundup ready, insieme al Roundup stesso. Così possiamo continuare a prendere due piccioni con una fava: vendere le sementi, e ancor più pesticida Roundup, un pacchetto doppio che abbiamo solo noi. Così, dal 1997 la Monsanto comincia a vendere soia, mais e colza transgenici, cioè con un gene che, dice lei, li fa resistenti al Roundup. Ci prova anche con il cotone, ma gli va male. Però soia, mais e colza vanno bene, e arriveranno, per vie traverse e spesso complicate, sulle tavole di tutto il mondo, ormai abituate a prodotti con dentro di tutto.

Basta che siano colorati, pubblicizzati e venduti nei supermercati come prodotti nuovi, con i nomi degli ingredienti così piccoli che non si leggono.

E non è finita. Nel 1998 una delle nuove aziende Biotech, la Delta e Pine Land, si è inventata e brevettata una tecnica di nome «sistema di protezione della tecnologia» che è una modifica genetica alla pianta, a molte piante, che le fa sterili. Possono sterilizzare una pianta, e quindi, se ti costringono a usare i loro semi, te li possono rivendere anno dopo anno.

Il brevetto lo chiamano Terminator. La Monsanto, dopo due mesi dal brevetto, si compra la Delta & Pine Land, con l’evidente scopo di vendere le sementi transgeniche, che vengono chiamate «suicide» ai mercati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ma la verità alla fine viene fuori. Un giornale tra i pochissimi, The Ecologist, inglese, fa un numero speciale sul transgenico, e fa i nomi della gente delle lobbies che hanno fatto passare le leggi sui brevetti. Sono spesso quelli che poco prima erano nel biotech: era così e lo è ancora nel farmaceutico come negli armamenti, la chiamano la «revolving door». Entrano nelle multinazionali e escono dalle lobbies o dalle burocrazie ministeriali che decidono, e viceversa, da sempre. La Monsanto e quelli del biotech premono sulla distribuzione del giornale, e lo fanno saltare. Ma alla fine esce, in inglese, in francese e in spagnolo e com’è come non è, in pochi mesi l’Europa si allerta ai transgenici, e al Terminator, suo aspetto  più orrificante, e non vuole ne soia ne altro di quel genere.

La Monsanto si fonde con Pharmacia Upjohn, che fa un marchio separato per il transgenico agricolo, che vogliono spacciare, anche in Italia, nel nome della fame del mondo, e dei prodotti che contengono vitamina e antibiotici.

Con la connivenza, ovviamente, dei giornali e TV, insomma del mediatico tutto. Se poi ci chiediamo cosa c’era di così terribile nel numero di The Economist, la risposta è: tutto. Dalla storia che ormai ha fatto il giro del mondo, denunciata in prima battuta da «Pure food» gruppo di ONG che hanno tirato fuori la sempreverde combine della revolving door, della porta girevole che funziona da sempre per le industrie belliche, i ricercatori e gli uomini chiave passano dall’industria alle organizzazioni statali che queste controllano.

Cioè controllori e controllati sono sempre le stesse persone, che da quella porta girevole passano, ogni due o tre anni. Nel nostro caso, è una ricercatrice della Monsanto, chiamata dalla FDA a controllare le sue stesse ricerche. Lo stesso per una certa Ann Foster, passata da direttrice dello Scottish Consumer Council alla Monsanto, ed ancora membro di diverse commissioni di consulenza britanniche, tra cui quella degli aspetti medici degli alimenti. Nel gennaio 1997 la procura di New York ha costretto la Monsanto a ritirare annunci pubblicitari che sostenevano che il suo diserbante, l’ormai famigerato Roundup, è biodegradabile e non nuoce all’ambiente, perché menzogneri. Secondo la facoltà di Igiene della Università di California, il glifosato occupa il terzo posto nelle cause di malattie legate ai pesticidi contratte dai lavoratori. Ma la Monsanto, come le grandi multinazionali, può tranquillamente perdere una battaglia, dieci battaglie, perché alla fine vince, grazie ai suoi avvocati, e alle lobbies, le guerre.  Anzi è così forte che riesce ad imporre quel che vuole agli organismi mondiali come il WTO.

Progresso che passerebbe per la vittoria totale dei commerci senza barriere. Ma i ricchi non comprano il cibo dei poveri, per cominciare, così, noi europei tutti, dobbiamo accettare le importazioni di carne e latte che provengono dagli USA, da bestiame trattato con Posilac, l’ormone prodotto dalla Monsanto, che fa crescere gli animali, e i profitti, con i risultati che sappiamo. E sulle carni ormonate, della Monsanto, la guerra tra USA, che li ormoni ce li mettono, e l’Europa, che non ci sta, è diventata una guerra commerciale a tutti gli effetti.

Dal 1997 la Monsanto si è scissa in due. La cosiddetta MS si dedica esclusivamente alle biotecnologie e alla produzione di cibo, per gli animali e per gli uomini, entrambi geneticamente modificati, oltre alla fabbricazione di diserbanti e fertilizzanti.

FONTE: AAVV (2000), Transgenico NO, Malatempora

22 settembre, 2010 at 18:21

Tags: agent orange, agricoltura, agrochimica, allevamento, ambiente, biodiversità, biotech, biotecnologie, brevetti, cancro, erbicida, inquinamento, liberismo, mercato, monsanto, multinazionali, ogm, ormoni, pesticidi, round up, sementi, transgenico, usa, veleno, vietnam
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22 set 2010

Le due facce della Nestlè

by Fiore

Fondata in Svizzera nel 1860, la Nestlé è la maggiore multinazionale agroalimentare del pianeta, leader nel settore del latte in polvere (nel 2002 controllava il 35-50% del mercato mondiale), dell’acqua (in Italia nel 2000 controllava il 30% del mercato) e del caffé.

