The next whiskey bar

un blog da leggere responsabilmente
  • Home
  • Cronaca
  • Cultura
  • Economia
  • Esteri
  • Musica
  • Narrativa
  • Politica
  • Salute
  • Satira
  • Scienze
  • Società
  • Sport
  • Storia
  • Tecnologia
  • Chi siamo

Archivio per ‘Società’

Stai visualizzando gli archivi per Società.

26 apr 2011

Pasqua… che “passione”!

by LOSTrica

Io odio le festività. Tutte!
Odio la ricorrente delusione di scoprire che tutti gli altri la pensano come te fino al giorno che hanno qualcosa da celebrare, e lo fanno. Ed è troppo tardi per accettare di doverti adeguare.
A Natale indosso una delle mie maschere migliori. Da bambina adoravo il Natale. Poi Babbo Natale è uscito per andare a comperare le sigarette e non è mai più tornato.
Mi prende un’insofferenza tale che spero di trovare sostegno nei miei amici. Invece sono euforici anche loro. Quindi, non avendo scelta, mi adeguo e provo col metodo Stanislavski. Mi autoconvinco di essere felice e ci riesco a Santo Stefano. Giusto in tempo per lo stress da Capodanno.
La Pasqua invece è la mia festività preferita, perchè è la vigilia della Pasquetta.
Il più delle volte evito di trascendere nella blasfemia, o perlomeno non lo faccio mai così platealmente. ( Ah no, l’ho già fatto qui. ) Ma oggi per l’ennesima volta è piovuto mentre arrostivamo le salsicce, quindi faccio uno strappo alla regola. Poi dicono che Dio è perfetto e buonissimo, ma ogni volta decide di riservare la bella giornata di sole quando c’è l’esibizione del figlioletto suo, e quel povero angioletto a Pasquetta deve fare gli annunci con la pioggia. Su, non si fa!
Volendo mettere un attimo da parte il mio animo bucolico ancora provato dall’insalatiera da cui ho attinto Gin Tonic senza pudore, la Pasqua è la festività più triste e ingiusta. In primis, la Risurrezione è qualcosa che è concesso solo al figlio di Dio e ai personaggi di Beautiful. Non mi sembra molto carino spiattellare i propri privilegi ai quattro venti. Poi c’è questa storia del perdono che non riesco a mandare giù. Volendo sintetizzare il tutto Dio manda suo figlio sulla croce per espiare le colpe dell’umanità intera, e Gesù sulla croce, dopo essere stato flagellato dice “ Padre perdonali perchè non sanno quello che fanno “. A parte che è facile fare il ricchione con il culo degli altri, ma perdona cosa? Quale essere umano può sopportare un tale dolore senza bestemmiare? Io qualche giorno fa sono caduta per strada, mi sono sbucciata un ginocchio e odio il mondo intero. Dovrei perdonare l’amministrazione comunale che lascia le voragini per strada? No, io li maledico e vorrei vederli cadere uno ad uno davanti a me il giorno dello sciopero dei farmacisti, medici, paramedici e le nonne con i rimedi antichi. Si devono prosciugare tutti i flaconi di acqua ossigenata, e devono riscontrare tracce di Fitostimoline nella vagina di Mara Carfagna, che confermi le voci sugli incidenti a letto con il Premier, che quindi farà una legge che impedisca di produrre il suddetto farmaco e che ne venga eliminata ogni traccia dal pianeta Terra, e che ogni fabbrica che produce Fitostimoline cominci a produrre acido muriatico, così da provare che è quella la causa dell’abrasione delle parti intime della povera ministra. Il piano prevede che la legge entri in vigore il giorno prima dello sciopero. Altrimenti per cosa mai dovrebbero scioperare questi poveretti?
La religione cattolica, e soprattutto la strumentalizzazione dei testi sacri, ci insegnano che perdonare è un atto buono. “ Errare è umano, perdonare è divino “. Non vorrei sbeffeggiare il povero Alexander Pope, ma a me sembra una cazzata, e pure grossa!
Non esiste il perdono. E’ contro natura. Ce lo possiamo imporre come imperativo categorico, ma poi in fondo in fondo come si fa a non portare rancore? Come possiamo perdonare quando qualcuno ci fa soffrire? E non parlo del mio ginocchio sbucciato. Parlo delle continue delusioni che ci riserva la vita, dei dolori a cui siamo sottoposti ciclicamente. Perdoniamo perchè non siamo tanto forti da difendere ciò a cui teniamo davvero. Perchè siamo schiavi delle abitudini, siamo schiavi degli affetti. E a volte andiamo contro la nostra dignità. Perchè siamo deboli. Perchè difendere i nostri diritti richiede uno sforzo troppo grande.
Se crocifiggessero mio figlio e avessi il potere di scatenare l’inferno, lo farei. E non mi vergogno a dirlo. Sarebbe il gesto più umano che c’è.

“Ognuno dovrebbe perdonare i propri nemici, ma non prima che questi siano impiccati. (Heinrich Heine)”

26 aprile, 2011 at 3:20

Tags: alexander pope, berlusconi, carfagna, croce, dio, errare è umano perdonare è divino, fitostimoline, gesù, heine, heinrich, pasqua, pasquetta, perdonare, perdono, piove
Postato in Società | No Commenti »

21 feb 2011

Mi cachet le braccia.

by LOSTrica

San Remo è finito.
Non è un gran sollievo visto che non sarà l’ultimo. Ci saranno ancora tanti lunedì, inaspettati inviti a matrimoni a cui non vogliamo andare e innumerevoli volte in cui giureremo alla tazza di un bagno a caso che non berremo più.
Puntualmente ogni anno dici che non lo vedrai ma finisci per guardare la prima puntata. Ti riprometti di ascoltare le canzoni e di non ipnotizzarti su trucco, parrucco e mise. Ma i concorrenti continuano a sfidare il buongusto. Persino quello di Gianni Morandi.
Poi guardi la puntata in cui c’è Benigni perchè sai che ne vale la pena.
Sono i giorni a seguire il problema. Sono tutti i link condivisi da gente che è solita condividere aforismi di Fabio Volo ed Oscar Wilde ( quest’ultimo si starà sicuramente rivoltando nella tomba ).
E poi ci sono i cerebrolesi che parlano di cachet.
“ Benigni predica bene e razzola male. “ “ Prima fa il comunista e poi prende 250.000 euro. “
Ci terrei a precisare che ‘comunista’ oltre a non significare quello che erroneamente si pensa oggi, non significa nemmeno “ Sono un povero coglione e qui ci vengo gratis “.
Stiamo parlando di un artista, di un artista valido, che può piacere o non può piacere. Il suo scopo è quello di aumentare lo share di una trasmissione che muove milioni di euro. Può non valere 250.000 euro, ma lamentiamoci piuttosto del cachet della Canalis il cui curriculum può vantare un paio di sculettate a Striscia la Notizia e una sfilza di amanti da far venire i complessi di inferiorità al letto di Putin. E poi sinceramente se è servito a far capire agli italiani che l’inno recita “ Stringiamci a coorte “, per me son soldi ben spesi.
Il signor Umberto Bossi – e abuso anche della parola ‘ Signore’ – si chiede dove siano i perbenisti che pagano il canone. Caro Umberto, di che cazzo mi devo lamentare se Roberto Benigni mi garba? Sono costretta a pagare un servizio anche se decido di non usufrirne, inoltre oramai il Signor Masi, – scusate la recidività -decide cosa mi piace o non mi piace. E mo’ mi vuoi togliare l’unica cosa decente che si è vista in un San Remo pessimo. Ma va a ciapà i rat!
Poi la notizia che Roberto Benigni ha devoluto in beneficienza l’intero cachet non è servita a zittire tutti. Anche se non condivido personalmente la scelta di Benigni, ma resta un gesto opinabile.
Quindi ho deciso di ripagare gli italiani a cui “ questo comizio è costato 250.000 euro “ con un omaggio.
Vorrei riproporvi un’esegesi.
Faccio concorrenza al buon Roberto proponendovi un artista futuristico post-contemporaneo.
Un giovane oramai già affermato che sguazza nel mondo di merda che dipinge.
Sir Fabri Fibra.
Il motivetto “ Tranneee teee “ è talmente stupido che per qualche strano motivo ti resta in testa fino a lobotomizzartela. Dopo aver guardato il videoclip pensavo che niente avrebbe potuto più sconvolgermi. Invece poi ho deciso di ascoltare le parole. Poi pensando di non aver capito ho cercato il testo su Google.
E’ di una profondità che lascia senza parole. La stessa profondità di “ Deep throat” per intenderci “.
Dal testo di Fabri Fibra.
Esegesi di Nadia Buono.

“Rap futuristico a
Rap futuristico o
Rap futuristico e “
Fabri Fibra scopre le vocali. Queste reiette lettere cui nessuno prima di MIke Bongiorno aveva dato importanza. Qui l’autore prende coscienza di come un semplice vocalizzo possa farti sembrare un complesso idiota.

