Archivio per ‘Scienze’
Stai visualizzando gli archivi per Scienze.
Stai visualizzando gli archivi per Scienze.
La chiamano la Microsoft del transgenico, del biotech, ma lei non dovrebbe essere divisa in due o tre, dovrebbe essere spazzata via, messa in condizione di non fare danni spaventosi, come ha fatto, sta facendo e farà, se non sarà fermata.
Nasce nel 1901 a East St. Louis, nell’Illinois, come produttrice di saccarina. Nella grande crisi del ’29 mentre milioni di americani senza lavoro non riescono a mangiare, lei si mangia una ditta che ha giusto messo a punto un nuovo composto, i policlorobifenili, detti PBC. Sono inerti, resistenti al calore, utili all’industria elettrica allora in grande espansione e come liquidi di refrigeranti nei trasformatori.
La Monsanto fa i soldi, ma già negli anni Trenta viene fuori che il PCB è un composto chimico tossico, ma l’elettrico è troppo importante, e la Monsanto va avanti pressoché indisturbata.
Negli anni Quaranta si occupa di diossine e comincia a fabbricare l’erbicida noto come 245T, il nome gli deriva dal numero di atomi di cloro del famigerato composto. Così efficace che già negli anni Sessanta le grandi praterie americane, così infestate, diventano «silenti» ed uscirà un libro famosissimo a denunciare «the silent spring», la primavera silenziosa, senza uccelli, che darà il via alle prime campagne ecologiche americane.
L’erbicida è così potente che l’esercito americano lo usa come defoliante nella sua guerra in Vietnam, dove concepisce l’idea demenziale che distruggendo tutte le foglie degli alberi del Nord e Centro Vietnam riuscirà a scovare i Vietcong. Che invece arriveranno fino a Saigon, e faranno scappare l’ambasciatore americano dal tetto dell’ambasciata, con la bandiera a stelle e strisce arrotolata, sotto il braccio, mentre si alza su un elicottero che lo riporterà via, per sempre. Ma questa è un’altra storia.
La Monsanto, durante tutta quella sciagurata guerra, la prima che gli Americani perdono nella loro storia, ha venduto all’esercito il tristemente famoso «agent orange», un misto di 245T della Monsanto e del 24D della sua rivale Dow Chemical, sua alleata per la patriottica distruzione delle foreste del Vietnam. Scienziati ed opinione pubblica, oltre alle diserzioni in massa dei giovani americani fanno sospendere, nel 1971, lo spargimento dell’agent orange, di cui si conoscono gli effetti delle diossine sull’ambiente.
Ed è cancerogeno, ha provocato danni immunitari e alla riproduzione che non hanno finito di fare male ai vietnamiti. Come si vede, la Monsanto viene da lontano davvero. Ma questo è ancora poco. Negli anni Ottanta scopre il glifosato, sostanza base per molti erbicidi, e soprattutto del tristemente famoso Roundup. Il Roundup è un pesticida potente, e conveniente, che dà alla Monsanto profitti del 20% annui, proiettandola ai vertici. Però ha un difetto: fa male agli umani. I disordini provocati dal glifosato sono noti e documentati, ma le lobbies pro-pesticidi sono ormai potentissime, inarrestabili. Il solo piccolo neo di questi tempi, mentre leggete, gli scade la patente del Roundup, insomma, la fine della pacchia. Ma ormai la Monsanto, da grande multinazionale qual è, sa guardare lontano. Nel 1997 scorpora chimica e fibre sintetiche e le mette in una società di nome Solutia e spende miliardi (di dollari) che le vengono dai profitti del Roundup nel campo biotech, che, insieme a quello del software, sta diventando il darling di Wall Street. Capisce alla svelta che quello sono le due grandi strade del futuro: informatica e biotecnologie. La Monsanto viene fuori con la grande pensata.