Sul suo sito Nestlé dichiara di non commercializzare prodotti OGM in Italia, tuttavia nel 1996 ha respinto la richiesta di tenere separata la soia OGM da quella non manipolata e inoltre fa parte di EuropaBio, il consorzio delle industrie europee per l’affermazione del biotech.

Nel maggio del 2000 Lega Ambiente ha denunciato la presenza di proteine isolate di soia OGM nel latte in polvere per l’infanzia “Alsoy”. Il dato è stato riconfermato da “Il Salvagente” a fine 2002. Una ricerca condotta da Interagency Group on Breastfeeding Monitoring ha provato che Gerber, Mead Johnson, Nestlé, Nutricia e Wyeth hanno trasgredito sotto vari aspetti il Codice dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul latte in polvere, varato nel 1981 a tutela della salute dei bambini.

Nestlé è accusata di aver promosso la vendita dei suoi prodotti con campagne aggressive e irresponsabili, entrando negli ospedali, con uno stuolo di rappresentanti, per convincere i medici all’uso del latte artificiale e per distribuire campioni gratuiti anche alle madri, future possibili acquirenti.

In alcuni paesi, come il Pakistan, le ingerenze della Nestlé si sono spinte alla sfera politica.
La diffusione di false notizie sulla superiore composizione del latte in polvere e le complicità di medici e politici corrotti, hanno condotto ad una drastica riduzione dell’allattamento materno (in Cile dal 1950 al 1970 i neonati allattati al seno sono passati dal 95% al 20%).

Nel Terzo Mondo la principale conseguenza della diffusione di massa dell’allattamento artificiale è la morte di circa 1.500.000 di bambini ogni anno. Su questo tragico bilancio pesano in primo luogo la povertà, che non permette ai genitori di assicurare ai figli le dosi di latte in polvere minime necessarie (l’allattamento artificiale di un bimbo di 6 mesi in Nigeria richiedere oltre il 47% dello stipendio minimo di un operaio) e in secondo luogo la mancanza di igiene (acqua malsana e impossibilità di sterilizzare biberon e tettarelle).

In Italia nel Marzo 2000 Nestlé è stata condannata dall’Antitrust per essersi accordata con Milupa, Nutricia, Heinz, Abbott e Humana al fine di distribuire il latte artificiale per la prima infanzia solo in farmacia (a prezzi 2 o 3 volte superiori rispetto alle altre capitali europee) e per essersi spartita le forniture gratuite agli ospedali.

Nel dicembre del 2002 ha destato scalpore la richiesta Nestlé di 6 milioni di dollari all’Etiopia a titolo di indennizzo per la nazionalizzazione di uno stabilimento del suo gruppo, ma non tutti sanno che nello stesso anno Nestlé ha tentato di barattare un aiuto di latte in polvere gratuito al Terzo Mondo, per combattere la trasmissione dell’HIV tramite allattamento (ogni anno circa 1,7 milioni di bimbi sono contagiati per questa via) con la riabilitazione da parte dell’OMS dell’immagine stessa del latte in polvere.

Sul piano dei diritti dei lavoratori, va segnalata la gravissima situazione della Colombia, dove i sindacalisti del SINALTRAINAL e gli operai sindacalizzati sono sottoposti a continui abusi (telecamere e altre misure di stretto controllo interne alla fabbrica, licenziamenti immediati, ecc.) e ad aggressioni (sequestri, sparizioni forzate e attentati) di cui 8 mortali tra il 1986 e il 2002.

Sempre in Colombia nel novembre 2002 il Dipartimento Amministrativo di Sicurezza ha smascherato il tentativo della Nestlé di mettere sul mercato tonnellate di latte in polvere scadute provenienti dall’Uruguay. In questo paese la politica di importazione del latte operata da Nestlé, Danone e Parmalat, ha danneggiato l’economia nazionale causando la sovrapproduzione di latte fresco (impoverimento dei piccoli produttori, perdita di posti di lavoro nell’indotto, ecc.).

Analogamente, incurante della crisi attraversata dai produttori colombiani di caffé (nel 2001 la raccolta del caffé si è ridotta del 40%), Nestlé importa sacchi di caffé dal Perù.

Nel 2001 Jennifer Zeng, una signora cinese, ora rifugiata in Australia, ha riconosciuto nei peluches di coniglio distribuiti insieme a Nesquik gli stessi peluches fabbricati da lei e da altri suoi colleghi in Cina presso un campo di internamento per dissidenti, dove si praticavano lavoro forzato e tortura.

Nel 1989 i lavoratori di una fabbrica di cioccolato a Cacapava, Brasile, fecero sciopero: essi si lamentavano delle misere condizioni di lavoro, compresa la discriminazione verso le donne, la mancanza di indumenti protettivi e le inadeguate condizioni di sicurezza. Entro due mesi dall’inizio dello sciopero la compagnia aveva licenziato 40 dei suoi operai, compresa la maggior parte degli organizzatori dello sciopero.

Recenti mosse della Nestlè nel campo del latte in polvere per neonati comprendono un’ulteriore violazione del Codice dell’OMS, cioè la pubblicità del suo nuovo latte ipo-allergenico, Good Start.

Negli USA si è saputo che alcuni neonati hanno sofferto di shock anafilattici, con pericolo per le loro vite, dopo essere stati nutriti con questo prodotto.