“Ma cos’è sta paranoia
Aspetta fammi fare
Dai facci ballare
Lo fanno tutti tranne te (Cosa?)
dai fibra caccia un po di
rap futuristico
Ok! ”
Con questo omaggio ermetico il Fibra ci mostra un’adulazione dei propri proseliti, assecondando la loro voglia di dimenarsi a suon di Rap Futuristico. Quanti significati nascondono due parole che insieme non ci azzeccano un cazzo. Il Rap. Il futurimo. No proprio non riesco a trovare un nesso. Ma chi sono io per smentire la vena artistica del genio.

“Rap futuristico A B
Rap futuristico Ab Ab Ab AB
Rap futuristico Fa Bri
Rap futuristico fabri fabri fabri fabri
Rap turubistico B A
Speperteristico fibra fibra fibra fibra
Speperefistico C D
Rap futuristico “.

Questa è la mia strofa preferita. Questa strofa racchiude tutto. Non a caso pare sia il ritornello.
In questa strofa troviamo un tocco d’algebra, rime baciate, rime alternate. Il tutto a sanare un dualismo tra Scienza e Umanesimo turubistica.

“Anche se tutti ballano
tanne te “
Riecheggiano le parole ‘ tranne ‘ e ‘ te ‘, quasi a voler ricordare una totalità parmenidea di cui tu non farai parte neanche se lo paghi. Il Fabri tratta un’importantissima tematica sociale, ma non ha capito ancora quale. Ed è per questo che in una sola strofa racchiude le più attuali problematiche sociali “.

“E il tuo drink sembra quasi un te “ Il riscaldamento globale.
“E un motivo sotto sotto c’è c’è c’è “ La paura dell’individuo di denunciare gli abusi.
“Tu vuoi lei (tu vuoi lei) “ Passo.
“Si ma lei ha gia un marito che “ L’adulterio.
“Che ti cerca immagina il perchè “ Omaggio a Sakineh.
“C’è una festa siamo in 103
3 mila e 33 tranne te” Il Bunga Bunga e l’ira del PD che non vi partecipa.

“Rap futuristico
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
Rap futuristico
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te tranne te “

Qui, quella che sembra una crisi d’identità, è in realtà il PD che fa chiarezza sugli invitati al Bunga Bunga.

“Rap futuristico A B
Rap futuristico Ab Ab Ab AB
Rap futuristico Fa Bri
Rap futuristico fabri fabri fabri fabri
Rap turubistico B A
Speperteristico fibra fibra fibra fibra
Speperefistico C D
Rap futuristico cd cd cd cd “

Qui abbiamo una leggera variazione del ritornello con l’introduzione di un’ulteriore denuncia, ‘stavolta alla crisi delle case discografiche.

“D’estate lavorano tutti perchè
tutti lavorano tranne te
questo pezzo piace a tutti com’è
tutti lo cantano tranne te
La vita che sogni è tutta un pacco
Come in tv affari tuoi
E come la verginità
d’un tratto prima la perdi poi la rivuoi
qui c’è la musica e tu non balli
tu parli parli parli
easy rider sopra un harley
con la maglia di bob marley
le mie rime la gente le mima
ma dopo tutto sono meglio di prima
lo spettacolo è finto di brutto
hanno tutti capito il trucco
tranne te tranne te “

Qui è stato capace di non dire un cazzo, peggio che nelle altre strofe. Pare sia un omaggio a Vasco Rossi.

“Rap futuristico
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
Rap futuristico
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tranne te tranne te tranne te “

“se tu sei bella e bionda grida ooooooooooooooh
se tu sei bella e mora grida oooooooooooooh
se tu sei fidanzata grida ooooooooooooh
se non sei fidanzata grida oooooooooooh “

Non importa il proprio aspetto. Non importa la propria situazione sentimentale. Non importa la pigmentazione della vostra capigliatura. L’importante è urlare “ ooooooooooh “.

“ Rap futuristico hey “. Licenza poetica.

“Oh oui oui se le medellin
quasi quasi faccio rap in francese
mi fa piu elegante cantante
tira su le mani se anche tu c’hai l’amante “
Non basta rompere il cazzo in italiano.

“ Nella pista c’è fibra a palla
è il mio ragazzo guarda come balla
a 12 anni a contare le stelle
a 30 anni a contare le parcelle “.

…a 74 a prendere le pasticchelle.

“nella testa ho mille particelle “ …
“di notte sogno mille porcelle” Ogni subconscio ha i sogni che si merita.

“mi regalano le tagliatelle
quando mi vedono a Trl “

Ma potevi fare diecimila rime. Mi staccano le bretelle, mi si azzeccano come le patelle. Poi forse c’è qualche aneddoto che fortunatamente ignoro.

“di politica non sono l’esperto”
Maddai.
“ma dicono l’italia sara presto un deserto
tra 20 anni saremmo tutti quanti emmigrati a San Tropez
tranne te “
San Tropez, per ovvie ragioni lettararie, pare sia la futura meta degli emigranti in cerca di salvezza. Come se uno nel deserto andasse in cerca esclusivamente di una Coca Cola light.

“Rap futuristico
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
tranne te
Rap futuristico
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
tranne te tra me e te tranne te
tranne te

se tu sei bella e bionda grida ooooooooooooooh
se tu sei bella e mora grida oooooooooooooh
se tu sei fidanzata grida ooooooooooooh
se non sei fidanzata grida oooooooooooh

rap futuristico
rap futuristico
rap futuristico
rap futuristico “.

F.

Si accettano offerte da 5 euro da evolvere in beneficienza al primo bar fornito di Tennent’s.

21 febbraio, 2011 at 21:40

Tags: benigni, cachet, canalis, canzoni, fabri fibra, inno di mameli, italia, masi, rap, rap futuristico, san remo, share
Postato in Cultura, Musica, Satira, Società | 3 Commenti »

24 gen 2011

Pensieri al volante.

by LOSTrica

Stamattina sono uscita di casa per fare tre cose, semplici e urgenti : ritirare il certificato del diploma ( sì, l’avrei dovuto fare tanto tempo fa, già ho avuto una cazziata da mezza segreteria ), andare a casa di un amico a ritirare altri certificati e spedire un fax. Semplice semplice.

Non così semplice se abiti a Ischia.

E’ vero che qualcuno potrebbe farmi notare che magari non ho la più pallida idea di cosa significhi attraversare il raccordo anulare la mattina per andare al lavoro. E posso quotare in pieno. Ma in città è necessario. A Ischia, non si capisce il perchè, ma ogni tanto si sbizzarriscono e aprono un cantiere nuovo, e tu per arrivare da un punto A ad un punto B, segui illimitate traiettorie. Come è possibile che io per arrivare dai Pilastri a Piazza Degli Eroi debba passare per Pistoia?

Ma oramai il cantiere è aperto e io accetto il triste destino .

Quello che proprio non accetto è il comportamento umano.

La gente la mattina esce di casa, avrà pure i cazzi propri per la testa, e agisce secondo istinto. Animale.

Deviazioni su deviazioni. All’improvviso ripercorri la stessa strada che 10 minuti prima non era trafficata e la trovi bloccata. Scopri che ci sono tanti bambini che stanno uscendo dal circo.

Tu dalla macchina, con la faccia da ebete, aspetti che il vigile li faccia attraversare.

Ora. Quanto cazzo ci vuole a capire che se io sto in coda perchè il vigile mi ha bloccato, tu devi attraversare, vai sul marciapiede opposto e poi vai a prendere la tua cazzo di macchina ovunque essa sia mentre io transito?
No.
Tu attraversi diagonalmente, zigzagando, saltellando e sorridendo, mentre scegli la traiettoria più carina. E io in macchina, sempre con la faccia da ebete, aspetto che tu abbia fatto i comodi tuoi.

Poi continui a guidare, placata da Virgin Radio che trasmette “ Come together “ dei Beatles , parcheggi, scendi e provi ad attraversare. Stavolta il vigile non c’è. E tu vorresti piangere, chiamare il Telefono Azzurro o lanciare i segnali di fumo affinchè qualcuno, vedendoti sul ciglio della strada, invece di evitare il tuo sguardo, ti faccia attraversare.
No.
Qui si aspetta  che non passino più macchine, o bisogna contarne ventitre circa prima che tu riesca ad attraversare. Ma questo non è nulla. Andiamo avanti.
Riprendi la macchina, e cerchi la traiettoria giusta. Vai a culo. Sei sempre stata abituata a mettere il pilota automatico, ora devi improvvisamente avere a che fare con la segnaletica verticale per arrivare a destinazione.

Mentre sei lì che cerchi di capire dove Mr Traffico ha deciso di mandarti, il conducente della macchina che ti transita avanti, decide di svoltare. Con disinvoltura. Con un vero tocco di classe si allarga leggermente sulla sinistra e svolta a destra. Ma la freccia? Io per esempio a quello gliene avrei conficcata una su per il … Ma ho tenuto la calma anche in quel caso.
Dire Straits.