La grande pensata è questa: fabbrichiamo una specie di semente resistente al glifosato, così possiamo vendere le sementi super-resistenti, che si chiameranno Roundup ready, insieme al Roundup stesso. Così possiamo continuare a prendere due piccioni con una fava: vendere le sementi, e ancor più pesticida Roundup, un pacchetto doppio che abbiamo solo noi. Così, dal 1997 la Monsanto comincia a vendere soia, mais e colza transgenici, cioè con un gene che, dice lei, li fa resistenti al Roundup. Ci prova anche con il cotone, ma gli va male. Però soia, mais e colza vanno bene, e arriveranno, per vie traverse e spesso complicate, sulle tavole di tutto il mondo, ormai abituate a prodotti con dentro di tutto.
Basta che siano colorati, pubblicizzati e venduti nei supermercati come prodotti nuovi, con i nomi degli ingredienti così piccoli che non si leggono.
E non è finita. Nel 1998 una delle nuove aziende Biotech, la Delta e Pine Land, si è inventata e brevettata una tecnica di nome «sistema di protezione della tecnologia» che è una modifica genetica alla pianta, a molte piante, che le fa sterili. Possono sterilizzare una pianta, e quindi, se ti costringono a usare i loro semi, te li possono rivendere anno dopo anno.
Il brevetto lo chiamano Terminator. La Monsanto, dopo due mesi dal brevetto, si compra la Delta & Pine Land, con l’evidente scopo di vendere le sementi transgeniche, che vengono chiamate «suicide» ai mercati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ma la verità alla fine viene fuori. Un giornale tra i pochissimi, The Ecologist, inglese, fa un numero speciale sul transgenico, e fa i nomi della gente delle lobbies che hanno fatto passare le leggi sui brevetti. Sono spesso quelli che poco prima erano nel biotech: era così e lo è ancora nel farmaceutico come negli armamenti, la chiamano la «revolving door». Entrano nelle multinazionali e escono dalle lobbies o dalle burocrazie ministeriali che decidono, e viceversa, da sempre. La Monsanto e quelli del biotech premono sulla distribuzione del giornale, e lo fanno saltare. Ma alla fine esce, in inglese, in francese e in spagnolo e com’è come non è, in pochi mesi l’Europa si allerta ai transgenici, e al Terminator, suo aspetto più orrificante, e non vuole ne soia ne altro di quel genere.
La Monsanto si fonde con Pharmacia Upjohn, che fa un marchio separato per il transgenico agricolo, che vogliono spacciare, anche in Italia, nel nome della fame del mondo, e dei prodotti che contengono vitamina e antibiotici.
Con la connivenza, ovviamente, dei giornali e TV, insomma del mediatico tutto. Se poi ci chiediamo cosa c’era di così terribile nel numero di The Economist, la risposta è: tutto. Dalla storia che ormai ha fatto il giro del mondo, denunciata in prima battuta da «Pure food» gruppo di ONG che hanno tirato fuori la sempreverde combine della revolving door, della porta girevole che funziona da sempre per le industrie belliche, i ricercatori e gli uomini chiave passano dall’industria alle organizzazioni statali che queste controllano.
Cioè controllori e controllati sono sempre le stesse persone, che da quella porta girevole passano, ogni due o tre anni. Nel nostro caso, è una ricercatrice della Monsanto, chiamata dalla FDA a controllare le sue stesse ricerche. Lo stesso per una certa Ann Foster, passata da direttrice dello Scottish Consumer Council alla Monsanto, ed ancora membro di diverse commissioni di consulenza britanniche, tra cui quella degli aspetti medici degli alimenti. Nel gennaio 1997 la procura di New York ha costretto la Monsanto a ritirare annunci pubblicitari che sostenevano che il suo diserbante, l’ormai famigerato Roundup, è biodegradabile e non nuoce all’ambiente, perché menzogneri. Secondo la facoltà di Igiene della Università di California, il glifosato occupa il terzo posto nelle cause di malattie legate ai pesticidi contratte dai lavoratori. Ma la Monsanto, come le grandi multinazionali, può tranquillamente perdere una battaglia, dieci battaglie, perché alla fine vince, grazie ai suoi avvocati, e alle lobbies, le guerre. Anzi è così forte che riesce ad imporre quel che vuole agli organismi mondiali come il WTO.