FONTE: Transnationale.org

22 settembre, 2010 at 18:11

Tags: allattamento, allattamento artificiale, denutrizione, fame, globalizzazione, infanzia, latte in polvere, lavoro, liberismo, mercato, multinazionali, nestlè, ogm, povertà, pvs, sindacati, terzo mondo
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22 set 2010

McDonald’s: super size me!

by Fiore

L’azienda McDonald’s a livello mondiale è contestata per l’impatto ecologico ed economico indotto dai metodi di coltivazione ed allevamento necessari ai propri approvvigionamenti, nonché per le qualità dietetiche dei cibi proposti, sovente ritenuti troppo ricchi di grassi. Sono sorti numerosi gruppi ed associazioni di protesta che hanno organizzato boicottaggi. In qualche caso le proteste sono sfociate nella violenza, determinando attacchi e danneggiamenti dolosi ai franchising. Particolare rilievo mediatico hanno avuto in questo contesto le azioni di ATTAC in Francia, guidate dal suo cofondatore e leader dei sindacati degli agricoltori José Bové il quale, per aver letteralmente smontato (assieme ad altri dimostranti) un ristorante (prefabbricato) McDonald’s nel 1999, è finito in carcere.

Nel 2004 venne prodotto “Super Size Me”, un film-documentario diretto ed interpretato da Morgan Spurlock, un filmaker statunitense indipendente.

La pellicola segue un esperimento portato avanti dal regista: per un mese (30 giorni) ha mangiato solamente cibo della nota catena mondiale di fast food McDonald’s, tre volte al giorno, ogni giorno, interrompendo contemporaneamente ogni attività fisica, e documentando tutti i cambiamenti fisici e psicologici avvenuti. Oltre a questo, Spurlock esplora l’enorme potere della catena sull’industria dei fast food e come questa incoraggi un’alimentazione povera per massimizzare il proprio profitto.

Il tutto prende le mosse da un episodio di cronaca del 2002: due ragazze statunitensi citarono in giudizio la catena di fast-food McDonald’s dichiarando “se siamo obese è colpa sua”. La difesa della corporation puntò sul fatto che non c’erano prove che un’alimentazione basata esclusivamente o principalmente sui fast-food avesse effetti simili. Per contrastare quest’osservazione e questo vuoto, Spurlock, scrittore e produttore fino ad allora noto soprattutto nel circuito televisivo, decise di diventare una cavia di un folle esperimento: un mese di solo cibo McDonald’s, il tutto davanti ad una telecamera 24 ore al giorno.

Spurlock, 33 anni, era in salute e magro, 188 centimetri di altezza per 84 kg di peso, prima dell’esperimento. Dopo 30 giorni ha guadagnato 11 kg ed ha incrementato la sua massa corporea del 13%. Ha anche provato improvvisi e repentini cambi di umore, disfunzioni sessuali, e danni irreversibili al fegato, che lo hanno portato in condizioni gravi alla fine dell’esperimento.

Ha ricevuto la nomination come “miglior documentario” per gli Oscar 2005.

22 settembre, 2010 at 18:06

Tags: alimentazione, cibo, fast-food, globalizzazione, liberismo, mcdonald's, multinazionali, profitto, qualità, super size me
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22 set 2010

Coca-Cola: Life tastes good (for us)!

by Fiore

La Coca-Cola prima, e la Coca-Cola Company poi, sono state oggetto nel tempo di molte critiche di vario genere. Le principali hanno per oggetto:

- danni alla salute;

- il mancato rispetto di norme igieniche nel suo confezionamento;

- l’uso, da parte dell’azienda, di gravi pratiche sleali per mantenere una posizione pressoché monopolistica sul mercato, che comprenderebbero anche ripetute violazioni dei diritti umani;

- la produzione della bevanda in zone dove scarseggia l’acqua (per esempio in Africa).

In particolare, la Coca-Cola è stata accusata di provocare danni alla salute, anche perché, fra i suoi ingredienti, figurano la caffeina ed elevate quantità di zucchero. A causa delle forti dosi di caffeina e di zuccheri semplici (soprattutto caramello), è una bevanda eccitante e molto calorica. L’azienda si difende affermando che la quantità di zuccheri semplici che contiene il suo prodotto è paragonabile a quella di succhi di frutta o altre bevande estive.

Nella versione senza zucchero, al suo posto viene usato come dolcificante l’aspartame, sostanza che, secondo certi studi, sarebbe potenzialmente tossica o cancerogena.

Inoltre, la miscela di acido fosforico e aspartame è da vari esperti ritenuta fonte di effetti dannosi sul sistema nervoso. Va aggiunto che la Coca-Cola contiene acido fosforico in una concentrazione di 325 mg/litro, che secondo alcuni le conferisce caratteristica di corrosività, avendo un valore di pH (circa 2,4) compreso tra quello dell’acido gastrico (pH = 1,5) e quello dell’aceto (pH = 3,0). Infine, va menzionato il sospetto che la bevanda possa creare effetti di dipendenza, dubbio che del resto la Coca-Cola Company stessa non ha mai contribuito a sciogliere, avendo sempre mantenuto lo stretto riserbo sull’elenco degli ingredienti appellandosi al diritto di protezione del segreto industriale, anche se le richieste pervenutele non hanno riguardato i processi industriali e la composizione percentuale.

Di recente, nel Regno Unito, la Coca-Cola è stata oggetto di denuncia per il supposto contributo all’assunzione di cattive abitudini alimentari nei bambini.