Via Leonardo Mazzella è la parallela di Via Michele Mazzella, che è una delle strade più trafficate di Ischia. Avendola bloccata all’altezza di uno degli sbocchi principali, il traffico è stato confluito nella parallela. Solo che quest’ultima, è molto più stretta e ha macchine parcheggiate lungo tutta la strada. Cerchi di percorrere la strada con le guidatrici isteriche e gli uomini sprovveduti, e ti ritrovi bloccato. Il camion davanti fa uno strano slalom e ci blocchiamo tutti allegramente. Mi ero quasi affezionata ai volti dietro i finestrini delle autovetture accanto alla mia, quando magicamente il camion si sposta e c’è un SUV parcheggiato lì, così, di fronte all’ingresso della chiesa e ostacola il flusso. Per carità, io posso capire che uno che può permettersi il BMW ha il culo troppo comodo per andare a parcheggiare nell’immenso parcheggio che dista 100 mt a stento. E comunque apprezzo la scelta di comprare un macchina del genere ad Ischia, dove le strade sono strettissime, e parcheggiarla con disinvoltura dove capita.

Poi c’è IL genio. Questa signora è stata talmente geniale che le voglio un po’ bene. Viene dal senso di marcia opposto, mette la freccia, svolta e si ferma davanti al muro. Deve fare inversione di marcia. Avrebbe potuto aspettare tranquillamente che io passassi e poi fare inversione, oppure come si usa nei paesi civili poteva andare a girare in un posto più consono visto che in quell’esatto punto la visibilità, sia in un senso che nell’altro, non superava i 10 mt. La signora con moltissima calma gira lo sterzo della sua Panda, e io sempre lì ad aspettare che le abbia finito.

Penso ad un certo punto di andare alla Violetta a comprare i filtrini,  perchè finchè non me lo imporrà di nuovo la legge, col cazzo che uscirò di nuovo di casa.

Ti accingi ad imboccare la strada della Violetta con molta calma, perchè se sei di Ischia hai il segnale stradale, quello di pericolo con la stambecco che vaga, trapiantato nella tua testa. Sai che devi aspettarti il peggio.

Due tizi passeggiano, chiacchierano, attraversano la strada e non si girano. Hanno dovuto attraversare solamente 1, 5 mt, ma seppur stretta, è comunque una strada, e a me mamma ha insegnato a guardare prima da un lato e poi dall’altro prima di attraversare. Credo sia stata la macchina che mi ha investito a 4 anni a chiarirmi il concetto, e  grazie ai Police non ho dato loro il bigliettino da visita del mio mentore.

Provi a parcheggiare ma c’è un tizio che non sa dove sta andando. Si vede che vaga senza una meta. Però per quanto ti possa dispiacere la sua confusione mentale tu hai bisogno di parcheggiare. Con calma aspetti che lui decida cosa fare. Lui non si decide, cammina come un bradipo nell’unico posto in cui posso parcheggiare, quindi non parliamo di lunghe distanze, ma impiega inspiegabilmente tanto tempo per percorrerle.

A quel punto capisci che questo è proprio imbecille, suoni discretamente il clacson, lui dopo un po’ ricorda che quel suono potrebbe significare che c’è una macchina dietro di lui, e sceglie una meta a casao e la raggiunge. Non voglio immaginare se un giorno dovesse decidere di partecipare alla Maratona di New York.

Vabbè. Parcheggi, prendi i tuoi filtrini e fuggi a casa e li maledici uno ad uno.

In sostanza quel che volevo dire è che è vero che siamo amministrati pessimamente, però per strada gira davvero una massa di deficienti a cui non interessa pensare che per arrivare ad una meta incroci persone che vanno da tutt’altra parte. Mettono il pilota automatico e non vogliono saperne più niente. Hanno fretta, devono correre, devono passare prima loro, anche se le condizioni non lo consentono. Allora tenetevi quest’amministrazione di merda perchè di più non meritate. E stamattina sono più felice di chi mi governa perchè tanto governa anche voi.

L’avevo riassunto in un tweet, ma a Fabio bruciava il culo e gli ho dovuto delle spiegazioni. E siccome lui è il mio wingman ho cercato di lenirglielo.

24 gennaio, 2011 at 13:59

Tags: automobile, cantieri, deficienti, incivili, ischia, lavori in corso, traffico
Postato in Società | 2 Commenti »

1 gen 2011

Costruzione di un sogno chiamato Europa

by Fiore

Alla luce di oltre mezzo secolo di storia, quando oggi ci si riferisce all’Europa non si vuole soltanto indicare un’entità geografica ma piuttosto la costruzione di un’identità politica, di un progetto comune, come dimostrato dall’impegno a favore di una Costituzione europea.

L’esito negativo dei referendum sulla Costituzione europea in Francia e nei Paesi Bassi (2005) ha messo in luce la coesistenza in seno all’Unione di stati a “due velocità”: da una parte l’Europa occidentale, il nucleo storico della CEE, che prevede un orizzonte relativamente vicino di unificazione politica; dall’altra la maggioranza dei suoi membri (in primis la Gran Bretagna e i paesi nordici), che proseguiranno gradualmente verso la convergenza delle proprie strutture economico-giuridiche nella cornice europea.

La critica rivolta più spesso, a ragione, all’UE è che gli stati membri sono ancora lungi dal costituire un fronte unico, sul piano diplomatico e politico, rispetto a tematiche decisive per il pianeta come la pace e la stabilità, il terrorismo, le relazioni con gli USA, il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Per di più, nei paesi europei i sistemi di difesa, che continuano ad impersonificare il concetto di sovranità nazionale, restano nelle mani dei governi nazionali e interagiscono unicamente nell’ambito di alleanze come la NATO. Inoltre, il Trattato di Lisbona segnala chiaramente che la NATO è il quadro nel quale si organizza la difesa europea, e con questo gli USA sono riusciti ad ottenere l’obiettivo che avevano sempre avuto con l’aiuto della Gran Bretagna, cioè di legare i paesi europei in un solo blocco politico-militare dominato da loro.

Crisi istituzionale, competizione commerciale e diversità dei sistemi di alleanze internazionali hanno operato negli anni ’90 più nel senso della divergenza tra le strutture economiche dei paesi membri che in quello della convergenza, determinando negli ultimi anni una sostanziale battuta d’arresto del processo di integrazione. Vi ha concorso anche il bilancio, non entusiastico, dei primi anni di funzionamento della moneta unica, l’euro, che ha contribuito ad una crescita limitata e troppo vicina allo zero e all’aumento della disoccupazione, tendenze aggravate dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008.

In particolare la crisi che travolse l’economia della Grecia nel 2009 ha mostrato un’assenza di strumenti di intervento e di salvataggio, oltre che di controlli, da parte degli altri stati membri, rendendo necessario anche l’intervento del FMI. Ciò ha messo in pericolo la stabilità dell’euro, generando il rischio di un “effetto domino”, e della stessa UE, mostrando un sistema “a due velocità” in cui i grandi paesi, guidati dalla Germania, esercitano più controllo sui piccoli. A seguito di tale crisi alcuni politici ed economisti hanno proposto l’istituzione di un Fondo monetario europeo che disegni e faccia funzionare programmi di assistenza, nonché di controllo, per i paesi dell’eurozona in difficoltà. Per quanto però questa possa essere una buona idea, è duro immaginare come idee ambiziose come questa possano essere realizzate senza cambiamenti sostanziali nei trattati.

Figura – Indice di competitività delle principali economie dell’UE e di alcune delle principali economie mondiali nel 2010. Tra parentesi è indicata la posizione nella graduatoria mondiale (Fonte: IMD, 2010).

In più, oggi, incombono sull’Europa i problemi della competizione economica con le zone emergenti dell’emisfero americano e con l’Asia orientale, animata dal dinamismo delle economie di recente sviluppo (in primo luogo la Cina costiera) e dai capitali giapponesi e del sud-est asiatico. Per garantire la crescita economica e far fronte alla concorrenza delle grandi economie mondiali, i paesi europei, il cui peso demografico è in costante diminuzione su scala mondiale, devono restare uniti. Nessuno stato membro dell’Unione è sufficientemente forte per lanciarsi da solo sul mercato globale (vedi Figura). Il mercato unico europeo rappresenta una piattaforma fondamentale grazie a cui le imprese europee possono competere efficacemente sui mercati mondiali.

A proposito di ciò, gli stati dell’UE per massimizzare la loro influenza sulla scena internazionale si esprimono come un’unica entità nei negoziati con i loro partner commerciali: infatti l’UE è membro a tutti gli effetti dell’OMC assieme agli stati che la compongono, e questo in virtù del fatto che il Trattato di Roma del 1957 le ha attribuito una competenza esclusiva in materia di politica commerciale con l’effetto di escludere quasi totalmente la possibilità per gli stati europei di condurre un’azione autonoma in materia commerciale. Ciò le ha permesso di avere nell’organizzazione un ruolo più importante di quello che avrebbero avuto i singoli paesi, un ruolo quasi paritetico a quello degli USA (PARENTI, 2002). In tale ottica l’UE dovrebbe presentare sempre più spesso posizioni comuni dinanzi a tutti gli organismi internazionali, anche dell’ONU, compreso il Consiglio di Sicurezza, e un miglior coordinamento all’interno delle istituzioni finanziarie internazionali, per giungere infine ad una rappresentanza unificata dell’UE, o della “zona euro”.