Progresso che passerebbe per la vittoria totale dei commerci senza barriere. Ma i ricchi non comprano il cibo dei poveri, per cominciare, così, noi europei tutti, dobbiamo accettare le importazioni di carne e latte che provengono dagli USA, da bestiame trattato con Posilac, l’ormone prodotto dalla Monsanto, che fa crescere gli animali, e i profitti, con i risultati che sappiamo. E sulle carni ormonate, della Monsanto, la guerra tra USA, che li ormoni ce li mettono, e l’Europa, che non ci sta, è diventata una guerra commerciale a tutti gli effetti.
Dal 1997 la Monsanto si è scissa in due. La cosiddetta MS si dedica esclusivamente alle biotecnologie e alla produzione di cibo, per gli animali e per gli uomini, entrambi geneticamente modificati, oltre alla fabbricazione di diserbanti e fertilizzanti.
FONTE: AAVV (2000), Transgenico NO, Malatempora

Con l’aumento dei dati scientifici sul legame esistente tra attività umane e riscaldamento globale, e in seguito all’aumento dell’interesse e delle preoccupazioni della società civile nei confronti dell’argomento verso la metà degli anni ’80 il cambiamento climatico viene inserito nell’agenda della politica internazionale: nel 1988 l’UNEP promuove la nascita di una commissione scientifica per la raccolta dei dati sul cambiamento climatico, l’IPCC. Lo stesso anno poi il tema viene affrontato, per la prima volta, in seno all’Assemblea Generale dell’ONU che adotta una prima risoluzione (Protezione del clima globale per le generazioni umane presenti e future) e nel 1990 apre ufficialmente i negoziati su una bozza di convenzione sul cambiamento climatico e stabilendo una Commissione Intergovernativa (INC) destinata a condurre i negoziati. L’INC nel 1992 adotta la Convenzione sul Cambiamento Climatico, che entra in vigore nel 1994, il cui obiettivo finale era la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas serra; in sostanza, la Convenzione afferma che le quantità di gas serra emessi nell’atmosfera dalle attività umane non dovrebbero eccedere certi limiti di sicurezza che non sono quantificati ma che dovrebbero essere fissati in modo tale da permettere il naturale adattamento degli ecosistemi al cambiamento climatico in atto, assicurando che non venga messa a rischio la produzione alimentare e permettendo allo sviluppo economico di procedere in modo sostenibile.
La Convenzione, sulla base del “principio di equità” e di “responsabilità comuni ma differenziate”, suddivide i paesi in due gruppi: il primo composto dai paesi industrializzati, a cui viene richiesto di guidare la modifica dei trends di emissione a lungo termine e di adottare politiche e misure, non legalmente vincolate, finalizzate a riportare entro il 2000 le proprie emissioni di gas serra ai livelli del 1990, ed inoltre hanno l’obbligo di fornire risorse finanziarie addizionali ai PVS, per aiutarli a far fronte al cambiamento climatico e di facilitare il trasferimento di tecnologie amiche del clima dai paesi più avanzati a quelli più arretrati; il secondo, invece, composto dai PVS, che sono soggetti ad obblighi meno stretti dei primi.