Nel maggio 2006 lo stato della California ha accusato la Coca Cola di aver importato dal Messico e distribuito per almeno 4 anni bottiglie con alto contenuto di piombo nella vernice delle etichette. L’azienda ha respinto le accuse a differenza della Pepsi che ad un’accusa analoga, risalente ad alcune settimane prima, preferì pagare una multa da 2,25 milioni di dollari e ritirare dal mercato le confezioni sospettate.

La Coca-Cola Company è stata altresì accusata di non osservare standard produttivi adeguati alla salvaguardia della salute dei consumatori e dei lavoratori. In particolar modo in India la corporation ha subito numerosi boicottaggi e proteste a causa della condizione degli stabilimenti locali, ritenuta scarsamente igienica, ed alla presunta inosservanza della tutela dell’ambiente.

Nel 2003, in Colombia, il sindacato SINALTRAINAL (il sindacato dei lavoratori delle industrie alimentari) depositò presso il Tribunale di Atlanta la richiesta per l’incriminazione ufficiale della Coca Cola e della Panamco, l’azienda di imbottigliamento della bevanda, accusate di crimini di lesa umanità in quanto mandanti delle azioni repressive (decine di morti e di sindacalisti rapiti e torturati) svolte da gruppi paramilitari mercenari nei confronti del sindacato e dei lavoratori. Sempre nel 2003 la Corte Federale di Atlanta decise l’ammissibilità del procedimento penale per la violazione dei diritti umani, commessi da forze paramilitari a nome delle imprese imbottigliatrici della Coca Cola colombiana, (Panamerican Beverages Inc.).

Nel gennaio del 2004, la “New York City Fact-Finding Delegation on Coca-Cola in Colombia” provò quanto asserito dai lavoratori.

Nel luglio del 2004, la United Steelworkers of America e l’International Labor Rights Fund portarono innanzi alla Corte degli Stati Uniti una causa contro la Coca-Cola e taluni imbottigliatori colombiani per aver “assunto, o comunque diretto forze di sicurezza di tipo paramilitare”. La compagnia, ancora una volta, negò.

Il 3 agosto 2006, come denunciò Luis Javier Correa Suarez, presidente del SinalTrainal, alcuni uomini in uniforme, identificatisi come membri della Polizia Giudiziaria (SIJIN) entrarono nella sede sindacale di Bogotà, eseguendo una perquisizione motivata dalla necessità di “garantire l’ordine pubblico” in vista alla imminente presa dei poteri ufficiale del Presidente Vélez.

In India, nel 1970, la Coca-Cola fu bandita poiché si rifiutava di rendere pubblica la lista degli ingredienti della propria bevanda. La messa al bando proseguì fino al 1993. Successivamente, in seguito ad uno studio condotto dal Center for Science and the Environment (CSE) (laboratorio scientifico independente a Nuova Delhi), che rivelò la presenza in Coca-Cola e Pepsi di residui di pericolosi pesticidi in concentrazioni fino a trenta volte maggiori dei limiti stabiliti dalle norme indiane ed europee, il 7 dicembre 2004, la Suprema Corte dell’India impose alle multinazionali l’obbligo di apporre su tutte le confezioni un’etichetta recante l’attestazione di pericolo per i consumatori.

L’imbottigliamento, poi, parrebbe essere avvenuto in condizioni di igiene non ottimali, come il ritrovamento di una lucertola morta all’interno di una bottiglia ancora non stappata. Forme di impoverimento della riserva d’acqua locale a causa del predatorio utilizzo di questa da parte della Coca-Cola Company hanno inoltre messo in serio pericolo intere comunità del paese asiatico: gli stabilimenti della Coca-Cola di Kerala sono stati indicati come responsabili di un drastico declino, sia della quantità che della qualità, dell’acqua disponibile, prelevando 1,5 milioni di litri d’acqua al giorno.

Di fronte alle proteste degli abitanti dei villaggi per un’improvvisa scarsità quantitativa e qualitativa dell’acqua (numerose analisi ne evidenziarono l’inquinamento e la non potabilità), nel 2003, la High Court di Kerala stabilì che la Coca-Cola venisse assimilata, dal punto di vista del limite prelievo idrico, ad una proprietà terriera di 34 acri (140.000 m²), e che pertanto il suo consumo d’acqua non dovesse superare il limite previsto per tale fascia. La Coca-Cola si appellò rimettendo in discussione la decisione.

Nel corso degli anni ottanta, anche il Guatemala fu teatro della misteriosa uccisione di impiegati della Coca-Cola iscritti ai sindacati. Forze mercenarie paramilitari occuparono con la violenza una delle fabbriche e dopo varie pressioni da parte di numerose organizzazioni internazionali, il conflitto giunse al termine quando la Coca-Cola Company nominò gestore una nuova ditta, che portò avanti la linea dell’accordo con i sindacati.

Sebbene meno pubblicizzati, altri attriti tra le associazioni sindacali e la Coca-Cola Company sono avvenuti in altre parti del mondo, come ad esempio nelle Filippine, nello Zimbabwe, e perfino negli Stati Uniti. Nel 2002, anche un azionista della Coca-Cola Company, la Christian Brothers, presentò agli altri azionisti una risoluzione che invitava la Coca-Cola ad adottare un codice etico di condotta che regolasse le attività di assunzione e produttive. La risoluzione venne però respinta, nonostante il pressoché unanime appoggio delle associazioni sindacali di tutti i Paesi appena menzionati.

Secondo la “Guida al consumo critico”, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Editrice Missionaria Italiana, il gruppo fa parte delle aziende che finanziano i partiti USA, investendo a tal fine un milione di dollari nel 2002, destinati per il 36% al partito democratico e per il restante 64% al partito repubblicano.