Dal punto di vista puramente economico, nel corso degli ultimi vent’anni l’area dell’UE ha sperimentato un significativa convergenza tra paesi e regioni in termini di grado di sviluppo e livello di reddito pro-capite. Nonostante questi forti progressi, tra i paesi europei, e ancor più tra le regioni, permangono però sostanziali disparità nel reddito, accentuate ulteriormente dall’entrata nell’Unione dei paesi dell’est Europa dove però risulta comunque in atto un processo di convergenza. Ma questi processi di convergenza non saranno né rapidi né automatici: le politiche di spesa comunitarie, accompagnate però da adeguate politiche economiche nazionali e da un contesto internazionale favorevole, assumono un’importanza cruciale, sia sotto forma di investimenti, soprattutto infrastrutturali, che di spesa sociale, come dimostrano le passate esperienze di Irlanda e Spagna. Proprio in quest’ottica si ritiene, a ragione, che l’economia europea abbia un notevole potenziale di sviluppo grazie alla presenza al suo interno di stati di recente ingresso caratterizzati da economie meno avanzate.

La nascita dell’euro era stata accompagnata da forti aspettative, tuttavia le attese finanziarie non hanno avuto l’esito sperato sull’economia reale: lo sviluppo è ancora modesto e la disoccupazione è elevata. Come è vero che «l’Unione monetaria europea sarà certamente ricordata dagli storici come uno dei più concreti risultati della strategia di integrazione politica tra stati» (PETROVICH, 2000), è altrettanto vero che «è arduo pensare di mantenere in vita una moneta unica senza una politica fiscale comune» (RIZZI, 1998). Infatti, ad oggi, l’Unione monetaria europea non pare essere supportata da un buon meccanismo di coordinamento delle politiche fiscali e molti europeisti ritengono che essa sia monca, mancando di un certo grado di centralizzazione proprio della politica fiscale e una più ampia autonomia impositiva (IAPADRE e MASTRONARDI, 2007). L’introduzione della moneta unica è stata sicuramente, come più volte detto, un grande risultato, ma tuttavia ha ridotto gli strumenti a disposizione degli stati nazionali, che possono fissare obiettivi contrastanti, ed ha affidato tali strumenti ad un’autorità centrale che non è in grado di fissare obiettivi sovranazionali. L’Europa si deve ormai far carico di essere un’area monetaria e di avere quindi una sua politica economica e una sua strategia di crescita. L’economia è stata una tecnica di governo importante: la razionalità economica ha convinto gli stati europei a compiere quei passi determinanti verso la costruzione dell’odierna UE. «L’economia ha forzato la politica. La politica si è autoimposta prevalentemente obiettivi economici» (PETROVICH, 2000). I passi da fare non sono terminati, e oggi più che mai, vanno fatti in senso politico, più che economico.

Infatti, per uscire dalla crisi finanziaria e dalla sua patologica “quasi stagnazione economica”, l’Europa dovrebbe essere più ambiziosa, inaugurare cioè una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica: investire ed implementare una nuova politica industriale basata su produzione ad alta tecnologia e capitale umano, accompagnare maggiormente alla strategia del “rigore” strategie di “coesione”, specialmente sociale, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, ed infine, la sfida dell’UE non può prescindere da una continua evoluzione delle istituzioni comuni.

Per quanto riguarda la visione di un’Europa unita, come detto anche precedentemente, il testo della proposta Costituzione Europea, sforzo più ambizioso in tal senso, è stato criticato da più parti: i federalisti insistevano sulla mancanza di riforme in senso pienamente federale, mentre gli euroscettici temevano una presenza ancora più ingombrante dell’Unione. L’odierno Trattato di Lisbona, non colma il deficit di senso dell’UE, che rimane un progetto di potenza da definire.

La concezione tradizionale ravvisa nelle comunità una semplice unione internazionale di stati, sia pure con caratteri distintivi e diversi rispetto alle precedenti esperienze di rapporti tra stati. La visione federalista sottolinea invece nel processo di integrazione europeo le strutture volte alla creazione di uno stato sovranazionale, in grado di decidere obiettivi anche contro i singoli stati precedenti, e considera le comunità come enti federali (PETROVICH, 2000). Altri, infine, muovendo dall’originalità e dall’autonomia proprie di queste comunità, le configura come enti di origine internazionale, a carattere istituzionale e a formazione progressiva. La corte di giustizia, in due fondamentali sentenze (sent. 5 febbraio 1963, e sent. 15 luglio 1964), ha osservato che il trattato CEE va al di là di un accordo che si limiti a creare obblighi reciproci fra gli stati contraenti ed è diverso dai comuni trattati internazionali.

Ha quindi preso corpo la valorizzazione del concetto di sovranazionalità, per indicare nelle Comunità europee una associazione di stati sovrani, dotata di propria autonomia, di propri poteri, di un ordinamento giuridico indipendente dagli stati membri, e alla quale, nelle materie dichiarate di competenza, sono soggetti sia gli stati sia i singoli cittadini.

Le Comunità europee però, anche considerate unitariamente come sistema istituzionale originale e distinto rispetto alle organizzazioni internazionali classiche, non costituiscono ancora uno stato federale, poiché difettano della competenza esclusiva e del potere di ampliare la propria capacità con autonome e sovrane decisioni. L’UE si configura dunque come un’originale organizzazione sovranazionale in cui le stesse cittadinanze dei singoli stati conservano un ruolo specifico e distinto, sia pure in rapporto di complementarietà con l’ordinamento comunitario.

Infatti, mentre gli obiettivi dell’integrazione economica e monetaria sono perseguiti in un quadro istituzionale dove assumono una grande importanza le politiche e le azioni comuni gli obiettivi del secondo e terzo pilastro (PESC, e giustizia e affari interni) vengono perseguiti mediante la cooperazione a livello intergovernativo e col ricorso generalizzato all’unanimità in sede di consiglio (nonché affiancato al sistema NATO), data la resistenza degli stati membri a delegare ad organi europei competenze nazionali delicate, cosa che lascia ad ogni stato una forma di “veto”.

Inoltre, alla luce della prospettiva di ulteriori allargamenti, con più di 30 stati membri la capacità dell’Unione di funzionare secondo i principi fondamentali dei trattati sarà messa a dura prova. Le procedure decisionali dovranno essere interamente riviste per evitare la paralisi e permettere all’Unione di mantenere la propria capacità d’azione. Gli interessi a breve termine facilmente comprometteranno le priorità a lungo termine. Qualsiasi riforma dell’attuale sistema deve garantire la pluralità ed il rispetto delle differenze, che costituiscono la maggiore ricchezza delle nazioni europee, ma deve radicalmente investire il processo decisionale, semplificandolo: potrà funzionare solo un sistema politico e giuridico basato sul voto di maggioranza, diventando così sempre meno intergovernativo e sempre più sovranazionale, e su controlli ed equilibri (checks and balances).

L’Europa fin dal secondo dopoguerra ha saputo ritrovare le vie di un risveglio europeo, nonostante tante occasioni perdute e ritardi, che di per se può dare nuovamente al vecchio continente un ruolo di protagonista nella attuale situazione mondiale (ORSELLO, 1996). Se le nazioni europee vogliono riconquistare l’antico ruolo negli affari mondiali esse devono essere in grado di parlare con una sola voce e di disporre di risorse e di un capitale umano paragonabili a quelli degli USA (CAMERON e NEAL, 2005).

E’ evidente che la prospettiva per l’Europa che si unisce, si allarga e, dunque, si rafforza non può limitarsi alle aspirazioni, alle tendenze ideali e ancora una volta alla grande utopia: occorre fare i conti con la realtà e considerare i problemi nella loro entità e nella possibilità concreta di una loro soluzione (ORSELLO, 1996). «Se i traguardi raggiunti erano del tutto insperati qualche decennio fa, i traguardi futuri in un contesto  mondializzato e conflittuale richiederanno valenze politiche ben più impegnative e sintesi culturali certamente molto più aggreganti» (PETROVICH, 2000). I sostenitori dell’unità europea avevano in mente molto più che un semplice mercato comune o un’unione doganale (CAMERON e NEAL, 2005).

Uniti, gli europei potrebbero mutare le sorti del mondo. Divisi, finiranno per subire le decisioni dei paesi più forti. Si deve essere perciò consapevoli che la tappa successiva della costruzione europea sarà la federazione basata su una costituzione democratica, magari a seguito di talune accelerazioni consentite agli stati più avanzati e più impegnati nel processo unitario e federale. E’ questo l’appuntamento che attende l’Europa nel nuovo secolo (ORSELLO, 1996).

