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Archivio per ‘Storia’

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18 dic 2010

L’inarrestabile proliferare del regionalismo

by Fiore

La nascita di un numero crescente di organizzazioni internazionali è una caratteristica tipica della storia successiva alla Seconda guerra mondiale. La ricostruzione delle relazioni internazionali fu fortemente segnata da alcuni fattori storici e politici che favorirono l’ideale di un sistema regolato da istituzioni al di sopra dei singoli stati nazionali. L’esperienza tragica del ventennio 1925-1945 fu imputata soprattutto alla mancanza di una chiara comprensione dei fenomeni di interdipendenza tra i paesi, e alla mancanza di sedi e strumenti adeguati per superare i conflitti d’interesse attraverso politiche di cooperazione.

Uno dei presupposti di questa “svolta” è stato l’emergere di valori fondamentali comuni e la diffusione di regole di agire politico basate sui principi della democrazia: la rinuncia di ciascuno stato alla gestione autonoma delle materie demandate agli organismi internazionali ha come corollario il principio che, rispetto agli stessi organismi, anche tutti gli altri stati rappresentati si astengano dal prendere decisioni separate.

In quest’ambito, «una delle caratteristiche principali del quadro economico internazionale odierno è costituito dalla presenza concomitante di esperienze di liberalizzazione degli scambi tra paesi a molteplici livelli, e segnatamente a livello globale, da un lato, e a livello regionale dall’altro. Accade così che un paese si trovi al contempo a partecipare a forme di integrazione economica internazionale differenziate, talvolta fra loro sovrapposte» (PRAUSSELLO, 2006).

Nel complesso, la tendenza di lungo periodo alla liberalizzazione degli scambi a livello mondiale associata alla globalizzazione sembra coesistere con l’aumento delle esperienze di liberalizzazione a livello regionale, in forma di accordi commerciali preferenziali, o di accordi di integrazione regionale (PRAUSSELLO, 2006).

Comunque, «il regionalismo, inteso come la tendenza di un certo numero di paesi a liberalizzare parzialmente o totalmente il commercio tra di loro ha una storia relativamente lunga» (GRILLI e SASSOON, 1997). Il regionalismo, infatti, ha continuato ad espandersi dopo la Seconda guerra mondiale nonostante l’emergere di un sistema di relazioni commerciali ordinato su base multilaterale e sulla base di principi guida quali la non discriminazione e la reciprocità, incastonati nell’Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT) entrato in vigore nel 1947. Si pensi che nel 1994 (anno di fondazione dell’OMC) quasi tutti i 115 paesi allora membri del GATT erano al tempo stesso membri di almeno un accordo commerciale preferenziale avente base regionale (GRILLI e SASSOON, 1997).

La tendenza al regionalismo nelle relazioni commerciali non è stata però uniforme nel tempo. Iniziato su larga scala in Europa occidentale con la costituzione della Comunità Economica Europea (CEE) nel 1957, un’unione doganale che aveva come obiettivo finale la creazione di un mercato comune tra i paesi membri, il regionalismo ha avuto seguito nella stessa regione con la creazione dell’Area di Libero Scambio Europea (EFTA) tra un altro gruppo di paesi europeo occidentali nel 1960. Esso poi si è diffuso rapidamente anche ai PVS, prima in America Latina, poi in Medio Oriente e Africa. L’Asia, invece, rimase relativamente immune da queste influenze e nessuna tendenza verso l’integrazione regionale è emersa in questo periodo: infatti, i paesi asiatici fino alla prima metà degli anni ’60 rimasero o orientati verso l’interno e relativamente chiusi (come Cina e India), o adottarono strategie di crescita basate sulle esportazioni su scala mondiale (come i paesi del Sud-Est asiatico), badando soprattutto ai mercati dei paesi industrializzati (GRILLI e SASSOON, 1997).

Quindi, «il regionalismo nella sua prima fase è stato di tipo Nord-Nord o di tipo Sud-Sud, e concentrato su obiettivi prettamente commerciali. In pratica solo i paesi CEE iniziarono un vero e proprio processo di integrazione regionale avente scopi che andavano al di là della liberalizzazione commerciale tra i membri, cioè politici: quella di assicurare la pace e la coesione politica dell’Europa continentale, profondamente intaccate dalle due guerre mondiali e minacciate negli anni ’50 dall’URSS. C’è stato forse anche un impulso culturale mirante alla conservazione dell’identità europea in un periodo in cui il vecchio continente stava perdendo la sua supremazia economica e politica nel mondo» (GRILLI e SASSOON, 1997).

«Le  motivazioni che invece sono state alla base degli accordi regionali sul commercio raggiunti nel tempo tra PVS sono state più di tipo economico che politico: erano spinti cioè da un forte desiderio di svilupparsi velocemente, ed entusiasmati dalle prospettive di strategie di industrializzazione basata sulla sostituzione delle importazioni con produzione domestica. Ma i PVS avevano un altro chiaro obiettivo da perseguire con il regionalismo: aumentare il loro potere contrattuale (e le ragioni di scambio) di gruppo nei confronti dei paesi industrializzati» (GRILLI e SASSOON, 1997).

Questa, che possiamo chiamare la prima fase del regionalismo, terminò nei primi anni ’70. Al di fuori dell’Europa il regionalismo venne prima a perdere slancio e successivamente ad arenarsi, nessuno di questi accordi aveva sensibilmente contribuito allo sviluppo (IAPADRE e MASTRONARDI, 2007). In Europa, invece, non solo si verificò una prima espansione della CEE nel 1975, ma continuò anche il processo di trasformazione dell’unione doganale in mercato comune a livello europeo. In altre parti del mondo, tuttavia, il regionalismo rimase virtualmente inesistente a livello di politica economica generale o commerciale. I paesi chiave dell’area nordamericana e asiatica, USA e Giappone, continuarono infatti a mostrare una forte inclinazione verso relazioni commerciali a tutto campo, ossia a dimensione globale (GRILLI e SASSOON, 1997).

Il secondo fiorire del regionalismo si è manifestato piuttosto rapidamente, ed inaspettatamente, nella seconda metà degli anni ’80, sempre tra i paesi industrializzati, ma stavolta nel Nord America. Prima ci fu la creazione dell’Area di libero scambio USA-Canada nel 1988 e successivamente, nel 1992, l’Associazione di Libero Scambio del Nord America (NAFTA) tra USA, Canada e Messico. Poi il processo è continuato nel sud dell’emisfero occidentale dove sono sorti l’Area di libero scambio Argentina-Brasile nel 1990 e il Mercato Comune del Cono Sud (MERCOSUR) tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay nel 1991, è stato ripristinato il Patto Andino nel 1990 e rinnovato il Mercato Comune Centro Americano nel 1990. Importanti manifestazioni di questa rinascita ci sono state anche nel Nord Africa con la costituzione nel 1969 dell’Unione del Maghreb Arabo (UMA), e nella regione asiatica del Pacifico, area fino ad allora non toccata da iniziative di integrazione preferenziale, dove sono sorti improvvisamente numerosi progetti per accordi economici e commerciali di vario raggio, come la Comunità Economica dell’Asia dell’Est (EAEC) (GRILLI e SASSOON, 1997).

La seconda fase del regionalismo è stata così caratterizzata sia dall’esplosione del fenomeno dall’Europa al Nord America e a parti importanti dell’Asia, che dalla tendenza a formare su base regionale gruppi commerciali comprendenti sia paesi industrializzati che PVS (GRILLI e SASSOON, 1997). «Il regionalismo si inserisce prepotentemente nelle strategie commerciali, diventando un elemento costitutivo del processo di apertura degli scambi. Inoltre, l’integrazione, sull’esempio dei successi europei, tende ad approfondirsi sempre di più, anche con la rivisitazione di vecchi accordi» (IAPADRE e MASTRONARDI, 2007).