Per mettere a punto dei meccanismi atti a garantire il rispetto degli impegni presi alla ratifica della convenzione, le parti si incontrarono prima a Berlino, nel 1995, e poi a Kyoto, nel 1997, adottando dopo lunghi negoziati alla fine dello stesso anno il cosiddetto Protocollo di Kyoto. Qui, i paesi sviluppati si sono trovati concordi nello stabilire che l’onere di limitare gli effetti dell’attività umana sugli equilibri climatici deve ricadere su chi inquina. Anche l’articolo 10 del Protocollo parla di “responsabilità comuni ma differenziate”, sancendo che i paesi industrializzati hanno l’obbligo di provvedere a una riduzione delle emissioni in base al principio di responsabilità storica. Secondo gli impegni assunti, nel periodo 2008-12 le emissioni dovranno essere del 5,2% inferiori rispetto a quelle del 1990 (TARANTOLA, 2009). Il Protocollo di Kyoto consente inoltre lo scambio di permessi negoziabili, giudicati dagli ambientalisti una sorta di compravendita del “diritto ad inquinare”, tra stati in eccesso o in deficit di riduzione.

Paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto (in azzurro) (Fonte: ONU, 2010).
Il Protocollo, comunque, ha dovuto raggiungere la soglia del 55% delle emissioni globali di gas serra per entrare in vigore. Ciò è avvenuto nel 2005 a seguito della ratifica della Russia, dopo molti anni di ostacoli. Oggi il Protocollo è stato ratificato da 186 paesi (vedi figura), esclusi gli USA, maggiori inquinatori mondiali, che non lo hanno ratificato perché giudicato troppo oneroso per la propria economia (in particolare per l’industria petrolifera), assenza che toglie forza e significatività al documento.
I negoziati per il Protocollo di Kyoto, comunque, avevano lasciato aperta la definizione di moltissimi aspetti di primaria importanza ai fini di un concreto raggiungimento dei suoi obiettivi, aspetti che avrebbero dovuto essere affrontati nel corso di negoziati successivi. In particolare non vengono definiti i dettagli operativi relativi al sistema di valutazione del rispetto degli obblighi assunti dai singoli paesi e i provvedimenti da prendersi nei casi di mancato rispetto di tali obblighi (responsabilità penale). Infine, non è affatto chiaro come debba essere trattato il problema della maggiore vulnerabilità dei PVS ai cambiamenti climatici.
Nell’ultimo summit dell’ONU sul clima, tenutosi a Copenaghen nel 2009, queste problematiche sono rimaste insolute, anche se per la prima volta c’è l’impegno americano. Il risultato di un lavoro mastodontico e di una partecipazione mai vista a queste conferenze è un accordo minimo, in 12 punti, non vincolante né a livello politico né legale, che ai più è sembrato solo una lettera di intenti. L’Accordo di Copenaghen insomma si è concluso senza il consenso di tutti i governi, e quindi senza essere ratificato come risultato ufficiale della Conferenza. Tra l’altro il documento non contiene impegni vincolanti per la riduzione delle emissioni, ma solo una serie di impegni volontari da verificare in corso d’opera, né proposte chiare sul come reperire le risorse finanziarie necessarie per le politiche climatiche senza ricorrere ai mercati finanziari o “riciclare” i già scarsi fondi per la lotta alla povertà. Fatti resi ancor più gravi e preoccupanti se si pensa che il Protocollo di Kyoto è ormai quasi in scadenza, infatti non prevede alcun tipo di impegno da parte degli stati dalla fine del 2012.
In pratica, un più sostanzioso accordo è si è mancato a causa della volontà dei PVS, in voce unica tramite il G-77, di veder confermati i punti qualificanti dell’accordo di Kyoto: aiuti finanziari per mitigare gli effetti del cambiamento e l’assicurazione di accesso a energie pulite. La Banca Mondiale parla di 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi poveri ad adattarsi, e attualmente questi corrispondono alla totalità degli aiuti internazionali complessivamente concessi ogni anno dai paesi ricchi. E non tutti i paesi sviluppati intendono dare un cospicuo contributo economico in tal senso. Ma comunque, bisogna dire che già a metà del 2009 erano evidenti la ritrosia degli USA di accettare impegni vincolanti per ridurre le emissioni di gas serra, l’irrigidimento dei PVS nel sostenere la rilevanza e la centralità del Protocollo di Kyoto piuttosto che un suo progressivo indebolimento mirato a soddisfare le richieste di Washington, e l’assoluta assenza dell’UE fortemente divisa sulla questione, che avrebbero creato le premesse per un esito di basso profilo a Copenaghen.