NOTE:

CAMERON R. e NEAL L. (2005), Storia economica del mondo: dal XVIII secolo ai giorni nostri, vol. 2, Il Mulino, Bologna

IAPADRE L. e MASTRONARDI G. (2007), Lezioni di economia dell’integrazione europea, Università degli studi dell’Aquila, L’Aquila

ORSELLO G. P. (1996), L’Unione Europea, Newton and Compton, Roma

PARENTI A. (2002), Il WTO, Il Mulino, Bologna

PETROVICH G. (2000), Teorie economiche e politiche di integrazione europea: riflessioni sulla strategia dei trattati, Università di Venezia, Venezia

RIZZI I. (1998), Il futuro della nazione, Stampa Inedita, Milano

1 gennaio, 2011 at 18:10

Tags: allargamento, cee, competitività, comunità, costituzione, crescita, crisi, disoccupazione, euro, europa, gracia, inflazione, integrazione, irlanda, moneta unica, nato, pesc, referendum, regionalismo, sfida, trattato di lisbona, ue, unione, unione europea, unione monetaria, unione politica, usa
Postato in Economia, Politica, Società | No Commenti »

24 nov 2010

Un miraggio chiamato ONU

by Fiore

L’ONU affonda le sue radici nella Seconda guerra mondiale. Il proposito di costruire una nuova organizzazione di sicurezza collettiva, al posto della fallita Società delle Nazioni, era già menzionato nella Carta atlantica firmata da Roosevelt e Churchill nel 1941 e divenne un impegno comune degli alleati con la Dichiarazione delle Nazioni Unite (1 gennaio 1942). Il progetto mirava a creare un organismo che alla dimensione democratica (rappresentativa di tutti i paesi, a partire dai vincitori della guerra) affiancasse una sorta di direttorio delle maggiori potenze. Lo statuto dell’ONU fu elaborato e sottoscritto dai rappresentanti di 50 stati fondatori alla Conferenza delle Nazioni Unite a San Francisco nel 1945: il successivo 24 ottobre, data di entrata in vigore dello statuto, divenne la data ufficiale di nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Le adesioni vennero progressivamente allargate ai “paesi sconfitti” e “democratizzati”, fino oggi a comprendere 192 stati membri.

L’ONU è un’associazione di stati sovrani, fondata sul principio dell’eguaglianza di tutti i suoi membri, i cui principali obiettivi sono mantenere la pace e la sicurezza internazionale e promuovere il progresso socioculturale, i diritti umani e la cooperazione, incoraggiando la soluzione dei problemi politici ed economici e lo sviluppo di relazioni amichevoli fra le nazioni. Gli stati aderenti devono agire in conformità ai seguenti principi: risolvere con mezzi pacifici le controversie internazionali, in modo che non vengano messe in pericolo la pace e la sicurezza mondiali; astenersi dall’uso e dalla minaccia della forza nelle relazioni con gli altri paesi; assistere l’organizzazione in tutte le azioni intraprese e astenersi dal dare assistenza a qualsiasi stato contro cui l’ONU intraprenda un’azione preventiva o coercitiva.

La prospettiva ideologica da cui è nata l’ONU è essenzialmente democratico-liberale, di affermazione e tutela delle libertà individuali e di gruppo, di emancipazione dell’umanità dalla soggezione alla forza e dal bisogno, di organizzazione dei rapporti internazionali in termini di collaborazione e non di sopraffazione reciproca. Questi principi, resi espliciti dalla Carta fondamentale dell’ONU e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’Assemblea nel 1948, hanno trovato un’applicazione contraddittoria, dal momento che dell’associazione fanno parte numerosi stati che formalmente si sono impegnati a rispettarli al proprio interno, ma che, di fatto, si comportano in termini antitetici, senza che (salvo poche eccezioni) l’Organizzazione abbia provveduto a chiederne loro conto, assumendo i conseguenti provvedimenti (fino all’espulsione, pur prevista nella carta).

Negli anni della divisione del mondo in due blocchi, il potere di veto delle due superpotenze (USA e URSS) rese inoperanti molte deliberazioni dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza. La fine della Guerra fredda e il prospettato avvento di un “mondo unico” sembrò aprire all’ONU una stagione di maggior protagonismo, confermato dal deciso aumento, negli anni successivi, del numero delle missioni dei “caschi blu” per operazioni di interposizione e di mantenimento della pace. Le questioni aperte risultarono tuttavia innumerevoli e difficilmente risolvibili sia a causa delle difficoltà incontrate nel definire i contenuti politici di operazioni di ripristino del diritto violato, di salvaguardia umanitaria e di mantenimento della pace.

La travagliatissima preparazione e gestione degli interventi militari in Afghanistan (2001) e Iraq (2003), insieme alla contestuale adozione da parte statunitense della dottrina dell’”intervento preventivo” (che declina in chiave esclusivamente militare il concetto di mantenimento e rafforzamento della pace e della sicurezza), ma anche il fallimento di suoi programmi (come l’”oil for food” in Iraq) e relativi sistemi di controllo, ha reso palese lo stato di stallo e inadeguatezza in cui versa a tutt’oggi l’istituzione, impegnata in un difficile processo di ridefinizione dei propri scopi, strutture e modalità operative. Infatti, oggi le divergenze tra i membri del Consiglio di Sicurezza, specie tra quelli permanenti, spesso impediscono all’ONU di adottare misure incisive o, peggio, la costringono a rimanere passiva. Il rischio costante è che nell’adottare decisioni anche di importanza fondamentale, il Consiglio si lasci guidare più dalle convenienze politiche dei suoi membri, e in particolare di quelli permanenti con diritto di veto, che da principi oggettivi e universalmente validi.

A tal proposito, si pone la difficoltà di definire in termini ampiamente condivisibili il processo di mantenimento e rafforzamento della pace in chiave non esclusivamente militare: un tema che investe direttamente il riequilibrio gerarchico tra i diversi organi e agenzie dell’ONU, oggi fortemente squilibrato verso il Consiglio di sicurezza, organo ristretto deputato alla gestione dell’uso della forza. Contenziosi ormai decennali riguardano infine i meccanismi di voto e quelli di finanziamento, tra spese (e sprechi) crescenti e difficoltà di ottenere le quote dovute dai singoli stati membri (a partire dalle grandi potenze).

Costante è poi stata in questi anni, specialmente da parte degli USA, la polemica contro la Commissione per i Diritti Umani. Secondo gli USA è inaccettabile che anch’essa, deviando dai suoi compiti originari, si sia trasformata in un’arena di dibattito politico invece di dedicarsi ad un serio monitoraggio della situazione dei diritti umani nei vari paesi, ed anche che più di un terzo degli stati che vi sono rappresentati violino sistematicamente i diritti umani (come Libia e Sudan).

In questo quadro, l’ONU appare sempre più come la realtà residuale di un prospettiva destinata (in mancanza di un’efficace e sostanziale ridefinizione istituzionale e politica) ad assumere il valore di un puro riferimento ideale.

L’ONU, comunque, al suo interno ha anche vari organismi ausiliari per facilitare l’attuazione dei suoi molteplici scopi: si tratta di programmi, commissioni, fondi e conferenze permanenti istituiti e diretti dall’Assemblea generale, che promuovono il progresso economico e sociale in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il più grande organismo mondiale di assistenza multilaterale è l’UNDP (United Nations Development Programme), fondato nel 1965 dopo che numerosi paesi ex coloniali avevano conquistato l’indipendenza. Svolge la sua attività nei paesi in via di sviluppo per aiutarli a migliorare le loro capacità produttive, mettendo a disposizione assistenza tecnica avanzata e personale qualificato. Sempre col fine di accelerare la crescita economica e sociale degli stati del Terzo Mondo, dal 1964 opera l’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) che promuove le relazioni commerciali tra i paesi più poveri e quelli industrializzati. Analogamente, il WFC (World Food Council) e il WFP (World Food Programme) stimolano l’adozione di politiche e programmi miranti a combattere la fame e la malnutrizione e a provvedere a qualsiasi tipo di emergenza alimentare. L’UNICEF (United Nations International Children Emergency Fund), poi, è dedicato al benessere della madre e del bambino, all’affermazione dei diritti dell’infanzia coadiuvando i singoli governi nel rispondere ai bisogni dell’infanzia sul terreno dei servizi di base. L’UNFPA, invece, (United Nations Fund for Population Activities) persegue programmi legati alle necessità delle popolazioni e alla pianificazione familiare. Sono poi impegnate negli aiuti umanitari ai profughi e alle vittime di calamità naturali e disastri provocato dall’uomo l’UNDRO (Office of the United Nations Disaster Relief Co-ordinator), per il coordinamento in caso di emergenza e calamità, l’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), per la protezione dei rifugiati di tutto il mondo, e l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), per l’assistenza ai rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente. Per la tutela dell’ambiente opera l’UNEP (United Nations Enviroment Programme), promuovendo la cooperazione internazionale in campo ecologico e ambientale. Infine, in campo culturale e scientifico vanno ricordati l’UNITAR (United Nations Institute for Training and Research) e l’UNU (United Nations University), per l’Università.