22 settembre, 2010 at 17:59

Tags: africa, bevande, coca-cola, coke, consumismo, diritti, globalizzazione, india, lavoro, liberismo, mercato, multinazionali, profitto, Salute, sindacati
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22 set 2010

L’oro blu

by Fiore

Del totale di acqua del pianeta, solo il 2,8 % è acqua dolce. La maggioranza si trova nei poli e nei ghiacciai e resta solo lo 0,02% di acqua superficiale e lo 0,37 % di acque sotterranee il cui accesso richiede tecnolgie di estrazione ogni volta più profonde.

Sicuramente il problema dell’acqua dolce non è la sua insufficienza per la popolazione mondiale, così come ugualmente non è insufficiente la produzioni di alimenti, quanto risulti ingiusto l’accesso e la distribuzione, il rapido aumento della contaminazione e il suo spreco. Il 70% dell’acqua dolce disponibile globalmente è utilizzato per l’agricoltura industriale e il 15% in altre industrie, che a loro volta sono responsabili della maggiore e peggiore contaminazione dovuta alla filtrazione di sostanze tossiche, la salinazione dell’acqua e la contaminazione industriale.

Di fronte alle molteplici crisi dell’acqua (accesso, distribuzione, degradazione, spreco) generata da questi attori, ma di cui soffrono principalmente i più poveri, la soluzione magica che avanzano i creatori delle politiche del capitale multinazionale, come la Banca Mondiale, è la privatizzazione. La maggioranza delle fonti e la distribuzione dell’acqua in tutto il mondo sono pubbliche , ma soggette a contratti di concessione per la estrazione, distribuzione, purificazione, e l’imbottigliatura mentre ci si sta adoperando per la loro privatizzazione di fatto. In Messico, per esempio, le principali multinazionali dell’acqua (Suez, Vivendi, RWE) hanno una importante presenza in 20 stati, completamente fuori dal controllo pubblico, come anche in Bolivia.

Così come avviene in altri importanti settori, come l’energia, l’agricoltura e la salute, c’e’ un pericoloso cocktail di fattori che si completano: al controllo del mercato si somma il controllo dei brevetti e le tecnologie chiavi.

Due imprese, Vivendi e Suez possiedono il 70% del mercato mondiale dell’acqua che è controllato da 10 multinazionali. La maggioranza sono imprese multiple che includono l’estrazione, la costruzione di reti di distribuzione e altri aspetti connessi, come le già nominate Suez, RWE e Bechtel fino ad arrivare alle multinazionali alimentari e di bevande come la Nestlè, la Coca-cola, la Pepsi, la Danone, l’ Unilever secondo Tony Clarke e Maude Barlow nell’ “Oro azzurro”.

La nanotecnologia (manipolazione della materia vivente o inerte in scala manometrica, sia di atomi che di molecole) emerge come una tecnologia innovativa in aspetti chiave come la purificazione e la desalinizzazione dell’acqua

Mark Modzelewski, direttore della Lux Research, analista dell’ industria nanotecnologica, ha informato il 22 marzo del 2005 che le principali falde acquifere soffrono di un processo di salinizzazione crescente dovuta all’agricoltura, mentre ci si aspetta che la domanda di acqua dolce cresca del 70 % nei prossimi 25 anni. Di fronte alla salinizzazione e ai problemi di contaminazione industriale e fecale, Modzelewski considera che solamente la nanotecnología possa affrontare questi problemi simultaneamente.

Per esempio la KX, industria del Connecticut, ha sviluppato dei filtri basati su membrane nanotecnologiche antivirali e antibatteriche. Il principio base è che i pori delle membrane sono tanto minuscole che possono filtrare sino agli organismi più piccoli. A questo si aggiunge il tipo di materiale utilizzato. L’azienda Argonide di Standford produce nanofibre in alluminio la cui carica positiva attrae i microbi caricati negativamente. Altre costruzioni includono materiali fotocatalitici che assoggettano l’acqua filtrata a raggi ultravioletti, potenzialmente distruggendo i solventi industriali e i germi patogeni.

Zvi Yaniv, presidente dell’ Applied Nanotechnology ad Austin, Texas, afferma che si possono creare nuovi materiali con polimeri che si autoassemblano in membrane. La sua compagnia lavora con un socio giapponese per produrre colonne nanometriche di ossido di titanio che funzionano come potenti fotocatalizzatori. Un’altra tecnologia della sua azienda si basa su sensori, costituiti da nanotubi di carbonio ricoperti di enzimi che reagiscono di fronte alla presenza di contaminanti. E’ l’affermazione della nanobiotecnologia.

Modzelewski afferma che sia la Vivendi e la Suez, come la General Electric, il maggior produttore di apparecchiature idrauliche, stanno utilizzando nanotecnologie, sviluppando brevetti su di essi. Si stima che sia solo questione di tempo perché queste megaimprese comprino le più piccole e controllino non solo il mercato ma anche le licenze e le tecnologie chiavi.

Oltre al controllo corporativo, congiunto con la nanotecnologia vi sono nuovi rischi ambientali e per la salute , cosi come questioni di bioetica in relazione alla creazione di organismi ibridi con la nanobiotecnologia. Fino ad ora ci sono pochi studi al riguardo in cui però alcuni scienziati ipotizzano che l’ossido di titanio usato nei nanotubi di carbonio possa avere effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente, metre l’ipotesi è di usarlo nelle reti di distribuzione che portano l’ acqua a milioni di persone. Paradossalmente l’industria presenta queste innovazioni come suppostamente positive e che, secondo loro, daranno benefici ai poveri, per giustificare socialmente l’uso di queste nuove tecnologie. Solo che potrebbero determinare nuovi problemi, addirittura più gravi per la vita del pianeta.