«Gli accordi regionali degli ultimi anni, oltre ad essere di tipo Nord-Sud e ad assomigliare ad una nuova ondata a causa del loro numero e della loro rapida successione, sembrano anche essere nati per motivi differenti rispetto a quelli degli accordi che li hanno preceduti. […] Di fatto, si può notare come in aggiunta al commercio di beni, molti dei nuovi accordi regionali siano stati estesi a quello dei servizi, al trattamento degli investimenti, come pure agli standard ambientali, obiettivi questi mancanti nella maggior parte dei vecchi accordi, tutti o quasi incentrati sulla liberalizzazione del commercio tra membri» (GRILLI e SASSOON, 1997).

La ricerca di spiegazioni non tradizionali per questo nuovo fiorire di accordi regionali ha fatto pensare a taluni che questi potessero essere stati concepiti come progetti di default (il cosiddetto “regionalismo difensivo”), da realizzare in caso di fallimento del GATT (come nel caso del NAFTA), oppure come tentativi di ottenere vantaggi nelle ragioni di scambio derivanti dall’uso strategico della forza di gruppo, o infine come un altro modo per assicurarsi l’accesso a mercati geograficamente prossimi, e quantitativamente dominanti, minacciato dall’aumento nelle discriminazioni non tariffarie effettuate dai paesi o gruppi di paesi che li costituivano (tendenza prevalente tra i paesi piccoli) (GRILLI e SASSOON, 1997).

Oggi, seppur con continue, ma di varia natura, battute di arresto, «il regionalismo è diventato una tendenza chiave nelle relazioni commerciali tra stati. […] E sembra essere di nuovo in ascesa» (GRILLI e SASSOON, 1997). Le organizzazioni internazionali regionali rappresentano oggi il terreno dove si strutturano concretamente i processi della globalizzazione, a conferma del carattere frammentato dell’attuale sistema-mondo. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad una loro fortissima crescita: si pensi che nei soli anni 2005 e 2006 sono stati ratificati ben 55 accordi, questa tendenza alla forte crescita è motivata anche dal lungo stallo in cui versano i negoziati in sede OMC dal 1999. A causa proprio di ciò si parla oggi di “proliferazione degli accordi regionali” (quest’aumento è ancor più marcato per gli accordi di tipo Nord-Sud e Sud-Sud), anche se la tendenza odierna è guidata sempre più da strategie politiche o considerazioni economiche non legate più a dinamiche regionali (Fig.1).

Figura n. 1 – Numero di accordi di integrazione regionale notificati al GATT-OMC cumulativamente dal 1950 al 2009 (Fonte: OMC, 2010).

Inoltre, va detto che oggi gli accordi hanno contenuti diversi, cioè, ad esempio, alcuni prevedono la liberalizzazione del commercio dei beni ed altri quella dei servizi, e la stragrande maggioranza, circa l’84%, sono Accordi di Libero Scambio (Fig.2), cioè hanno un livello di integrazione basso in modo da rispondere all’esigenza dei paesi di conservare la propria autonomia commerciale e politica, inoltre molto spesso hanno natura bilaterale e sono accordi relativamente veloci da concludere e rispondono a mere esigenze di accesso a nuovi mercati strategici. Tutto l’opposto accade nel caso delle Unioni Doganali, molto meno diffuse, dove molto spesso c’è un progetto che va al di là della conclusione di un semplice accordo commerciale ma riflette la volontà di integrazione politica tra paesi geograficamente confinanti, ed infatti prevede la perdita dell’autonomia dei paesi membri nel gestire la propria politica commerciale, da ciò ne deriva una maggiore complessità nella negoziazione.

Figura n. 2 – Tipologia di accordi regionali in vigore nel 2006: Aree di Libero Scambio (in blu), Unioni Doganali (in rosso), e Accordi di Commercio Preferenziale (in verde) (Fonte: OMC, 2008).

NOTE:

GRILLI E. e SASOON E. (1997), Regionalismo e multilateralismo negli scambi mondiali, Il mulino, Bologna

IAPADRE L. e MASTRONARDI G. (2007), Lezioni di economia dell’integrazione europea, Università degli studi dell’Aquila, L’Aquila

PRAUSSELLO F. (2006), Rapporti fra multilateralismo e regionalismo economico, AUSE, Pavia

18 dicembre, 2010 at 15:44

Tags: accordi, area di libero scambio, asia, cee, eaec, efta, europa, fta, gatt, globalizzazione, integrazione, integrazione regionale, liberalizzazione, liberismo, mercosur, multilateralismo, natfa, omc, organizzazioni internazionali, pvs, regionalismo, rta, sviluppo, ue, uma, unione doganale, usa, wto
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5 dic 2010

La Banca Mondiale: verso un cambiamento?

by Fiore

La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), più nota come Banca Mondiale, è un organismo internazionale dell’ONU, istituita nel 1945, insieme con il FMI, a seguito dell’entrata in vigore degli accordi della conferenza di Bretton Woods. Ad oggi ha 184 paesi membri e condizione irrinunciabile per l’adesione è l’appartenenza al FMI, di cui essa è un braccio operativo. Il suo scopo originario era quello di finanziare la ricostruzione e lo sviluppo nei paesi coinvolti nella Seconda guerra mondiale, ma successivamente lo scopo è stato allargato al finanziamento dei PVS tra gli stati membri, solitamente in cambio dell’adozione di politiche liberiste. Inoltre, anni dopo si è trasformata in un gruppo, infatti oggi è un insieme di quattro istituzioni finanziarie internazionali.

In base all’atto istitutivo, la BIRS favorisce la ricostruzione  lo sviluppo dei territori dei paesi membri facilitando l’investimento di capitale a scopi produttivi; promuove l’investimento privato estero, fornendo garanzie o partecipando a prestiti; integra l’investimento privato, erogando, a condizioni più favorevoli di quelle di mercato, risorse finanziarie da destinare a scopi produttivi. Il funzionamento della banca è assicurato dai versamenti delle quote a carico dei paesi membri.

Attualmente le attività della BIRS sono focalizzate sul finanziamento di lungo termine dei paesi in via di sviluppo in campi quali l’educazione, l’agricoltura e l’industria, tramite garanzie ed assistenza tecnica volte ad implementare politiche di riduzione della povertà. La BIRS chiede in contropartita, ai paesi beneficiari, l’attuazione di misure politiche tese, oltre che alla limitazione della corruzione ed al consolidamento della democrazia, alla crescita economica in termini di PIL e all’apertura di canali commerciali stabili con l’estero. Inoltre, la Banca Mondiale si è adoperata affinchè buona parte del suo personale viva stabilmente nel paese che sta cercando di aiutare, a differenza del FMI che ha di solito un solo rappresentante residente i cui poteri sono limitati (STIGLITZ, 2002).

Gli obiettivi della BIRS hanno subito nel corsi degli anni un’evoluzione: essa ha, infatti, di recente messo l’accento sulla riduzione della povertà (con l’abbandono dell’obiettivo unico della crescita economica) favorendo inoltre la creazione di piccole imprese. Ha poi sostenuto l’idea che l’acqua potabile, l’educazione e lo sviluppo sostenibile siano tra i fattori essenziali per la crescita economica ed ha cominciato ad investire massivamente in progetti riguardanti tali temi. In risposta alle critiche rivoltele dalle ONG la BIRS ha adottato tutta una serie di politiche in favore della salvaguardia dell’ambiente ed in ambito sociale, mirando ad assicurarsi che i progetti finanziati non aggravassero la sorti delle popolazioni dei paesi aiutati. A dispetto di tali politiche la BIRS è spesso stata criticata dalle ONG per non aver lottato efficacemente contro la povertà e per aver trascurato gli aspetti sociali ed ambientali nei propri progetti.

Tecnicamente la BIRS è parte dell’ONU ma la struttura direzionale della Banca differisce da quella dell’ONU: ciascuna delle istituzioni facenti parte del gruppo ha, infatti, come “azionisti” i governi dei paesi membri dell’istituzione stessa, come sottoscrittori delle quote di capitale, i cui voti sono proporzionali alle quote azionarie possedute nell’istituzione. La partecipazione come paese membro assicura, infatti, un certo numero di diritti di voto uguali per tutti i paesi ma ulteriori diritti di voto vengono attribuiti in dipendenza dai contributi finanziari del paese membro all’organizzazione partecipata. Come risultato di tale suddivisione, la BIRS, come anche il FMI, sono controllati principalmente dai paesi occidentali tramite un diritto di veto di fatto, mentre i paesi dove tali istituzioni operano sono stati e sono quasi esclusivamente PVS. E i critici a tal proposito sostengono che una diversa struttura organizzativa potrebbe garantire una maggiore attenzione ai bisogni dei paesi beneficiari.