Importantissimi poi, e molto celebri, sono i “caschi blu” dell’ONU, i militari (messi a disposizione degli stati membri) che sotto le insegne dell’ONU svolgono missioni decise dal Consiglio di sicurezza per mantenere o riportare la pace in diverse regioni del mondo. Si tratta in qualche caso di semplici osservatori o di commissioni di inchiesta; in qualche altro di vere e proprie forze multinazionali poste sotto il comando delle Nazioni Unite.

In campo economico e sociale operano organizzazioni internazionali a carattere universale diverse dall’ONU, ma che sono strettamente collegate con le nazioni Unite e ne subiscono il coordinamento e il controllo. Tra le altre menzioniamo, la FAO (Food and Agricolture Oganization), per la lotta alla fame e alla malnutrizione, l’ILO (International Labour Organization), per promuovere la giustizia sociale nel mondo del lavoro, e la WHO (World Health Organization), per la tutela della salute.

Ma segni di inefficacia emergono chiaramente anche da questi singoli organismi e programmi. Infatti, ad esempio, per quanto riguarda il campo umanitario, la Banca Mondiale afferma che nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, firmata nel 2000 in sede ONU, per garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini del mondo servirebbe un impegno addizionale compreso tra i 10 e i 30 miliardi di dollari all’anno, e per ridurre di due terzi la mortalità infantile occorrono tra i 20 e i 25 miliardi. Negli ultimi anni la comunità internazionale non è stata in grado di trovare tali somme, e di conseguenza allo stato attuale gli Obiettivi del Millennio non verranno raggiunti entro la data prevista del 2015.

24 novembre, 2010 at 18:37

Tags: cina, consiglio, diritti umani, globalizzazione, inefficienza, mondo, multilateralismo, nazioni unite, onu, pace, relazioni internazionali, sicurezza, stati, sviluppo, urss, usa, veto
Postato in Economia, Esteri, Politica, Società, Storia | No Commenti »

16 nov 2010

L’illusione neoliberista

by Fiore

«Se la globalizzazione non è riuscita a ridurre la povertà, non è riuscita neppure ad assicurare la stabilità» (STIGLITZ, 2002). Le crisi in Asia, in America Latina, e l’attuale crisi finanziaria mondiale, più quella greca nel cuore dell’Europa hanno minacciato le economie di tutto il mondo e l’equilibrio politico di tutti i paesi in via di sviluppo. Ciò perché la partecipazione ai mercati mondiali dei capitali comporta notevoli rischi, soprattutto in assenza di un sistema finanziario interno solido (a tal proposito si ricordino le crisi che hanno colpito Thailandia, Indonesia e Corea del Sud).

La globalizzazione e il passaggio ad un’economia di mercato non hanno prodotto i risultati sperati né in Russia né nella maggior parte delle altre economie in fase di transizione. L’Occidente ha persuaso questi paesi che il nuovo sistema economico li avrebbe portati a una prosperità senza precedenti. In Russia, per far fronte ai gravi problemi economici, l’esecutivo guidato da Boris Eltsyn inaugurò un programma di liberalizzazioni, privatizzazioni, svalutazione del rublo e una restrittiva politica di bilancio, che produsse una fortissima inflazione, il crollo del rublo e una grande diffusione della povertà e della criminalità.

L’impatto della globalizzazione nei PVS (paesi in via di sviluppo) è stato molto differenziato, con molti paesi che hanno sperimentato un peggioramento della propria bilancia commerciale. Nel corso degli anni ’90, infatti, numerosi PVS sono stati colpiti da violente crisi finanziarie, caratterizzate da rapide fughe di capitali e brusche svalutazioni delle monete nazionali. I capitali stranieri sono stati ritirati con la stessa velocità con cui vi erano affluiti, prima attirati da tassi di interesse elevati, poi allontanati da un crollo di fiducia verso le economie locali.

L’eccezione più evidente a quanto detto è rappresentata però dalla Cina, che a differenza degli altri paesi ha gestito la transizione internamente, senza l’aiuto di istituzioni economiche internazionali. «E’ stata capace di “governare” la globalizzazione, adottando politiche di sviluppo specifiche per il contesto in cui esse sono applicate e sufficientemente flessibili da evolversi con il cambiamento del contesto socio-economico a cui esse si applicano, anziché adottare ricette di politica economica standard, come il “free-market, free-trade, laissez-faire” suggerito dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale» (ROMANO, 2007).

Dunque la deregolamentazione dei mercati finanziari sembra aumentare, almeno indirettamente, la crescita economica ma anche la probabilità di crisi bancarie e valutarie. A tal proposito bisogna dire che l’esistenza di mercati finanziari funzionanti è una condizione fondamentale per lo sviluppo economico. Questi consentono un’efficace allocazione del risparmio nazionale, permette al capitale di individuare investimenti più redditizi e di conseguire una maggiore diversificazione del rischio, l’ingresso di operatori esteri può aumentare l’efficienza dei mercati interni, e genera sul governo nazionale una pressione ad esercitare maggiore disciplina macroeconomica (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). La teoria economica, però, precisa che esistono dei costi associati alla perfetta mobilità dei capitali e che i benefici si realizzano solo sotto determinate condizioni rispetto al funzionamento dei mercati. La presenza di asimmetrie informative, in particolare, può produrre effetti indesiderati e neutralizzare i benefici della realizzazione.

Infatti, «la liberalizzazione quasi completa dei movimenti di capitale ha accentuato l’instabilità finanziaria. Infatti, il forte incremento dei flussi di capitale speculativo (hot money) in un contesto di cambi flessibili, ha contribuito a destabilizzare le economie in crisi e a rendere più difficile il loro controllo» (VERCELLI e BORGHESI, 2008). La crisi che stiamo vivendo, esplosa nel 2008, ha radici diffuse: dalle distorsioni nel funzionamento dei mercati, alle carenze di regolazione e supervisione, ai comportamenti degli intermediari. Riflette importanti squilibri macroeconomici, i prolungati deficit nel tasso di risparmio e nella bilancia dei pagamenti in alcuni tra i principali paesi sviluppati finanziati con i capitali provenienti dal resto del mondo, inclusi i paesi emergenti. Politiche monetarie in alcuni casi eccessivamente accomodanti e l’accresciuta disponibilità di strumenti finanziari nuovi e complessi hanno contribuito a immettere nel sistema una eccezionale liquidità, mantenendo su livelli anormalmente bassi tassi di interesse, volatilità e costi di protezione dall’insolvenza. Nel clima di ottimismo che si  era generato, non si è prestata sufficiente attenzione all’opacità di molti dei nuovi strumenti finanziari, si sono sottovalutati i rischi cercando profitti di breve periodo, si sono fortemente sopravvalutate le attività finanziarie e immobiliari. In questo contesto di diffusa fragilità, l’integrazione finanziaria ha fatto sì che una crisi “locale” come quella dei prestiti subprime[1], di per se circoscritta ad un segmento limitato del mondo intero, si sia tramutata infine in una crisi economica dalla dimensione globale (TARANTOLA, 2009).

L’apertura finanziaria, consentendo ai capitali di entrare e uscire liberamente da un paese, espone il paese alla presunta irrazionalità dei mercati finanziari e agli attacchi speculativi, aumentando così l’instabilità e la probabilità di crisi bancarie e valutarie (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). Inoltre, «l’integrazione dei mercati dei capitali ha indubbiamente facilitato la propagazione all’intera economia mondiale di difficoltà finanziarie originariamente circoscritte. Ma quelle difficoltà sono nate e si sono moltiplicate soprattutto a causa di una regolamentazione inadeguata, di una forte sottovalutazione dei rischi, di comportamenti imprudenti, quando non esplicitamente fraudolenti. Questa crisi è anche una crisi dei valori etici, dei valori della sostenibilità, per il mercato e per l’ambiente» (TARANTOLA, 2009).

Molti economisti come Stiglitz e Krugman hanno, infatti, ripetutamente invocato una maggiore cautela in materia di apertura finanziaria per quei paesi che non hanno istituzioni finanziarie adeguatamente sviluppate. La liberalizzazione dei mercati finanziari deve essere graduale e accompagnata da un adeguato intervento di supervisione e regolamentazione. Una liberalizzazione troppo rapida, senza che siano state rimosse le distorsioni e che siano state rafforzate le istituzioni creditizie e gli organi di controllo, espone il paese ad un concreto rischio di crisi. «Un’ampia letteratura sulla corretta sequenza della liberalizzazione suggerisce che i controlli sulla circolazione internazionale dei capitali dovrebbero essere rimossi solo dopo aver conseguito determinati requisiti: stabilità macroeconomica, completa liberalizzazione del sistema finanziario nazionale, creazione di un solido sistema bancario e di vigilanza, e liberalizzazione del commercio estero» (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). Inoltre, perché l’integrazione dei mercati finanziari eserciti il suo ruolo di supporto allo sviluppo, resta dunque necessario il rafforzamento delle strutture dei sistemi finanziari e delle istituzioni di controllo nazionali e sovranazionali, sia pubbliche (banche centrali, Banca per i regolamenti internazionali, Istituzioni finanziarie internazionali) che private (agenzie di rating e organi di controllo all’interno delle banche di investimento e dei fondi pensione).