FONTE: Silvia Ribeiro, Alai-amlatina

22 settembre, 2010 at 17:46

Tags: acqua, agricoltura, ambiente, globalizzazione, liberismo, mercato, multinazionali, privatizzazione, risorse, siccità
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25 giu 2010

La lenta marcia del multilateralismo ambientale

by Fiore

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Con l’aumento dei dati scientifici sul legame esistente tra attività umane e riscaldamento globale, e in seguito all’aumento dell’interesse e delle preoccupazioni della società civile nei confronti dell’argomento verso la metà degli anni ’80 il cambiamento climatico viene inserito nell’agenda della politica internazionale: nel 1988 l’UNEP promuove la nascita di una commissione scientifica per la raccolta dei dati sul cambiamento climatico, l’IPCC. Lo stesso anno poi il tema viene affrontato, per la prima volta, in seno all’Assemblea Generale dell’ONU che adotta una prima risoluzione (Protezione del clima globale per le generazioni umane presenti e future) e nel 1990 apre ufficialmente i negoziati su una bozza di convenzione sul cambiamento climatico e stabilendo una Commissione Intergovernativa (INC) destinata a condurre i negoziati. L’INC nel 1992 adotta la Convenzione sul Cambiamento Climatico, che entra in vigore nel 1994, il cui obiettivo finale era la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas serra; in sostanza, la Convenzione afferma che le quantità di gas serra emessi nell’atmosfera dalle attività umane non dovrebbero eccedere certi limiti di sicurezza che non sono quantificati ma che dovrebbero essere fissati in modo tale da permettere il naturale adattamento degli ecosistemi al cambiamento climatico in atto, assicurando che non venga messa a rischio la produzione alimentare e permettendo allo sviluppo economico di procedere in modo sostenibile.

La Convenzione, sulla base del “principio di equità” e di “responsabilità comuni ma differenziate”, suddivide i paesi in due gruppi: il primo composto dai paesi industrializzati, a cui viene richiesto di guidare la modifica dei trends di emissione a lungo termine e di adottare politiche e misure, non legalmente vincolate, finalizzate a riportare entro il 2000 le proprie emissioni di gas serra ai livelli del 1990, ed inoltre hanno l’obbligo di fornire risorse finanziarie addizionali ai PVS, per aiutarli a far fronte al cambiamento climatico e di facilitare il trasferimento di tecnologie amiche del clima dai paesi più avanzati a quelli più arretrati; il secondo, invece, composto dai PVS, che sono soggetti ad obblighi meno stretti dei primi.

Per mettere a punto dei meccanismi atti a garantire il rispetto degli impegni presi alla ratifica della convenzione, le parti si incontrarono prima a Berlino, nel 1995, e poi a Kyoto, nel 1997, adottando dopo lunghi negoziati alla fine dello stesso anno il cosiddetto Protocollo di Kyoto. Qui, i paesi sviluppati si sono trovati concordi nello stabilire che l’onere di limitare gli effetti dell’attività umana sugli equilibri climatici deve ricadere su chi inquina. Anche l’articolo 10 del Protocollo parla di “responsabilità comuni ma differenziate”, sancendo che i paesi industrializzati hanno l’obbligo di provvedere a una riduzione delle emissioni in base al principio di responsabilità storica. Secondo gli impegni assunti, nel periodo 2008-12 le emissioni dovranno essere del 5,2% inferiori rispetto a quelle del 1990 (TARANTOLA, 2009). Il Protocollo di Kyoto consente inoltre lo scambio di permessi negoziabili, giudicati dagli ambientalisti una sorta di compravendita del “diritto ad inquinare”, tra stati in eccesso o in deficit di riduzione.

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Paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto (in azzurro) (Fonte: ONU, 2010).

Il Protocollo, comunque, ha dovuto raggiungere la soglia del 55% delle emissioni globali di gas serra per entrare in vigore. Ciò è avvenuto nel 2005 a seguito della ratifica della Russia, dopo molti anni di ostacoli. Oggi il Protocollo è stato ratificato da 186 paesi (vedi figura), esclusi gli USA, maggiori inquinatori mondiali, che non lo hanno ratificato perché giudicato troppo oneroso per la propria economia (in particolare per l’industria petrolifera), assenza che toglie forza e significatività al documento.

I negoziati per il Protocollo di Kyoto, comunque, avevano lasciato aperta la definizione di moltissimi aspetti di primaria importanza ai fini di un concreto raggiungimento dei suoi obiettivi, aspetti che avrebbero dovuto essere affrontati nel corso di negoziati successivi. In particolare non vengono definiti i dettagli operativi relativi al sistema di valutazione del rispetto degli obblighi assunti dai singoli paesi e i provvedimenti da prendersi nei casi di mancato rispetto di tali obblighi (responsabilità penale). Infine, non è affatto chiaro come debba essere trattato il problema della maggiore vulnerabilità dei PVS ai cambiamenti climatici.