L’accusa rivolta alla BIRS è quella di essere uno strumento degli USA o dell’occidente in generale per imporre ai paesi beneficiari politiche economiche a supporto o ad esclusivo beneficio degli interessi occidentali. Effettivamente riforme di mercato in senso liberale come quelle sistematicamente sostenute dalla Banca si sono spesso dimostrate dannose allo sviluppo economico e all’ambiente  e, se corrette, troppo velocemente implementate ovvero attuate nell’ordine sbagliato in un contesto non adeguato (quale, appunto, quello di un’economia debole o non competitiva come spesso è il caso delle economie dei paesi in via di sviluppo nelle quali si concentrano le operazioni della Banca).

La BIRS viene poi criticata da coloro che si oppongono a quella che viene chiamata globalizzazione “neocoloniale”, sostenendo che gli interventi strutturali sull’economia operati dalla banca per favorire la liberalizzazione economica dei mercati ledono la sovranità nazionale in tali paesi, tendendo a sminuire il necessario ruolo dello stato nell’economia.

Un’ulteriore critica è, infatti, quella che la BIRS basi le proprie politiche essenzialmente sul principio del neoliberismo che postula che il libero mercato, lasciato a se stesso, trovi il proprio equilibrio naturale, apportando ricchezza e prosperità alle nazioni che praticano la libera concorrenza. In quest’ottica le riforme di stampo neoliberista non sempre sono proficuamente attuabili in nazioni nelle quali vi sono conflitti o che abbiano sperimentato lunghi periodi di oppressione e che quindi non abbiano un sistema politico democratico e sufficientemente stabile. In questo caso il timore espresso da chi non vede di buon occhio questo tipo di globalizzazione è quello che le politiche messe in atto dalla BIRS favoriscano l’insediamento di imprese straniere a scapito dell’economia locale.

Di contro, infine, i fautori dell’economia liberista criticano l’esistenza stessa di tale organismo, un organismo che, secondo tale posizione, costa caro ai contribuenti senza, però, portare a risultati certi; un organismo di stampo puramente politico che rappresenta la negazione della capacità intrinseca del mercato di autoregolarsi.

Gli interventi strutturali della Banca Mondiale e dei singoli stati per ridurre la povertà dovrebbero essere rafforzati senza subordinarli a condizioni astratte imposte dall’esterno che non tengono conto delle peculiarità istituzionali e culturali locali e trascurano la necessaria partecipazione attiva della popolazione residente (VERCELLI e BORGHESI, 2008). In tal senso bisognerebbe passare dalla “condizionalità” alla “selettività”, aiutando i paesi che si dimostrano affidabili a scegliere autonomamente le strategie di sviluppo che preferiscono. Anche se è strettamente necessario anche che i PVS si dotino di governi efficaci, caratterizzati da poteri giudiziari forti ed indipendenti, e pronti  rispondere democraticamente del loro operato, svincolandosi da una soffocante corruzione che troppo spesso li compromette (STIGLITZ, 2002). Infatti, proprio studi della BIRS mostrano che gli aiuti allo sviluppo sono inefficaci nel ridurre la povertà in paesi che non migliorano le proprie politiche, e lo stesso vale per altre forme di finanziamento (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). Inoltre, una riforma della Banca Mondiale dovrebbe andare, tra le altre cose, nella direzione di svincolare l’erogazione degli aiuti allo sviluppo dai capricci delle politiche nazionali dei paesi industrializzati (STIGLITZ, 2002). «La BIRS dovrebbe concentrarsi sulla produzione di beni pubblici globali, quali la ricerca di trattamenti adeguati per le malattie, la protezione delle risorse ambientali, programmi per l’agricoltura, lo sviluppo delle competenze di gestione e regolamentazione e le infrastrutture trasfontaliere, ed inoltre, agire come centro di assistenza tecnica per le banche di sviluppo dei PVS. Inoltre, invece che prestiti, la BIRS dovrebbe limitarsi ad offrire sovvenzioni ai PVS che non hanno accesso ai mercati dei capitali privati» (BONAGLIA e GLODSTEIN, 2008).

In generale, comunque, il modo migliore per far sì che le istituzioni economiche internazionali siano più sensibili alle esigenze dei poveri, all’ambiente e alle tematiche politiche e sociali di interesse generale è quello di operare con una maggiore trasparenza. Essa è ancora più importante in istituzioni pubbliche come il FMI, la BIRS e l’OMC perché i loro leader non sono eletti dai cittadini. Se le delibere fossero pubbliche, i giudizi e le pressioni più tempestive dell’opinione pubblica potrebbero forse sensibilizzare queste persone nei confronti di certe tematiche d’interesse generale, oppure forzare i tempi di una riforma del processo di giudizio. La segretezza, infatti, garantisce ai funzionari di governo quella discrezione su cui non dovrebbero contare per curare tutta una serie di interessi particolari e coprire errori (STIGLITZ, 2002).

Su questo piano dal 1993 la BIRS, sotto la spinta dei movimenti no global e di gruppi digressione, si è dotata di un Control Panel per attivare delle procedure di controllo della trasparenza e per la verifica di eventuali violazioni delle regole relative alla concessione di crediti e prestiti. Quest’organo può essere attivato, su richiesta di più persone vittime della presunta violazione.

NOTE:

BONAGLIA F. e GOLDSTEIN A. (2008),Globalizzazione e sviluppo: due concetti inconciliabili? Quattro luoghi comuni da sfatare, Il Mulino, Bologna

STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino

VERCELLI A. e BORGHESI S. (2008), Global sustainability: social and enviromental conditions, Palgrave Macmillan, New York

5 dicembre, 2010 at 17:47

Tags: aiuti, ambiente, banca mondiale, birs, capitali, corruzione, deregulation, finanza, fmi, globalizzazione, investimenti, liberalizzazione, liberismo, mercato, neocolonialismo, no global, occidente, ong, povertà, pvs, ricostruzione, sviluppo, trasparenza, usa, veto, wto
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1 dic 2010

Il FMI: l’”Aiuti s.p.a.”

by Fiore

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è, insieme alla Banca Mondiale, un’organizzazione parte delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione. Nato nel 1946, si configura anche come Istituto specializzato delle Nazioni Unite, e ad oggi conta 186 stati membri.

Secondo l’Accordo Istitutivo gli scopi del FMI sono: promuovere la cooperazione monetaria internazionale; facilitare l’espansione del commercio internazionale; promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive; dare fiducia agli stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti. Ed in particolare dovrebbe regolare la convivenza economica e favorire lo sviluppo del sud del mondo. Il FMI si basa sulla convinzione che per raggiungere la stabilità economica fosse necessaria un’azione collettiva a livello globale, così come l’ONU era stato fondato sul presupposto che occorresse un’azione collettiva a livello globale per garantire la stabilità politica (STIGLITZ, 2002).

Il FMI dispone di un capitale messo a disposizione ei suoi membri e il voto all’interno dei suoi organi è ponderato a seconda della quota detenuta. Questo fa sì che, considerato che per prendere le decisioni più importanti sono necessarie maggioranze molto alte (i due terzi o i tre quarti dei voti) gli USA e il gruppo di principali paesi dell’UE si trovano ad avere di fatto un potere di veto. Ciò è vero specialmente nel Consiglio Esecutivo, organo più importante del Fondo, dove tra l’altro sono membri permanenti i cinque stati che detengono la quota maggiore (USA, Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna) (vedi Tabella).