La strada che si terrà a Cancun, in Messico, a fine 2010 è quindi tutta in salita. Tra le varie ipotesi in campo c’è quella i procedere per parti separate e giungere ad un accordo su temi meno critici per poi concentrarsi su quelli più complessi quali appunto quello relativo alle riduzioni delle emissioni di gas serra. Per questo parallelamente al negoziato ufficiale si stanno svolgendo altri incontri informali, come quello del G-8. Infatti, il timore è che l’ostinato rifiuto degli USA a ratificare il Protocollo di Kyoto indurrà anche i PVS a non aderire alle condizioni in esso contenute, e con l’aumento delle emissioni di gas serra da parte di questi paesi, specialmente India e Cina, si porrà nuovamente il problema della sua efficacia (SICURELLI, 2005).
E’ quindi importante raggiungere gli obiettivi di Kyoto, anche se potrebbero risultare non sufficienti a scongiurare del tutto lo scenario catastrofico delineato, infatti da molti autorevoli scienziati è stato giudicato “poco ambizioso”, ma sarebbe comunque un significativo progresso. Kyoto rimane, infatti, agli occhi di molti osservatori il passo più lungo compiuto sulla via dell’istituzione di un sistema di governance globale nel campo della difesa dell’ambiente. Ma c’è comunque il bisogno di imprimere una svolta culturale e politica in un negoziato ancora troppo incentrato sui numeri e sulla scienza e poco sulla giustizia ed equità. Secondo valutazioni dell’OCSE, nel 2050 le emissioni dovrebbero ridursi del 25% rispetto al 2005, un obiettivo che può essere raggiunto solo con il coinvolgimento pieno di tutti i paesi, PVS compresi (BURNIAUX, CHATEAU, DUVAL e JAMET, 2009). Il traguardo da raggiungere è arduo: i costi associati alle riduzioni delle emissioni e le incertezze legate ai benefici di tale riduzione possono agire da freno. Considerando diversi scenari di medio-lungo periodo (entro il 2050), complessivamente i costi di attenuazione delle emissioni varierebbero tra lo 0,2 e il 2,5% del PIL mondiale. I danni economici diretti e indiretti di una crescita della temperatura di 3° oltre i livelli preindustriali ammonterebbero invece a una percentuale del PIL compresa tra l’1 e il 3% (TOL, 2002).
Una possibile strategia per conciliare le esigenze dello sviluppo e la necessità di attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici si fonda sul concetto di adattamento, uno dei cardini del piano di azione di Bali siglato nel 2007. Per adattamento si intende l’insieme delle misure che possono consentire alle popolazioni colpite dai cambiamenti del clima di difendersi dagli effetti più avversi: l’innalzamento dei mari, la maggiore incidenza delle malattie parassitarie, la scarsità d’acqua, le modifiche dell’habitat e i limiti di migrazione delle specie, che potrebbero portare a un significativa perdita di biodiversità. Alcune simulazioni dell’OCSE indicano che qualora le misure di adattamento accompagnassero le misure di riduzione delle emissioni il costo complessivo si ridurrebbe rispetto all’opzione di perseguire solo l’una o l’altra strategia (DE BRUIN, DELLINK e AGRAWALA, 2009).
A tal proposito, nel dopo Copenaghen, l’unico programma che sembra procedere positivamente è quello relativo alla protezione delle foreste tropicali per il quale a Copenaghen sono stati annunciati impegni per 3,5 miliardi di dollari che potrebbero arrivare ad 8 miliardi. L’idea è quella di dare soldi ai paesi tropicali per proteggere le foreste, bloccare la deforestazione, e assicurare che le stesse possano assorbire gas serra.