[1] Prestiti che, nel contesto finanziario statunitense, vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore.


NOTE:

BONAGLIA F. e GOLDSTEIN A. (2008),Globalizzazione e sviluppo: due concetti inconciliabili? Quattro luoghi comuni da sfatare, Il Mulino, Bologna

ROMANO D. (2007), L’impatto della globalizzazione asimmetrica sull’agricoltura dei PVS, Agriregionieuropa, vol. 8

STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino

TARANTOLA A. M. (2009), Economia solidale e sviluppo sostenibile nell’era post globalizzazione, Fondazione sorella natura, Roma

VERCELLI A. e BORGHESI S. (2008), Global sustainability: social and enviromental conditions, Palgrave Macmillan, New York

16 novembre, 2010 at 16:24

Tags: banca mondiale, birs, capitali, cina, controlli, crescita, crisi, crisi finanziaria, default, deregulation, Economia, europa, finanza, fmi, globalizzazione, istituzioni, laissez-faire, liberalizzazione, liberismo, mercati finanziari, mutui, neoliberismo, occidente, privatizzazione, pvs, regole, russia, stabilità, stiglitz, subprime, sviluppo, usa, vigilanza
Postato in Economia, Società, Storia | 1 Commento »

30 ott 2010

La globalizzazione tra multilateralismo e regionalismi

by Fiore

La fine della Guerra fredda ed il fenomeno “globalizzazione” hanno modificato in maniera inesorabile il modo di concepire il mondo, lo spazio, lo stato, le alleanze e le istituzioni. Hanno posto fine ad una lunga contrapposizione tra due blocchi generando nuove dinamiche nelle relazioni fra stati e hanno acuito ancor di più vecchie problematiche e creatone nuove. Da un punto di vista economico l’idea base che ha caratterizzato l’odierna visione neoliberale della globalizzazione è quella della capacità autoregolativa dei mercati, e quindi, per converso, sfiducia nel ruolo regolatore del governo. Ma la stessa teoria economica, alla luce di quanto siano stringenti le condizioni per confidare nella capacità di autoregolazione dei mercati, si pronuncia a favore di interventi regolativi del mercato. Ad esempio, è ormai evidente che la crisi finanziaria internazionale si è sviluppata a causa di una regolamentazione inadeguata.

Da ciò appare evidente che ciò che conta maggiormente oggi, almeno dal punto di vista dell’ordine internazionale, è che il progressivo allargamento dello spazio economico non trova niente di simile sul terreno politico, e che a essere chiamata in causa, non è soltanto l’assenza o l’insufficienza di una global governance, ma anche, la crescente inadeguatezza degli spazi statuali esistenti.

Infatti, il sistema multilaterale oggi versa in una sostanziale paralisi politica difficilmente superabile. La stessa globalizzazione ha creato i presupposti affinché emergessero sulla scena internazionale, dopo circa un decennio di supremazia statunitense, nuovi grandi paesi, come la Cina, portatori di nuove istanze contrapposte al “vecchio” blocco occidentale. La cui contrapposizione rende inoperanti, o sostanzialmente inefficaci, le principali istituzioni internazionali, prime fra tutte l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) e il WTO (World Trade Organization), rendendo necessario e sempre con maggiore urgenza un profondo processo di riforma delle stesse, in senso maggiormente democratico e rappresentativo. Ma questi cambiamenti non saranno semplici: come affermato da Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia ed ex-Vice Presidente della Banca Mondiale, quando ci si muove sul fronte della burocrazia internazionale occorrono moltissimo tempo ed enormi sforzi per mettere in atto un cambiamento.

Come dicevamo, poi, allo stesso tempo questo processo pone in una posizione di subalternità sempre crescente tanti stati del mondo, che fino a qualche tempo fa erano, se non protagonisti, importanti pedine sullo scacchiere economico-politico internazionale. Il processo di globalizzazione ha, infatti, posto agli stati nazione domande nuove, ma allo stesso tempo ha ridotto, per vari aspetti, la loro capacità di dare una risposta a simili domande.

Di questo oggi la maggioranza degli stati ne sono coscienti. Infatti, alla paralisi dei meccanismi multilaterali si affiancano, oggi più che mai, varie forme di aggregazione fra stati: nascono e si sviluppano, cioè, vari “regionalismi”. Si va da quelli più “lobbistici”, tenuti insieme cioè da comuni interessi e strategie, principalmente a carattere economico, come il G-8, il G-20 o il G-77, a quelli più a carattere geografico, quelli cioè che fanno dei processi di integrazione regionale un percorso sulla strada dell’unione in blocchi non solo economici, ma anche politici, in questo senso è prima fra tutte l’Unione Europea.

E’ proprio questa, a mio avviso, la sfida che attende i “piccoli” paesi nel nuovo secolo. Infatti, se, come affermato da molti analisti, la globalizzazione è un rinnovato processo di ristrutturazione oligopolistica mondiale, assume importanza la cooperazione e l’integrazione economica regionale quale strategia valida per uno sviluppo ordinato e coordinato delle regioni del mondo. Già oggi le organizzazioni regionali rappresentano il terreno dove si strutturano concretamente i processi della globalizzazione, secondo molti proprio in risposta alla delusione delle aspettative sui processi multilaterali.

In questo senso, l’Unione Europea è l’unica parte del mondo con un’esperienza di oltre cinquant’anni nel governo della globalizzazione, anche se solo a livello continentale. L’UE, infatti, ha portato avanti una politica di abbattimento delle frontiere e integrazione dei mercati e ha anche costruito un certo coordinamento delle politiche economiche tra i paesi membri. L’UE, insomma, è un buon esempio di potere decisionale a livello sovranazionale, capace di affrontare questioni in tema di sviluppo, commercio e ambiente. Un sistema non perfetto ma che dimostra che è possibile. Il processo di integrazione europeo ha mostrato infatti molte incertezze, ma a prevalere è stato comunque l’impulso integrazionista.

L’analisi storica del regionalismo, però, ci porta a sostenere che l’unione politica federale non è l’obiettivo ultimo dell’integrazione. Infatti, la stragrande maggioranza degli accordi di integrazione regionale attuati nel mondo oggi hanno un livello di integrazione basso, circa l’80% sono semplici Accordi di Libero Scambio, in modo da rispondere all’esigenza dei singoli paesi di ricercare mere convenienze economiche ed allo stesso tempo di conservare la propria autonomia commerciale e politica. Solo il progetto iniziale dei cosiddetti padri fondatori dell’integrazione europea si pose esplicitamente l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa. Ciò porta a trascurare non solo la complessità delle relazioni politiche e sociali all’interno di ciascun raggruppamento regionale, ma anche il rapporto dinamico tra il processo di globalizzazione e la creazione ed il consolidamento dei blocchi regionali, di cui gli effetti sui flussi commerciali non sono che una delle espressioni. Insomma, l’attuale fenomeno del regionalismo è stato fino ad ora discusso soprattutto in relazione al suo impatto sui flussi commerciali, nonostante il fatto che la nuova ondata di regionalismo sia spesso contraddistinta dalla sua vastità e multidimensionalità, che spazia dalle minacce ecologiche transnazionali alle crisi di sicurezza regionale, per le quali la regione, in un mondo in cui il multilateralismo è in crisi profonda, deve assumere maggiore responsabilità.

Per la stessa UE la crisi attuale dimostra la necessità di una migliore governance economica a livello europeo, ciò perché gli stati dell’area euro hanno una responsabilità condivisa per quanto riguarda la stabilità economica e finanziaria dell’area. Allo stesso tempo, è evidente che il fallimento attuale dell’UE nella scena internazionale è quello di essere incapace di parlare con una sola voce. Ed il prezzo di questo fallimento è quello di vedersi sorpassata da altri protagonisti sulla scena internazionale, infatti oggi incombe sull’Europa una forte competizione economica con le altre zone emergenti del mondo. Nessuno stato europeo è sufficientemente forte da potersi lanciare da solo sul mercato globale, mentre uniti rappresentano il primo mercato economico mondiale. Per garantire la crescita economica e far fronte alla concorrenza delle grandi economie mondiali, i paesi europei, il cui peso demografico è in costante diminuzione su scala mondiale, devono quindi restare uniti. Dove ciò avviene, come in ambito WTO, il beneficio evidente è avere un ruolo praticamente paritetico a quello degli USA. Alla luce di ciò, l’appuntamento che attende l’Europa nel nuovo secolo è la necessità di una riforma che renda l’UE un’istituzione sempre più sovranazionale e meno intergovernativa.