Membro del FMI Quota Percentuale quota Voti Percentuale voti
USA 37149,3 17,09 371743 16,79
Giappone 13312,8 6,13 133378 6,02
Germania 13008,2 5,99 130332 5,88
Francia 10738,5 4,94 107635 4,86
Gran Bretagna 10738,5 4,94 107635 4,86
Cina 8090,1 3,72 81151 3,66
Italia 7055,5 3,25 70805 3,20
Arabia Suadita 6985,5 3,21 70105 3,17
Canada 6369,2 2,93 63942 2,89
Russia 5945,4 2,74 59704 2,70
Paesi Bassi 5162,4 2,38 51874 2,34
Belgio 4605,2 2,12 46302 2,09
India 4158,2 1,91 41832 1,89
Svizzera 3458,5 1,59 34835 1,57
Australia 3236,4 1,49 32614 1,47
Messico 3152,8 1,45 31778 1,43
Spagna 3048,9 1,4 30739 1,39
Brasile 3036,1 1,4 30611 1,38
Corea del Sud 2927,3 1,35 29523 1,33
Venezuela 2659,1 1,22 26841 1,21
Svezia 2395,5 1,1 24205 1,09
altri 165 stati 60081,4 29,14 637067 28,78

Tabella – Quote (in milioni di DPS, diritti speciali di prelievo) e voti nel FMI (Fonte: FMI, 2010).

Originariamente le istituzioni di Bretton Woods erano state pensate per creare un sistema di coordinamento e controllo delle politiche economiche degli stati a livello internazionale che evitasse il ripetersi di disastrose crisi economiche. Con l’abbandono del gold standard[1], però, nel 1971 si è avuto un ripensamento del ruolo del FMI, che oggi si occupa per lo più di concedere prestiti agli stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti.

Inoltre, il FMI svolge un ruolo ben preciso in materia di aiuti internazionali. Deve infatti analizzare la situazione macroeconomica del paese destinatario e verificare che non viva al di sopra dei propri mezzi (STIGLITZ, 2002). Il FMI si occupa anche della ristrutturazione del debito estero dei paesi del Terzo Mondo, ai quali di solito impone dei piani di aggiustamento strutturale come condizione per ottenere prestiti o condizioni più favorevoli per il rimborso del debito che costituiscono l’aspetto più controverso della sua attività. Questi piani sono infatti modellati su una visione neoliberista dell’economia e sulla convinzione che il libero mercato sia la soluzione migliore per lo sviluppo economico di questi paesi. Tra i punti principali essi di solito comprendono la svalutazione della moneta nazionale, la riduzione del deficit di bilancio da conseguire con forti tagli alle spese pubbliche e aumento delle imposte, e l’eliminazione di qualsiasi forma di controllo dei prezzi.

Il FMI, infatti, è fortemente criticato dal movimento no global e da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere un’istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l’interesse generale. Stiglitz, poi, arriva ad affermare che «il FMI ha fallito la propria missione. […] Non ha fatto ciò che doveva fare, cioè fornire ai paesi afflitti da una contrazione economica fondi per consentirne la ripresa e aiutarli nel tentativo di avvicinarsi alla piena occupazione. […] Nonostante gli sforzi del FMI, le crisi nel mondo sono sempre più frequenti e più gravi. […] Molte delle politiche sostenute dal FMI, in particolare la liberalizzazione prematura dei mercati finanziari, hanno contribuito all’instabilità globale. […] Il FMI ha commesso errori in tutti i campi in cui ha operato: sviluppo, gestione delle crisi e transizione delle economie nazionali dal comunismo al capitalismo» (STIGLITZ, 2002).

In particolare, il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi “occidentali”, è considerato da molti iniquo e non democratico, e il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità selle loro politiche economiche. Stiglitz, in particolare, accusa il FMI di aver imposto a tutti i paesi una ”ricetta” standardizzata, basata su una teoria economica semplicistica, che ha aggravato le difficoltà economiche anziché alleviarle. Egli fornisce una serie dettagliata di esempi, come la crisi finanziaria asiatica e la transizione dall’economia pianificata al capitalismo in Russia e nei paesi ex-comunisti dell’Europa orientale: i prestiti del FMI in questi paesi sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le proprie economie. Inoltre, il FMI ha appoggiato nei paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche dei politici corrotti e uomini d’affari disonesti. Stiglitz afferma che i risultati migliori in materia di transizione sono stati conseguiti proprio da quei paesi, come la Polonia e la Cina, che non hanno seguito le indicazioni del FMI, mentre in Asia il modello economico che ha permesso un massiccia crescita dell’economia in molti paesi si basa su un forte intervento statale, anziché sulle privatizzazioni (STIGLITZ, 2002).

Bisogna poi ricordare che il FMI è un’istituzione pubblica, finanziata dai contribuenti di tutto il mondo. Ma di fatto questo organismo non risponde direttamente né ai cittadini che lo finanziano né alla persone coinvolte dalle sue politiche, bensì ai ministeri delle Finanze e alle banche centrali dei vari governi, i quali esercitano il loro controllo attraverso un complicato sistema di votazione basato principalmente su quello che era il potere economico dei diversi paesi alla fine della Seconda guerra mondiale. Inoltre, sia il FMI che la Banca Mondiale, secondo Stiglitz, sono guidati dalla volontà collegiale del G-8, in particolar modo dai ministri delle Finanze e del Tesoro e, molto spesso, l’ultima cosa che vogliono è un dibattito vivace e democratico su possibili strategie alternative (STIGLITZ, 2002).

Inoltre, «poiché gran parte delle decisioni vengono prese a porte chiuse, il FMI ha prestato il fianco a molte critiche, facendo sospettare che la politica dei potenti, gli interessi particolari o altre ragioni occulte, che nulla hanno a che fare con il suo mandato e i suoi obiettivi dichiarati, ne influenzino la condotta e le politiche istituzionali. […] Oggi, malgrado si parli molto di apertura e trasparenza, il FMI continua a non riconoscere formalmente ai cittadini il diritto fondamentale di sapere cosa stia facendo questa istituzione internazionale pubblica» (STIGLITZ, 2002).

Oggi il FMI è diventato protagonista dominante dell’economia mondiale. Sono tenuti a seguire i suoi dettami economici, dettami che riflettono le loro ideologie e teorie neoliberiste, non soltanto i paesi che ne chiedono l’aiuto, ma anche quelli che ne cercano l’approvazione formale per poter accedere più facilmente ai mercati finanziari internazionali. «Il FMI riteneva che i paesi a cui inviava denaro fossero obbligati a riferire tutto ciò che poteva avere attinenza con esso; non farlo significava vedersi sospendere il programma, a prescindere dal fatto che l’azione compiuta fosse ragionevole oppure no» (STIGLITZ, 2002).

Insomma, «l’orientamento keynesiano del FMI, che sottolineava i fallimenti del mercato e il ruolo dei governi nella creazione di posti di lavoro, è stato sostituito dal ritornello del libero mercato negli anni ’80, nel contesto di un nuovo Washington Consensus, vale a dire un’identità di vedute tra l’FMI, la Banca Mondiale e il Tesoro degli USA circa le politiche “giuste” per i PVS, che ha segnato un approccio totalmente diverso allo sviluppo economico e alla stabilizzazione. […] Approccio rivelatosi totalmente inadeguato per le nazioni che si trovavano in una fase iniziale di sviluppo o della transizione. […] La liberalizzazione spesso non è stata seguita dalla crescita promessa, ma da una miseria ancora più terribile. […] Ciò perché, spesso, quando le istituzioni finanziarie globali entrano in un paese, possono letteralmente stroncare la concorrenza nazionale» (STIGLITZ, 2002).

Ai paesi vengono imposti obiettivi rigidi, dove in certi casi stabilivano addirittura quali leggi il parlamento nazionale dovesse approvare e in quanto tempo. Tale criterio è detto della “condizionalità”, ed è fortemente dibattuto nei PVS perché spesso il prestito si trasforma, in questo modo, in uno strumento politico, aumentando il risentimento di questi paesi verso il Fondo (STIGLITZ, 2002).

«Oggi, il FMI ha perso molta della sua credibilità, non soltanto nei PVS, ma anche presso la sua amatissima comunità finanziaria. Se fosse stato più onesto, più schietto e più modesto, si troverebbe sicuramente in un posizione più favorevole» (STIGLITZ, 2002).


[1] Sistema monetario nel quale la base monetaria è data da una quantità fissata d’oro. Fu adottato in seguito agli accordi di Bretton Woods del 1944, i quali durarono fino al 1971, quando gli USA abolirono la convertibilità del dollaro in oro, decretando la nascita di un sistema fluttuante.