Nell’ultimo summit dell’ONU sul clima, tenutosi a Copenaghen nel 2009, queste problematiche sono rimaste insolute, anche se per la prima volta c’è l’impegno americano. Il risultato di un lavoro mastodontico e di una partecipazione mai vista a queste conferenze è un accordo minimo, in 12 punti, non vincolante né a livello politico né legale, che ai più è sembrato solo una lettera di intenti. L’Accordo di Copenaghen insomma si è concluso senza il consenso di tutti i governi, e quindi senza essere ratificato come risultato ufficiale della Conferenza. Tra l’altro il documento non contiene impegni vincolanti per la riduzione delle emissioni, ma solo una serie di impegni volontari da verificare in corso d’opera, né proposte chiare sul come reperire le risorse finanziarie necessarie per le politiche climatiche senza ricorrere ai mercati finanziari o “riciclare” i già scarsi fondi per la lotta alla povertà. Fatti resi ancor più gravi e preoccupanti se si pensa che il Protocollo di Kyoto è ormai quasi in scadenza, infatti non prevede alcun tipo di impegno da parte degli stati dalla fine del 2012.

In pratica, un più sostanzioso accordo è si è mancato a causa della volontà dei PVS, in voce unica tramite il G-77, di veder confermati i punti qualificanti dell’accordo di Kyoto: aiuti finanziari per mitigare gli effetti del cambiamento e l’assicurazione di accesso a energie pulite. La Banca Mondiale parla di 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi poveri ad adattarsi, e attualmente questi corrispondono alla totalità degli aiuti internazionali complessivamente concessi ogni anno dai paesi ricchi. E non tutti i paesi sviluppati intendono dare un cospicuo contributo economico in tal senso. Ma comunque, bisogna dire che già a metà del 2009 erano evidenti la ritrosia degli USA di accettare impegni vincolanti per ridurre le emissioni di gas serra, l’irrigidimento dei PVS nel sostenere la rilevanza e la centralità del Protocollo di Kyoto piuttosto che un suo progressivo indebolimento mirato a soddisfare le richieste di Washington, e l’assoluta assenza dell’UE fortemente divisa sulla questione, che avrebbero creato le premesse per un esito di basso profilo a Copenaghen.

La strada che si terrà a Cancun, in Messico, a fine 2010 è quindi tutta in salita. Tra le varie ipotesi in campo c’è quella i procedere per parti separate e giungere ad un accordo su temi meno critici per poi concentrarsi su quelli più complessi quali appunto quello relativo alle riduzioni delle emissioni di gas serra. Per questo parallelamente al negoziato ufficiale si stanno svolgendo altri incontri informali, come quello del G-8. Infatti, il timore è che l’ostinato rifiuto degli USA a ratificare il Protocollo di Kyoto indurrà anche i PVS a non aderire alle condizioni in esso contenute, e con l’aumento delle emissioni di gas serra da parte di questi paesi, specialmente India e Cina, si porrà nuovamente il problema della sua efficacia (SICURELLI, 2005).

E’ quindi importante raggiungere gli obiettivi di Kyoto, anche se potrebbero risultare non sufficienti a scongiurare del tutto lo scenario catastrofico delineato, infatti da molti autorevoli scienziati è stato giudicato “poco ambizioso”, ma sarebbe comunque un significativo progresso. Kyoto rimane, infatti, agli occhi di molti osservatori il passo più lungo compiuto sulla via dell’istituzione di un sistema di governance globale nel campo della difesa dell’ambiente. Ma c’è comunque il bisogno di imprimere una svolta culturale e politica in un negoziato ancora troppo incentrato sui numeri e sulla scienza e poco sulla giustizia ed equità. Secondo valutazioni dell’OCSE, nel 2050 le emissioni dovrebbero ridursi del 25% rispetto al 2005, un obiettivo che può essere raggiunto solo con il coinvolgimento pieno di tutti i paesi, PVS compresi (BURNIAUX, CHATEAU, DUVAL e JAMET, 2009). Il traguardo da raggiungere è arduo: i costi associati alle riduzioni delle emissioni e le incertezze legate ai benefici di tale riduzione possono agire da freno. Considerando diversi scenari di medio-lungo periodo (entro il 2050), complessivamente i costi di attenuazione delle emissioni varierebbero tra lo 0,2 e il 2,5% del PIL mondiale. I danni economici diretti e indiretti di una crescita della temperatura di 3° oltre i livelli preindustriali ammonterebbero invece a una percentuale del PIL compresa tra l’1 e il 3% (TOL, 2002).

Una possibile strategia per conciliare le esigenze dello sviluppo e la necessità di attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici si fonda sul concetto di adattamento, uno dei cardini del piano di azione di Bali siglato nel 2007. Per adattamento si intende l’insieme delle misure che possono consentire alle popolazioni colpite dai cambiamenti del clima di difendersi dagli effetti più avversi: l’innalzamento dei mari, la maggiore incidenza delle malattie parassitarie, la scarsità d’acqua, le modifiche dell’habitat e i limiti di migrazione delle specie, che potrebbero portare a un significativa perdita di biodiversità. Alcune simulazioni dell’OCSE indicano che qualora le misure di adattamento accompagnassero le misure di riduzione delle emissioni il costo complessivo si ridurrebbe rispetto all’opzione di perseguire solo l’una o l’altra strategia (DE BRUIN, DELLINK e AGRAWALA, 2009).

A tal proposito, nel dopo Copenaghen, l’unico programma che sembra procedere positivamente è quello relativo alla protezione delle foreste tropicali per il quale a Copenaghen sono stati annunciati impegni per 3,5 miliardi di dollari che potrebbero arrivare ad 8 miliardi. L’idea è quella di dare soldi ai paesi tropicali per proteggere le foreste, bloccare la deforestazione, e assicurare che le stesse possano assorbire gas serra.