Il privilegio avuto nel poter scrivere su questo blog porta anche dei doveri ai quali non posso sottrarmi. Nella vesta di Dottore in Biotecnologie Mediche mi reputo la persona più qualificata nel dare qualche nozione su questa benedetta influenza A. Naturalmente non tutto si tratta di farina del mio sacco ma nasce da una ricerca sul web e tra il mio materiale didattico alla quale aggiungo considerazioni del tutto personali.
Ivirus sono entità biologiche con caratteristiche di parassita obbligato, la cui natura di organismo vivente o struttura subcellulare è discussa, così come la trattazione tassonomica. Qualcuno dice che non si possano inserire tra gli essere viventi. Personalmente io penso che i virus siano l’apice dell’evoluzione.Un organismo si può definire più evoluto rispetto ad un altro nel momento in cui questo si libera di tutto quello che è superfluo.Come l’uomo ha perso per esempio la coda e il pelo,allo stesso modo i virus rappresentano il massimo della semplicità ed efficienza in quanto sono costituiti dalle sole componenti necessarie a quello che tutti gli organismi viventi anelano: la sopravvivenza e riproduzione della specie. Un involucro,un aggancio,un sistema di trasferimento del materiale genico e lo stesso materiale genico(che poi riproduce tutte le precedenti parti inclusa la copia dello stesso) sono pìù che sufficenti a rendere questo “organismo” estremamente efficiente.
Sono mediamente circa 100 volte più piccoli di una cellula e consistono di alcune strutture fondamentali:
piccolo genoma costituito da DNA o RNA, che trasporta l’informazione ereditaria;
una copertura proteica(capside) che protegge questi geni e da cui sporgono delle proteine di superficie (H=emagglutinina; N=neuraminidasi), fondamentali per il legame con le cellule e l’immunità;
Il loro comportamento parassita è dovuto al fatto che non dispongono di tutte le strutture biochimiche e biosintetiche necessarie per la loro replicazione. Tali strutture vengono reperite nella cellula ospite in cui il virus penetra, utilizzandole per riprodursi in numerose copie. La riproduzione del virus spesso procede fino alla morte della cellula ospite, da cui poi dipartono le copie del virus formatesi.
L’influenza è una malattia infettiva causata da virus RNA della famiglia degli Orthomyxoviridae. È caratterizzata da sintomi sistemici (febbre non sempre presente, malessere generale, cefalea e dolori osteomuscolari e respiratori, tosse, faringodinia) comuni a molte altre malattie virali. L’esordio è generalmente brusco e improvviso e la febbre dura 3-4 giorni.
I virus del tipo A sono i patogeni più virulenti nell’uomo e causano le malattie più gravi.
A seconda delle glicoproteine di superficie, il virus A si suddivide in sottotipi (o serotipi). Si conoscono 16 sottotipi di emoagglutinina (da H1 a H16) e 9 sottotipi di neuraminidasi (da N1 a N9). Tutti i sottotipi sono stati ritrovati nelle specie aviarie, mentre l’uomo e altri animali ospitano solo alcuni sottotipi: ciò significa che sono gli uccelli i serbatoi naturali del virus A. In particolare i volatili acquatici selvatici sono ospiti naturali per una grande varietà di virus di tipo A, che occasionalmente sono trasmessi alle altre specie e potrebbero essere la causa di focolai devastanti nel pollame domestico oppure di pandemie nell’uomo
Le pandemie del 1918-19 (spagnola, causata dal sottotipo H1N1), 1957-58 (asiatica, causata dal sottotipo H2N2) e1968-69 (Hong Kong, sottotipo H3N2) sono state effetto di un rimescolamento antigenico di virus aviari e umani, ma la trasmissione di un virus aviario all’uomo può causare una malattia grave anche senza rimescolamento (ad es. il focolaio avvenuto nel 1997 a Hong Kong a causa del virus A/H5N1). Fortunatamente questo sottotipo non riuscì a rimescolarsi e ad acquisire la capacità di trasmettersi da uomo a uomo.