NOTE:

STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino

1 dicembre, 2010 at 11:49

Tags: aiuti, banca mondiale, condizionalità, crisi, finanza, fmi, fondo, fondo monetario, globalizzazione, intarnazionale, liberismo, libero mercato, mercato, mondo, neoliberismo, organizzazioni, pvs, quote, stiglitz, sviluppo, usa, veto, washington consensus
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24 nov 2010

Un miraggio chiamato ONU

by Fiore

L’ONU affonda le sue radici nella Seconda guerra mondiale. Il proposito di costruire una nuova organizzazione di sicurezza collettiva, al posto della fallita Società delle Nazioni, era già menzionato nella Carta atlantica firmata da Roosevelt e Churchill nel 1941 e divenne un impegno comune degli alleati con la Dichiarazione delle Nazioni Unite (1 gennaio 1942). Il progetto mirava a creare un organismo che alla dimensione democratica (rappresentativa di tutti i paesi, a partire dai vincitori della guerra) affiancasse una sorta di direttorio delle maggiori potenze. Lo statuto dell’ONU fu elaborato e sottoscritto dai rappresentanti di 50 stati fondatori alla Conferenza delle Nazioni Unite a San Francisco nel 1945: il successivo 24 ottobre, data di entrata in vigore dello statuto, divenne la data ufficiale di nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Le adesioni vennero progressivamente allargate ai “paesi sconfitti” e “democratizzati”, fino oggi a comprendere 192 stati membri.

L’ONU è un’associazione di stati sovrani, fondata sul principio dell’eguaglianza di tutti i suoi membri, i cui principali obiettivi sono mantenere la pace e la sicurezza internazionale e promuovere il progresso socioculturale, i diritti umani e la cooperazione, incoraggiando la soluzione dei problemi politici ed economici e lo sviluppo di relazioni amichevoli fra le nazioni. Gli stati aderenti devono agire in conformità ai seguenti principi: risolvere con mezzi pacifici le controversie internazionali, in modo che non vengano messe in pericolo la pace e la sicurezza mondiali; astenersi dall’uso e dalla minaccia della forza nelle relazioni con gli altri paesi; assistere l’organizzazione in tutte le azioni intraprese e astenersi dal dare assistenza a qualsiasi stato contro cui l’ONU intraprenda un’azione preventiva o coercitiva.

La prospettiva ideologica da cui è nata l’ONU è essenzialmente democratico-liberale, di affermazione e tutela delle libertà individuali e di gruppo, di emancipazione dell’umanità dalla soggezione alla forza e dal bisogno, di organizzazione dei rapporti internazionali in termini di collaborazione e non di sopraffazione reciproca. Questi principi, resi espliciti dalla Carta fondamentale dell’ONU e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’Assemblea nel 1948, hanno trovato un’applicazione contraddittoria, dal momento che dell’associazione fanno parte numerosi stati che formalmente si sono impegnati a rispettarli al proprio interno, ma che, di fatto, si comportano in termini antitetici, senza che (salvo poche eccezioni) l’Organizzazione abbia provveduto a chiederne loro conto, assumendo i conseguenti provvedimenti (fino all’espulsione, pur prevista nella carta).

Negli anni della divisione del mondo in due blocchi, il potere di veto delle due superpotenze (USA e URSS) rese inoperanti molte deliberazioni dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza. La fine della Guerra fredda e il prospettato avvento di un “mondo unico” sembrò aprire all’ONU una stagione di maggior protagonismo, confermato dal deciso aumento, negli anni successivi, del numero delle missioni dei “caschi blu” per operazioni di interposizione e di mantenimento della pace. Le questioni aperte risultarono tuttavia innumerevoli e difficilmente risolvibili sia a causa delle difficoltà incontrate nel definire i contenuti politici di operazioni di ripristino del diritto violato, di salvaguardia umanitaria e di mantenimento della pace.

La travagliatissima preparazione e gestione degli interventi militari in Afghanistan (2001) e Iraq (2003), insieme alla contestuale adozione da parte statunitense della dottrina dell’”intervento preventivo” (che declina in chiave esclusivamente militare il concetto di mantenimento e rafforzamento della pace e della sicurezza), ma anche il fallimento di suoi programmi (come l’”oil for food” in Iraq) e relativi sistemi di controllo, ha reso palese lo stato di stallo e inadeguatezza in cui versa a tutt’oggi l’istituzione, impegnata in un difficile processo di ridefinizione dei propri scopi, strutture e modalità operative. Infatti, oggi le divergenze tra i membri del Consiglio di Sicurezza, specie tra quelli permanenti, spesso impediscono all’ONU di adottare misure incisive o, peggio, la costringono a rimanere passiva. Il rischio costante è che nell’adottare decisioni anche di importanza fondamentale, il Consiglio si lasci guidare più dalle convenienze politiche dei suoi membri, e in particolare di quelli permanenti con diritto di veto, che da principi oggettivi e universalmente validi.

A tal proposito, si pone la difficoltà di definire in termini ampiamente condivisibili il processo di mantenimento e rafforzamento della pace in chiave non esclusivamente militare: un tema che investe direttamente il riequilibrio gerarchico tra i diversi organi e agenzie dell’ONU, oggi fortemente squilibrato verso il Consiglio di sicurezza, organo ristretto deputato alla gestione dell’uso della forza. Contenziosi ormai decennali riguardano infine i meccanismi di voto e quelli di finanziamento, tra spese (e sprechi) crescenti e difficoltà di ottenere le quote dovute dai singoli stati membri (a partire dalle grandi potenze).

Costante è poi stata in questi anni, specialmente da parte degli USA, la polemica contro la Commissione per i Diritti Umani. Secondo gli USA è inaccettabile che anch’essa, deviando dai suoi compiti originari, si sia trasformata in un’arena di dibattito politico invece di dedicarsi ad un serio monitoraggio della situazione dei diritti umani nei vari paesi, ed anche che più di un terzo degli stati che vi sono rappresentati violino sistematicamente i diritti umani (come Libia e Sudan).

In questo quadro, l’ONU appare sempre più come la realtà residuale di un prospettiva destinata (in mancanza di un’efficace e sostanziale ridefinizione istituzionale e politica) ad assumere il valore di un puro riferimento ideale.

L’ONU, comunque, al suo interno ha anche vari organismi ausiliari per facilitare l’attuazione dei suoi molteplici scopi: si tratta di programmi, commissioni, fondi e conferenze permanenti istituiti e diretti dall’Assemblea generale, che promuovono il progresso economico e sociale in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il più grande organismo mondiale di assistenza multilaterale è l’UNDP (United Nations Development Programme), fondato nel 1965 dopo che numerosi paesi ex coloniali avevano conquistato l’indipendenza. Svolge la sua attività nei paesi in via di sviluppo per aiutarli a migliorare le loro capacità produttive, mettendo a disposizione assistenza tecnica avanzata e personale qualificato. Sempre col fine di accelerare la crescita economica e sociale degli stati del Terzo Mondo, dal 1964 opera l’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) che promuove le relazioni commerciali tra i paesi più poveri e quelli industrializzati. Analogamente, il WFC (World Food Council) e il WFP (World Food Programme) stimolano l’adozione di politiche e programmi miranti a combattere la fame e la malnutrizione e a provvedere a qualsiasi tipo di emergenza alimentare. L’UNICEF (United Nations International Children Emergency Fund), poi, è dedicato al benessere della madre e del bambino, all’affermazione dei diritti dell’infanzia coadiuvando i singoli governi nel rispondere ai bisogni dell’infanzia sul terreno dei servizi di base. L’UNFPA, invece, (United Nations Fund for Population Activities) persegue programmi legati alle necessità delle popolazioni e alla pianificazione familiare. Sono poi impegnate negli aiuti umanitari ai profughi e alle vittime di calamità naturali e disastri provocato dall’uomo l’UNDRO (Office of the United Nations Disaster Relief Co-ordinator), per il coordinamento in caso di emergenza e calamità, l’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), per la protezione dei rifugiati di tutto il mondo, e l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), per l’assistenza ai rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente. Per la tutela dell’ambiente opera l’UNEP (United Nations Enviroment Programme), promuovendo la cooperazione internazionale in campo ecologico e ambientale. Infine, in campo culturale e scientifico vanno ricordati l’UNITAR (United Nations Institute for Training and Research) e l’UNU (United Nations University), per l’Università.