NOTE:
TARANTOLA A.M. (2009), Economia solidale e sviluppo sostenibile nell’era post globalizzazione, Fondazione sorella natura, Roma
SICURELLI D. (2005), Multilateralismo e unilateralismo nelle politiche ambientali dell’UE e degli USA, Servizio per gli Affari Internazionali del Senato della Repubblica Italiana, Roma
BURNIAUX J.M., CHATEAU J., DUVAL R. e JAMET S. (2009), The economics of climate change mitigation: policies and options for the future, OECD Economics Department Working Papers, Parigi
TOL R. (2002), Estimates of the damage costs of climate change. Part 1: benchmark estimates, Enviromental and resource economics, vol.21, n.1, pp.47-73
DE BRUIN K., DELLINK R. e AGRAWALA S. (2009), Economic aspects of adaptation to climate change: integrated assessment modelling of adaptation costs and benefits, OECD Environment working papers, Parigi
25 giugno, 2010 at 15:58

Tags: ambiente, cambiamenti climatici, cancun, cina, co2, copenaghen, g-77, g-8, gas serra, globalizzazione, inquinamento, ipcc, multilateralismo, onu, protocollo kyoto, pvs, riscaldamento globale, sviluppo sostenibile, usa
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14 mag 2010

I segni del “progresso”

by Fiore

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14 maggio, 2010 at 20:29

Tags: ambiente, disastro, energia, golfo del messico, inquinamento, petroliera, petrolio, usa
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6 feb 2010

Un’obsoleta e pericolosa eredità del presente

by Fiore

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Qualche settimana fa movimenti ambientalisti hanno mostrato le probabili collocazioni delle nuove centrali nucleari in Italia, come deciso dal nostro avanguardistico governo. Tutto questo in un’Italia che non sa dove collocare le proprie scorie, e che nel 1987 ha deciso, con circa l’80% delle preferenze, in un referendum di abbandonare questo tipo di produzione di energia, tra l’altro ormai obsoleto.

Inoltre, questo progetto contribuirà solo del 10% al fabbisogno energetico nazionale a fronte di una spesa di cinque miliardi di euro per impianto, più la spesa per la gestione dei depositi di scorie, queste ultime notoriamente irriciclabili. La vera convenienza, e quindi il vero motivo di questo “ritorno di fiamma”, la trarrà solo l’Enel, che vedrà schizzare in alto il suo valore societario.

A fronte di tutto ciò, più i noti danni alla salute che questo tipo di energia provoca (si pensi che a Garigliano, Caserta, dove è locato uno dei quattro vecchi impianti dismessi dopo il referendum, un morto su due è per tumore) e il già gigantesco impatto ambientale della nostra attività economica, mi chiedo se le popolazioni locali protesteranno in seguito di questa decisione prepotente, cieca e sconsiderata, che farà Berlusconi? Invierà direttamente i carri armati?

Questo è un governo che opera nel silenzio, perchè sa benissimo che questa è una scelta che gli italiani non condividono. Non vincerebbe mai il “si” in un’eventuale nuovo referendum. Tanto che non si azzardano neppure lontanamente a pronunciare la parola “nucleare” in questa campagna elettorale per elezioni regionali di marzo (non bisogna dimenticarsi che ormai sono le regioni ad avere competenze in materia di energia).

In tutti i casi, spero che di fronte ad una minaccia di questo tipo rivolta alla nostra generazione e alle generazioni future ci sarà una forte mobilitazione della società civile, per fermare il pericoloso ritorno di un ennesimo fantasma del passato. C’è un limite a qualsiasi follia. Ancora una volta: NO AL NUCLEARE!

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6 febbraio, 2010 at 2:35

Tags: ambiente, cancro, destra, distruzione, enel, energia, energie rinnovabili, inquinamento, italia, nucleare, pdl, referendum, scorie, tumore
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25 dic 2009

Più ombre che luci sul futuro del pianeta

by Fiore

“Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio.” (E.J. Hobsbawn)

terra_005Come spesso accade nei meeting multilaterali, l’ultimo vertice ONU tenutosi a Copenaghen sui cambiamenti climatici non ha raggiunto la svolta che si sperava e, soprattutto, che era necessaria. Infatti, si è raggiunto un accordo che non è vincolante nè a livello politico nè a livello legale.

Gli unici aspetti positivi derivano prima di tutto dalla larga partecipazione tra le nazioni, cosa che si traduce finalmente in un’accettazione dell’esistenza del problema. Inoltre, sono state stanziate una quantità di risorse per i paesi in via di sviluppo, e poi, fatto non da poco, c’è un qualche tipo di impegno americano su queste questioni, prima d’ora sempre ignorate dalle amministrazioni Usa.

D’altro canto però, il peggiore fattore negativo è l’assenza di un’imposizione di un target di riduzine delle emissioni, cosa che rende poco più che simbolico l’accordo. Gli unici soddisfatti sono i cinesi, che sono riusciti a spostare le trattative verso la loro posizione, cioè appunto “nulla di vincolante”, mentre la delusione è generalizzata: passa dall’Ue agli Usa e dagli ambientalisti alle Ong.

Tutti gli attori, ed in particolare la Danimarca che presiedeva il vertice, hanno espresso la necessità (almeno così pare) di arrivare ad un accordo vincolante entro la fine del 2010, per invertire la tendenza autodistruttiva dell’attività umana sul pianeta. Certo è, che i continui fallimenti di questi vertici, come ha espresso giustamente la Ue, mostra in maniera sempre più urgente la necessità di una riforma radicale del metodo di lavoro dell’Onu.

25 dicembre, 2009 at 15:37

Tags: ambiente, cambiamenti climatici, cina, clima, copenaghen, globalizzazione, onu, paesi in via di sviluppo, protocollo kyoto, pvs, ue, usa, vertice
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