l virus dell’influenza è un nemico pericoloso. Normalmente il sistema immunitario combatte le infezioni virali uccidendo i virus e provocando per alcuni giorni i fastidiosi sintomi dell’influenza. Ogni anno i vaccini antiinfluenzali attivano il nostro sistema immunitario per metterlo in grado di combattere i più comuni virus influenzali. Ogni ventina d’anni, però, compare un nuovo ceppo influenzale che si rivela molto più virulento e che quindi si diffonde con grande rapidità. Questo è accaduto, per esempio, alla fine della prima guerra mondiale provocando una pandemia (nota come Spagnola) che ha ucciso più di 20 milioni di persone, più del doppio delle persone che erano morte in guerra.
Emoagglutinina e Neuraminidasi
Per molti microbi è di fondamentale importanza l’adesione alle cellule, al fine di poter penetrarvi e svolgere all’interno dell’ospite il loro ciclo replicativo; prendiamo ad esempio il virus dell’influenza. All’interno dell’envelope del virus influenzale sono contenuti gli enzimiemoagglutinina e neuraminidasi. Il primo enzima, di forma bastoncellare si lega alle proteine e ai lipidi superficiali della cellula ospite contenenti acido sialico e media l’ingresso della particella virale prima nell’endosoma e poi, per modificazioni pH dipendenti dell’emoagglutinina, nel citosol. La neuraminidasi compie il lavoro contrario, ovvero, a replicazione virale avvenuta, forma sulla superficie virale una proiezione fungiforme e rimuove i residui sialici sulla cellula ospite permettendo al virus di uscire dalla cellula. Gli anticorpi contro emoagglutinina e neuraminidasi sono il principale meccanismo di controllo di successive interazioni dell’organismo con questo virus.
La neuraminidasi è una glicoproteina espressa tipicamente sulla superficie dei virus influenzali e necessaria per la penetrazione del patogeno nelle vie respiratorie. Esso infatti favorisce la diffusione del virus dopo la replicazione evitando l’autoaggregazione delle particelle (tagliando e rimuovendo i radicali sialici) e impedendo il loro sequestro nel muco (inibitori non specifici) o sulla superficie di cellule inappropriate (comprese quelle in cui il virus si è replicato). L’emoagglutinina è uno dei fattori che rendono il virus dell’influenza così efficiente. E’ una proteina a forma di punta che si estende fuori dalla superficie del virus.
Il nome emoagglutinina si riferisce all’abilità del virus dell’influenza di far agglutinare i globuli rossi: il virus è coperto di molte molecole di emoagglutinina che possono legare molti globuli rossi creando un grumo così grande da essere visibile.
La specificità e quindi la pericolosità di ogni ceppo di virus influenzale dipende dal tipo particolare di emoagglutinine che possiede. Si conoscono più di una dozzina di sottotipi di emoagglutinine. Tre di queste, chiamate H1, H2 e H3 (H è l’iniziale del nome inglese Hemagglutinin), attaccano l’uomo perchè sono in grado di riconoscere alcuni particolari zuccheri sulla superficie delle cellule del nostro tratto respiratorio, è per questo che l’infezione comincia lì quando prendiamo l’influenza.
Altri sottotipi, come H5, attaccano glicoproteine presenti nel sistema digerente degli uccelli. La maggior parte di questi sottotipi non è pericolosa per l’uomo e non minaccia nemmeno la vita degli uccelli e quindi costituisce una specie di riserva nascosta di virus. Un pericolo potenziale, però, può venire dallo scambio di geni tra ceppi diversi.