Importantissimi poi, e molto celebri, sono i “caschi blu” dell’ONU, i militari (messi a disposizione degli stati membri) che sotto le insegne dell’ONU svolgono missioni decise dal Consiglio di sicurezza per mantenere o riportare la pace in diverse regioni del mondo. Si tratta in qualche caso di semplici osservatori o di commissioni di inchiesta; in qualche altro di vere e proprie forze multinazionali poste sotto il comando delle Nazioni Unite.

In campo economico e sociale operano organizzazioni internazionali a carattere universale diverse dall’ONU, ma che sono strettamente collegate con le nazioni Unite e ne subiscono il coordinamento e il controllo. Tra le altre menzioniamo, la FAO (Food and Agricolture Oganization), per la lotta alla fame e alla malnutrizione, l’ILO (International Labour Organization), per promuovere la giustizia sociale nel mondo del lavoro, e la WHO (World Health Organization), per la tutela della salute.

Ma segni di inefficacia emergono chiaramente anche da questi singoli organismi e programmi. Infatti, ad esempio, per quanto riguarda il campo umanitario, la Banca Mondiale afferma che nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, firmata nel 2000 in sede ONU, per garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini del mondo servirebbe un impegno addizionale compreso tra i 10 e i 30 miliardi di dollari all’anno, e per ridurre di due terzi la mortalità infantile occorrono tra i 20 e i 25 miliardi. Negli ultimi anni la comunità internazionale non è stata in grado di trovare tali somme, e di conseguenza allo stato attuale gli Obiettivi del Millennio non verranno raggiunti entro la data prevista del 2015.

24 novembre, 2010 at 18:37

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16 nov 2010

L’illusione neoliberista

by Fiore

«Se la globalizzazione non è riuscita a ridurre la povertà, non è riuscita neppure ad assicurare la stabilità» (STIGLITZ, 2002). Le crisi in Asia, in America Latina, e l’attuale crisi finanziaria mondiale, più quella greca nel cuore dell’Europa hanno minacciato le economie di tutto il mondo e l’equilibrio politico di tutti i paesi in via di sviluppo. Ciò perché la partecipazione ai mercati mondiali dei capitali comporta notevoli rischi, soprattutto in assenza di un sistema finanziario interno solido (a tal proposito si ricordino le crisi che hanno colpito Thailandia, Indonesia e Corea del Sud).

La globalizzazione e il passaggio ad un’economia di mercato non hanno prodotto i risultati sperati né in Russia né nella maggior parte delle altre economie in fase di transizione. L’Occidente ha persuaso questi paesi che il nuovo sistema economico li avrebbe portati a una prosperità senza precedenti. In Russia, per far fronte ai gravi problemi economici, l’esecutivo guidato da Boris Eltsyn inaugurò un programma di liberalizzazioni, privatizzazioni, svalutazione del rublo e una restrittiva politica di bilancio, che produsse una fortissima inflazione, il crollo del rublo e una grande diffusione della povertà e della criminalità.

L’impatto della globalizzazione nei PVS (paesi in via di sviluppo) è stato molto differenziato, con molti paesi che hanno sperimentato un peggioramento della propria bilancia commerciale. Nel corso degli anni ’90, infatti, numerosi PVS sono stati colpiti da violente crisi finanziarie, caratterizzate da rapide fughe di capitali e brusche svalutazioni delle monete nazionali. I capitali stranieri sono stati ritirati con la stessa velocità con cui vi erano affluiti, prima attirati da tassi di interesse elevati, poi allontanati da un crollo di fiducia verso le economie locali.

L’eccezione più evidente a quanto detto è rappresentata però dalla Cina, che a differenza degli altri paesi ha gestito la transizione internamente, senza l’aiuto di istituzioni economiche internazionali. «E’ stata capace di “governare” la globalizzazione, adottando politiche di sviluppo specifiche per il contesto in cui esse sono applicate e sufficientemente flessibili da evolversi con il cambiamento del contesto socio-economico a cui esse si applicano, anziché adottare ricette di politica economica standard, come il “free-market, free-trade, laissez-faire” suggerito dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale» (ROMANO, 2007).

Dunque la deregolamentazione dei mercati finanziari sembra aumentare, almeno indirettamente, la crescita economica ma anche la probabilità di crisi bancarie e valutarie. A tal proposito bisogna dire che l’esistenza di mercati finanziari funzionanti è una condizione fondamentale per lo sviluppo economico. Questi consentono un’efficace allocazione del risparmio nazionale, permette al capitale di individuare investimenti più redditizi e di conseguire una maggiore diversificazione del rischio, l’ingresso di operatori esteri può aumentare l’efficienza dei mercati interni, e genera sul governo nazionale una pressione ad esercitare maggiore disciplina macroeconomica (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). La teoria economica, però, precisa che esistono dei costi associati alla perfetta mobilità dei capitali e che i benefici si realizzano solo sotto determinate condizioni rispetto al funzionamento dei mercati. La presenza di asimmetrie informative, in particolare, può produrre effetti indesiderati e neutralizzare i benefici della realizzazione.

Infatti, «la liberalizzazione quasi completa dei movimenti di capitale ha accentuato l’instabilità finanziaria. Infatti, il forte incremento dei flussi di capitale speculativo (hot money) in un contesto di cambi flessibili, ha contribuito a destabilizzare le economie in crisi e a rendere più difficile il loro controllo» (VERCELLI e BORGHESI, 2008). La crisi che stiamo vivendo, esplosa nel 2008, ha radici diffuse: dalle distorsioni nel funzionamento dei mercati, alle carenze di regolazione e supervisione, ai comportamenti degli intermediari. Riflette importanti squilibri macroeconomici, i prolungati deficit nel tasso di risparmio e nella bilancia dei pagamenti in alcuni tra i principali paesi sviluppati finanziati con i capitali provenienti dal resto del mondo, inclusi i paesi emergenti. Politiche monetarie in alcuni casi eccessivamente accomodanti e l’accresciuta disponibilità di strumenti finanziari nuovi e complessi hanno contribuito a immettere nel sistema una eccezionale liquidità, mantenendo su livelli anormalmente bassi tassi di interesse, volatilità e costi di protezione dall’insolvenza. Nel clima di ottimismo che si  era generato, non si è prestata sufficiente attenzione all’opacità di molti dei nuovi strumenti finanziari, si sono sottovalutati i rischi cercando profitti di breve periodo, si sono fortemente sopravvalutate le attività finanziarie e immobiliari. In questo contesto di diffusa fragilità, l’integrazione finanziaria ha fatto sì che una crisi “locale” come quella dei prestiti subprime[1], di per se circoscritta ad un segmento limitato del mondo intero, si sia tramutata infine in una crisi economica dalla dimensione globale (TARANTOLA, 2009).

L’apertura finanziaria, consentendo ai capitali di entrare e uscire liberamente da un paese, espone il paese alla presunta irrazionalità dei mercati finanziari e agli attacchi speculativi, aumentando così l’instabilità e la probabilità di crisi bancarie e valutarie (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). Inoltre, «l’integrazione dei mercati dei capitali ha indubbiamente facilitato la propagazione all’intera economia mondiale di difficoltà finanziarie originariamente circoscritte. Ma quelle difficoltà sono nate e si sono moltiplicate soprattutto a causa di una regolamentazione inadeguata, di una forte sottovalutazione dei rischi, di comportamenti imprudenti, quando non esplicitamente fraudolenti. Questa crisi è anche una crisi dei valori etici, dei valori della sostenibilità, per il mercato e per l’ambiente» (TARANTOLA, 2009).