Invece, come dicevamo, negli altri continenti le spinte integrazioniste sono state in generale tutte rivolte a soli aspetti economici, e tra l’altro con modesti risultati. Nelle Americhe, ed in particolare in quella del Sud, negli ultimi vent’anni si è assistito ad una forte espansione del commercio, in parte dovuto al progresso significativo dei processi di integrazione regionale, primo fra tutti il MERCOSUR (Mercado Comun del Sur), passati nel tempo tra fasi alterne di progresso, rallentamento e rinnovamento. Invece, i “colossi” nordamericani si sono dimostrati sempre poco propensi alle dinamiche regionaliste: prova di ciò né è il NAFTA (North American Free Trade Agreement), progetto più ambizioso in tal senso ma semplice trattato di libero scambio. In Asia, invece, terra in cui il regionalismo si è sviluppato con notevole ritardo rispetto alle altre aree del mondo a causa di forti diversità culturali, si assiste ad un progressiva definizione di un’area del Pacifico omogenea ai fini dello sviluppo economico, dove l’ASEAN (Association of South-East Asian Nations), la SCO (Shanghai Cooperation Organization), ed il forum dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), promettono di diventarne elementi trainanti. L’Africa, invece, nonostante il regionalismo abbia lunghe radici, è suddivisa in una serie di organismi e blocchi economici regionali poco razionali e scarsamente efficaci. L’Unione Africana, organizzazione che racchiude tutti gli stati africani, si è data come obiettivo proprio l’unificazione di questi “cocci” con ambiziosi progetti, come la costituzione di un mercato unico e di una banca centrale, che però, da un punto di vista economico, non hanno prodotto ancora grandi risultati, mentre dal punto di vista della sicurezza oggi le organizzazioni regionali africane svolgono un importante ruolo di peacekeeping in molte aree di crisi del continente.

Stati membri del NAFTA (viola), del MERCOSUR (giallo), dell’UE (blu),

dell’UA (marrone), della SCO (rosso), dell’ASEAN (verde).

Alla luce di questo scenario, è necessario quindi un cambio di passo nel regionalismo se si vuole che questo generi quei meccanismi virtuosi che portino benefici alle regioni del mondo. Il regionalismo deve essere inteso insomma come l’idea, l’ideologia, le politiche e gli obiettivi che cercano di trasformare un’area geografica in uno spazio sociale ben definito. In questo senso assume una chiara importanza un costante avanzamento del grado di integrazione fra gli stati aderenti, soprattutto tramite la costituzione di istituzioni comuni, fino ad una integrazione politica in senso federalista.

Infatti, se le pressioni internazionali si ripercuotono sugli assetti di potere politico e economico all’interno di una regione, allo stesso modo le istituzioni regionali possono filtrare l’impatto della globalizzazione sui paesi membri e indirizzare la risposta collettiva di questi ultimi nei confronti dei rischi e delle opportunità che la globalizzazione determina, avviando quei processi di crescita e sviluppo economico e sociale solidali tra i paesi membri, oggi urgenti specialmente nei PVS.

In questo senso lo stesso processo di integrazione regionale potrà rilanciare indirettamente anche l’auspicato “nuovo multilateralismo”, cioè un multilateralismo cooperativo, tramite una riduzione degli attori nelle istituzioni internazionali, per risolvere così finalmente le urgenti problematiche prima di tutto globali odierne, come quelle ambientali, ma anche regionali, creando maggiore omogeneità all’interno dei blocchi, infatti, potrebbe favorire un’azione sovranazionale in molti settori, tra i quali quello commerciale, che a livello multilaterale spesso falliscono. Infatti, se in passato il regionalismo economico poteva essere inquadrato come potenziale minaccia nei confronti di una gestione più multilaterale di determinate tematiche, la prospettiva regionale è invece considerata oggi come un utile complemento e strumento di gestione di pratiche difficilmente gestibili dal punto di vista globale. Cioè è nel contempo sia una risposta, sia uno strumento di sostegno al multilateralismo.

E’ una tendenza che risulta già molto evidente anche nel momento in cui oggi, ad esempio, di fronte alle esitazioni dell’ONU sono sempre più spesso le organizzazioni regionali ad assumersi responsabilità nel mantenimento della sicurezza e della stabilità politica internazionale tramite l’avvio di missioni di peacekeeping.

Inoltre, nelle sedi multilaterali, oltre alla riduzione dei soggetti, il regionalismo, tramite la costituzione di blocchi tra stati, può anche favorire la nascita di un vero e proprio mondo multipolare, in cui nessuno venga tagliato fuori dalla formazione delle decisioni, e nessuno subisca, più o meno passivamente, le decisioni o i veti delle grandi potenze, come probabilmente potrà succedere, e forse già succede, in un mondo dominato economicamente e politicamente da due superpotenze come USA e Cina.

La caratteristica più importante della nuova ondata di regionalismo deve essere, quindi, il possedere sia l’obiettivo di ampliare il proprio raggio di cooperazione al fine di cercare di risolvere possibili problematiche e su più fronti, sia di utilizzare la carta regionale nel gioco della politica internazionale, sfruttando le potenzialità e le specificità regionali. Proprio per questa esigenza è assolutamente necessario intraprendere la strada dell’unione politica, perché la linea di divisione tra regionalismo economico e politico diventa sempre più difficile da tracciare. Se è importante cooperare geograficamente, è ancora più importante esaminare le interrelazioni tra questioni politiche, economiche e di sicurezza.

E’ altamente improbabile, per non dire impossibile, che le sfide che oggi pone la globalizzazione possano essere risolte dai singoli stati, portatori di istanze egoistiche e troppo eterogenee. E’ arrivato il momento in cui questi mostrino maggiore coraggio e ambizione, abbandonino cioè certe loro prerogative in nome di sintesi culturali più aggreganti. Questo processo potrebbe finalmente incanalare lo sviluppo economico sulla via della sostenibilità, necessità oggi sostanzialmente ignorata e resasi sempre più urgente: uno sviluppo economico compatibile cioè con l’equità sociale, in un’ottica sia intragenerazionale che intergenerazionale, e con gli ecosistemi, dando inizio ad una nuova fase virtuosa della globalizzazione, quella cioè della “globalizzazione sostenibile”.

30 ottobre, 2010 at 18:08

Tags: accordi libero scambio, ambiente, apec, asean, banca mondiale, blocchi, cina, cooperazione, crescita, crisi, crisi finanziaria, ecocompatibilità, equità sociale, europa, fmi, g-20, g-77, g-8, global governance, globalizzazione, integrazione, integrazione regionale, mercosur, mondo, multilateralismo, nafta, neoliberismo, onu, peacekeeping, problematiche, pvs, regionalismo, riforma, sco, sicurezza, sostenibilità, spazio sociale, stati, stiglitz, sviluppo, unione, unione africana, unione europea, unione federale, usa, wto
Postato in Economia, Politica, Società, Storia | 1 Commento »

14 ott 2010

La fabbrica dei mostri

by Fiore

Centrale Elettronucleare Garigliano (CASERTA)

14 ottobre, 2010 at 4:15

Tags: ambiente, cancro, caserta, deformazioni, garigliano, inquinamento, malformazioni, nucleare, radioazioni, sessa aurunca
Postato in Cronaca, Salute, Scienze, Società | No Commenti »

14 ott 2010

Da che pulpito…

by Fiore

Pisanu (PDL): “Alle ultime amministrative liste gremite di gente indegna”.

14 ottobre, 2010 at 3:52

Tags: amministrative, corruzione, elezioni, infiltrazione, ipocrisia, liste, mafia, pdl, pisanu, prefetto
Postato in Cronaca, Politica, Satira, Società | No Commenti »

13 ott 2010

(Ri)Mandato di arresto

by Fiore

“Il gip in tutte le sue pronuncie ha legato la pericolosità sociale del Cosentino soprattutto alla sua attività politica espletata sin dal 1990, agli appoggi ricevuti dal clan per consolidare la stessa nonchè al suo radicamento sul territorio: cioè dati oggettivi che prescindono dalla qualità di parlamentare”.

Così ieri il Tribunale del Riesame di Napoli conferma la richiesta di arresto per Nicola Cosentino che ad oggi rimane Coordinatore Regionale del PDL in Campania alla vigilia delle elezioni al Comune di Napoli.

13 ottobre, 2010 at 17:50

Tags: arresto, associazione mafiosa, camorra, campania, cosentino, napoli, parlamento, pdl, riesame, tribunale
Postato in Cronaca, Politica, Società | No Commenti »

« Post precedenti
  • Articoli recenti

    • Pasqua… che “passione”!
    • Queen of Bulsara
    • Mameli – 150 anni dopo
    • Mi cachet le braccia.
    • Pensieri al volante.
  • Meta

    • Registrati
    • Collegati
    • Voce RSS
    • RSS dei commenti
    • WordPress.org
  • ambiente berlusconi calcio campania cina comunismo crisi democrazia destra Economia elezioni escort europa fini globalizzazione guerra informazione integrazione italia lavoro liberismo mafia mercato mondiali multinazionali napoli nucleare obama onu pd pdl puglia pvs sel silvio sinistra sinistra ecologia libertà socialismo sviluppo tv ue usa vendola verdi wto

    WP Cumulus Flash tag cloud by Roy Tanck and Luke Morton requires Flash Player 9 or better.

The Next Whiskey Bar

Promote Your Page Too
The next whiskey bar is proudly powered by WordPress
Design & code by Jonk
Entries (RSS) and Comments (RSS).