Il virus H5N1 dell’influenza aviaria che venne alla ribalta tempo fa decimando la popolazione degli uccelli,non costituisce al momento un vero pericolo per l’uomo perchè non possiede la giusta emoagglutinina per attaccare le cellule umane. (La sigla N1 si riferisce ad un sottotipo di una seconda proteina virale di superficie: la neuraminidasi che il virus usa per staccarsi dalla cellula infettata e propagare l’infezione). Esiste, però, la possibilità che il virus possa acquisire una emoagglutinina specifica per l’uomo e che quindi ci possa causare dei veri problemi. Questo potrebbe avvenire, per esempio, attraverso i maiali. Questi, infatti, sono suscettibili sia ai virus aviari che a quelli umani. Se uno stesso maiale venisse infettato contemporaneamente da entrambi i tipi di virus, questi potrebbero scambiarsi i geni durante l’infezione. In questo modo si potrebbe creare un nuovo virus con la virulenza dei virus aviari e in più con l’abilità di attaccare le cellule umane.Per esempio il virus H5N1 ( L’aviaria) risulta letale negli uccelli e infetta sia l’uomo che il maiale (non si trasmette però uomo-uomo).Il virus H1N2 invece si trasmette uomo-uomo e nei suini.Si pensa che in un maiale infettato da entrambi i ceppi di virus il contatto tra questi abbia portato ad un rimescolamento genico tale da creare un nuovo ceppo (H1N1) che abbia la sia la trasmissione uomo-uomo che il potenziale infettivo dell’aviaria.
Trattamento
I consigli generali sono il riposo, l’assunzione di liquidi, l’astinenza da bevande alcoliche e dal fumo. Siccome l’influenza è causata da un virus, gli antibiotici non hanno effetto sull’infezione; a meno di non essere stati prescritti per la prevenzione delle infezioni secondarie, come la polmonite batterica. I farmaci antivirali sono a volte efficaci, ma i virus possono sviluppare resistenze ai farmaci antivirali standard.
Le due classi di antivirali utilizzati sono gli inibitori della neuraminidasi e gli inibitori M2.
Inibitori della neuraminidasi
I farmaci inibitori della neuraminidasi come l’oseltamivir (nome commerciale Tamiflu) e lo zanamivir (nome commerciale Relenza) sono stati progettati per bloccare la replicazione del virus nell’organismo.
Efficacia del vaccino
L’efficacia di questi vaccini è variabile. A causa delle rapide mutazioni del virus, un particolare vaccino solitamente conferisce protezione per un periodo non superiore al paio di anni. Ogni anno, l’OMS ricerca i ceppi che saranno in circolazione durante l’anno successivo, permettendo alle aziende farmaceutiche di sviluppare vaccini che forniscano la migliore immunità contro questi ceppi e possano essere utilizzati per la prevenzione o combinati con la soppressione di animali infetti per sradicare i focola
È tuttavia possibile essere vaccinati e contrarre l’influenza. Il vaccino viene riformulato ogni anno per alcuni ceppi specifici, ma non è possibile includere tutti i ceppi che infettano le persone nel mondo durante la stagione influenzale. La formulazione e la produzione delle milioni di dosi necessarie per l’epidemia stagionale richiede circa sei mesi; occasionalmente un ceppo nuovo o conosciuto diventa predominante durante questo periodo e infetta le persone, anche se sono state vaccinate (come nella stagione influenzale 2003-2004 con il ceppo H3N2)È inoltre possibile essere infettati appena prima della vaccinazione e ammalarsi con il ceppo che dovrebbe essere prevenuto dal vaccino, poiché quest’ultimo impiega circa due settimane per diventare efficace.
Spero di essere stato il più chiaro possibile data la difficoltà di semplificare e riassumere argomenti estremamente complicati e vasti.Per qualunque domanda non esitate a chiedere,cercherò di rispondere il più velocemente e chiaramente possibile.Grazie a tutti per l’attenzione,
Dott. Daniele Madonna