Molti economisti come Stiglitz e Krugman hanno, infatti, ripetutamente invocato una maggiore cautela in materia di apertura finanziaria per quei paesi che non hanno istituzioni finanziarie adeguatamente sviluppate. La liberalizzazione dei mercati finanziari deve essere graduale e accompagnata da un adeguato intervento di supervisione e regolamentazione. Una liberalizzazione troppo rapida, senza che siano state rimosse le distorsioni e che siano state rafforzate le istituzioni creditizie e gli organi di controllo, espone il paese ad un concreto rischio di crisi. «Un’ampia letteratura sulla corretta sequenza della liberalizzazione suggerisce che i controlli sulla circolazione internazionale dei capitali dovrebbero essere rimossi solo dopo aver conseguito determinati requisiti: stabilità macroeconomica, completa liberalizzazione del sistema finanziario nazionale, creazione di un solido sistema bancario e di vigilanza, e liberalizzazione del commercio estero» (BONAGLIA e GOLDSTEIN, 2008). Inoltre, perché l’integrazione dei mercati finanziari eserciti il suo ruolo di supporto allo sviluppo, resta dunque necessario il rafforzamento delle strutture dei sistemi finanziari e delle istituzioni di controllo nazionali e sovranazionali, sia pubbliche (banche centrali, Banca per i regolamenti internazionali, Istituzioni finanziarie internazionali) che private (agenzie di rating e organi di controllo all’interno delle banche di investimento e dei fondi pensione).


[1] Prestiti che, nel contesto finanziario statunitense, vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore.


NOTE:

BONAGLIA F. e GOLDSTEIN A. (2008),Globalizzazione e sviluppo: due concetti inconciliabili? Quattro luoghi comuni da sfatare, Il Mulino, Bologna

ROMANO D. (2007), L’impatto della globalizzazione asimmetrica sull’agricoltura dei PVS, Agriregionieuropa, vol. 8

STIGLITZ J. E. (2002), La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino

TARANTOLA A. M. (2009), Economia solidale e sviluppo sostenibile nell’era post globalizzazione, Fondazione sorella natura, Roma

VERCELLI A. e BORGHESI S. (2008), Global sustainability: social and enviromental conditions, Palgrave Macmillan, New York

16 novembre, 2010 at 16:24

Tags: banca mondiale, birs, capitali, cina, controlli, crescita, crisi, crisi finanziaria, default, deregulation, Economia, europa, finanza, fmi, globalizzazione, istituzioni, laissez-faire, liberalizzazione, liberismo, mercati finanziari, mutui, neoliberismo, occidente, privatizzazione, pvs, regole, russia, stabilità, stiglitz, subprime, sviluppo, usa, vigilanza
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30 ott 2010

La globalizzazione tra multilateralismo e regionalismi

by Fiore

La fine della Guerra fredda ed il fenomeno “globalizzazione” hanno modificato in maniera inesorabile il modo di concepire il mondo, lo spazio, lo stato, le alleanze e le istituzioni. Hanno posto fine ad una lunga contrapposizione tra due blocchi generando nuove dinamiche nelle relazioni fra stati e hanno acuito ancor di più vecchie problematiche e creatone nuove. Da un punto di vista economico l’idea base che ha caratterizzato l’odierna visione neoliberale della globalizzazione è quella della capacità autoregolativa dei mercati, e quindi, per converso, sfiducia nel ruolo regolatore del governo. Ma la stessa teoria economica, alla luce di quanto siano stringenti le condizioni per confidare nella capacità di autoregolazione dei mercati, si pronuncia a favore di interventi regolativi del mercato. Ad esempio, è ormai evidente che la crisi finanziaria internazionale si è sviluppata a causa di una regolamentazione inadeguata.

Da ciò appare evidente che ciò che conta maggiormente oggi, almeno dal punto di vista dell’ordine internazionale, è che il progressivo allargamento dello spazio economico non trova niente di simile sul terreno politico, e che a essere chiamata in causa, non è soltanto l’assenza o l’insufficienza di una global governance, ma anche, la crescente inadeguatezza degli spazi statuali esistenti.

Infatti, il sistema multilaterale oggi versa in una sostanziale paralisi politica difficilmente superabile. La stessa globalizzazione ha creato i presupposti affinché emergessero sulla scena internazionale, dopo circa un decennio di supremazia statunitense, nuovi grandi paesi, come la Cina, portatori di nuove istanze contrapposte al “vecchio” blocco occidentale. La cui contrapposizione rende inoperanti, o sostanzialmente inefficaci, le principali istituzioni internazionali, prime fra tutte l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) e il WTO (World Trade Organization), rendendo necessario e sempre con maggiore urgenza un profondo processo di riforma delle stesse, in senso maggiormente democratico e rappresentativo. Ma questi cambiamenti non saranno semplici: come affermato da Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia ed ex-Vice Presidente della Banca Mondiale, quando ci si muove sul fronte della burocrazia internazionale occorrono moltissimo tempo ed enormi sforzi per mettere in atto un cambiamento.

Come dicevamo, poi, allo stesso tempo questo processo pone in una posizione di subalternità sempre crescente tanti stati del mondo, che fino a qualche tempo fa erano, se non protagonisti, importanti pedine sullo scacchiere economico-politico internazionale. Il processo di globalizzazione ha, infatti, posto agli stati nazione domande nuove, ma allo stesso tempo ha ridotto, per vari aspetti, la loro capacità di dare una risposta a simili domande.

Di questo oggi la maggioranza degli stati ne sono coscienti. Infatti, alla paralisi dei meccanismi multilaterali si affiancano, oggi più che mai, varie forme di aggregazione fra stati: nascono e si sviluppano, cioè, vari “regionalismi”. Si va da quelli più “lobbistici”, tenuti insieme cioè da comuni interessi e strategie, principalmente a carattere economico, come il G-8, il G-20 o il G-77, a quelli più a carattere geografico, quelli cioè che fanno dei processi di integrazione regionale un percorso sulla strada dell’unione in blocchi non solo economici, ma anche politici, in questo senso è prima fra tutte l’Unione Europea.

E’ proprio questa, a mio avviso, la sfida che attende i “piccoli” paesi nel nuovo secolo. Infatti, se, come affermato da molti analisti, la globalizzazione è un rinnovato processo di ristrutturazione oligopolistica mondiale, assume importanza la cooperazione e l’integrazione economica regionale quale strategia valida per uno sviluppo ordinato e coordinato delle regioni del mondo. Già oggi le organizzazioni regionali rappresentano il terreno dove si strutturano concretamente i processi della globalizzazione, secondo molti proprio in risposta alla delusione delle aspettative sui processi multilaterali.

In questo senso, l’Unione Europea è l’unica parte del mondo con un’esperienza di oltre cinquant’anni nel governo della globalizzazione, anche se solo a livello continentale. L’UE, infatti, ha portato avanti una politica di abbattimento delle frontiere e integrazione dei mercati e ha anche costruito un certo coordinamento delle politiche economiche tra i paesi membri. L’UE, insomma, è un buon esempio di potere decisionale a livello sovranazionale, capace di affrontare questioni in tema di sviluppo, commercio e ambiente. Un sistema non perfetto ma che dimostra che è possibile. Il processo di integrazione europeo ha mostrato infatti molte incertezze, ma a prevalere è stato comunque l’impulso integrazionista.

L’analisi storica del regionalismo, però, ci porta a sostenere che l’unione politica federale non è l’obiettivo ultimo dell’integrazione. Infatti, la stragrande maggioranza degli accordi di integrazione regionale attuati nel mondo oggi hanno un livello di integrazione basso, circa l’80% sono semplici Accordi di Libero Scambio, in modo da rispondere all’esigenza dei singoli paesi di ricercare mere convenienze economiche ed allo stesso tempo di conservare la propria autonomia commerciale e politica. Solo il progetto iniziale dei cosiddetti padri fondatori dell’integrazione europea si pose esplicitamente l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa. Ciò porta a trascurare non solo la complessità delle relazioni politiche e sociali all’interno di ciascun raggruppamento regionale, ma anche il rapporto dinamico tra il processo di globalizzazione e la creazione ed il consolidamento dei blocchi regionali, di cui gli effetti sui flussi commerciali non sono che una delle espressioni. Insomma, l’attuale fenomeno del regionalismo è stato fino ad ora discusso soprattutto in relazione al suo impatto sui flussi commerciali, nonostante il fatto che la nuova ondata di regionalismo sia spesso contraddistinta dalla sua vastità e multidimensionalità, che spazia dalle minacce ecologiche transnazionali alle crisi di sicurezza regionale, per le quali la regione, in un mondo in cui il multilateralismo è in crisi profonda, deve assumere maggiore responsabilità.

Per la stessa UE la crisi attuale dimostra la necessità di una migliore governance economica a livello europeo, ciò perché gli stati dell’area euro hanno una responsabilità condivisa per quanto riguarda la stabilità economica e finanziaria dell’area. Allo stesso tempo, è evidente che il fallimento attuale dell’UE nella scena internazionale è quello di essere incapace di parlare con una sola voce. Ed il prezzo di questo fallimento è quello di vedersi sorpassata da altri protagonisti sulla scena internazionale, infatti oggi incombe sull’Europa una forte competizione economica con le altre zone emergenti del mondo. Nessuno stato europeo è sufficientemente forte da potersi lanciare da solo sul mercato globale, mentre uniti rappresentano il primo mercato economico mondiale. Per garantire la crescita economica e far fronte alla concorrenza delle grandi economie mondiali, i paesi europei, il cui peso demografico è in costante diminuzione su scala mondiale, devono quindi restare uniti. Dove ciò avviene, come in ambito WTO, il beneficio evidente è avere un ruolo praticamente paritetico a quello degli USA. Alla luce di ciò, l’appuntamento che attende l’Europa nel nuovo secolo è la necessità di una riforma che renda l’UE un’istituzione sempre più sovranazionale e meno intergovernativa.

Invece, come dicevamo, negli altri continenti le spinte integrazioniste sono state in generale tutte rivolte a soli aspetti economici, e tra l’altro con modesti risultati. Nelle Americhe, ed in particolare in quella del Sud, negli ultimi vent’anni si è assistito ad una forte espansione del commercio, in parte dovuto al progresso significativo dei processi di integrazione regionale, primo fra tutti il MERCOSUR (Mercado Comun del Sur), passati nel tempo tra fasi alterne di progresso, rallentamento e rinnovamento. Invece, i “colossi” nordamericani si sono dimostrati sempre poco propensi alle dinamiche regionaliste: prova di ciò né è il NAFTA (North American Free Trade Agreement), progetto più ambizioso in tal senso ma semplice trattato di libero scambio. In Asia, invece, terra in cui il regionalismo si è sviluppato con notevole ritardo rispetto alle altre aree del mondo a causa di forti diversità culturali, si assiste ad un progressiva definizione di un’area del Pacifico omogenea ai fini dello sviluppo economico, dove l’ASEAN (Association of South-East Asian Nations), la SCO (Shanghai Cooperation Organization), ed il forum dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), promettono di diventarne elementi trainanti. L’Africa, invece, nonostante il regionalismo abbia lunghe radici, è suddivisa in una serie di organismi e blocchi economici regionali poco razionali e scarsamente efficaci. L’Unione Africana, organizzazione che racchiude tutti gli stati africani, si è data come obiettivo proprio l’unificazione di questi “cocci” con ambiziosi progetti, come la costituzione di un mercato unico e di una banca centrale, che però, da un punto di vista economico, non hanno prodotto ancora grandi risultati, mentre dal punto di vista della sicurezza oggi le organizzazioni regionali africane svolgono un importante ruolo di peacekeeping in molte aree di crisi del continente.

Stati membri del NAFTA (viola), del MERCOSUR (giallo), dell’UE (blu),

dell’UA (marrone), della SCO (rosso), dell’ASEAN (verde).

Alla luce di questo scenario, è necessario quindi un cambio di passo nel regionalismo se si vuole che questo generi quei meccanismi virtuosi che portino benefici alle regioni del mondo. Il regionalismo deve essere inteso insomma come l’idea, l’ideologia, le politiche e gli obiettivi che cercano di trasformare un’area geografica in uno spazio sociale ben definito. In questo senso assume una chiara importanza un costante avanzamento del grado di integrazione fra gli stati aderenti, soprattutto tramite la costituzione di istituzioni comuni, fino ad una integrazione politica in senso federalista.

Infatti, se le pressioni internazionali si ripercuotono sugli assetti di potere politico e economico all’interno di una regione, allo stesso modo le istituzioni regionali possono filtrare l’impatto della globalizzazione sui paesi membri e indirizzare la risposta collettiva di questi ultimi nei confronti dei rischi e delle opportunità che la globalizzazione determina, avviando quei processi di crescita e sviluppo economico e sociale solidali tra i paesi membri, oggi urgenti specialmente nei PVS.

In questo senso lo stesso processo di integrazione regionale potrà rilanciare indirettamente anche l’auspicato “nuovo multilateralismo”, cioè un multilateralismo cooperativo, tramite una riduzione degli attori nelle istituzioni internazionali, per risolvere così finalmente le urgenti problematiche prima di tutto globali odierne, come quelle ambientali, ma anche regionali, creando maggiore omogeneità all’interno dei blocchi, infatti, potrebbe favorire un’azione sovranazionale in molti settori, tra i quali quello commerciale, che a livello multilaterale spesso falliscono. Infatti, se in passato il regionalismo economico poteva essere inquadrato come potenziale minaccia nei confronti di una gestione più multilaterale di determinate tematiche, la prospettiva regionale è invece considerata oggi come un utile complemento e strumento di gestione di pratiche difficilmente gestibili dal punto di vista globale. Cioè è nel contempo sia una risposta, sia uno strumento di sostegno al multilateralismo.

E’ una tendenza che risulta già molto evidente anche nel momento in cui oggi, ad esempio, di fronte alle esitazioni dell’ONU sono sempre più spesso le organizzazioni regionali ad assumersi responsabilità nel mantenimento della sicurezza e della stabilità politica internazionale tramite l’avvio di missioni di peacekeeping.

Inoltre, nelle sedi multilaterali, oltre alla riduzione dei soggetti, il regionalismo, tramite la costituzione di blocchi tra stati, può anche favorire la nascita di un vero e proprio mondo multipolare, in cui nessuno venga tagliato fuori dalla formazione delle decisioni, e nessuno subisca, più o meno passivamente, le decisioni o i veti delle grandi potenze, come probabilmente potrà succedere, e forse già succede, in un mondo dominato economicamente e politicamente da due superpotenze come USA e Cina.

La caratteristica più importante della nuova ondata di regionalismo deve essere, quindi, il possedere sia l’obiettivo di ampliare il proprio raggio di cooperazione al fine di cercare di risolvere possibili problematiche e su più fronti, sia di utilizzare la carta regionale nel gioco della politica internazionale, sfruttando le potenzialità e le specificità regionali. Proprio per questa esigenza è assolutamente necessario intraprendere la strada dell’unione politica, perché la linea di divisione tra regionalismo economico e politico diventa sempre più difficile da tracciare. Se è importante cooperare geograficamente, è ancora più importante esaminare le interrelazioni tra questioni politiche, economiche e di sicurezza.

E’ altamente improbabile, per non dire impossibile, che le sfide che oggi pone la globalizzazione possano essere risolte dai singoli stati, portatori di istanze egoistiche e troppo eterogenee. E’ arrivato il momento in cui questi mostrino maggiore coraggio e ambizione, abbandonino cioè certe loro prerogative in nome di sintesi culturali più aggreganti. Questo processo potrebbe finalmente incanalare lo sviluppo economico sulla via della sostenibilità, necessità oggi sostanzialmente ignorata e resasi sempre più urgente: uno sviluppo economico compatibile cioè con l’equità sociale, in un’ottica sia intragenerazionale che intergenerazionale, e con gli ecosistemi, dando inizio ad una nuova fase virtuosa della globalizzazione, quella cioè della “globalizzazione sostenibile”.

30 ottobre, 2010 at 18:08

Tags: accordi libero scambio, ambiente, apec, asean, banca mondiale, blocchi, cina, cooperazione, crescita, crisi, crisi finanziaria, ecocompatibilità, equità sociale, europa, fmi, g-20, g-77, g-8, global governance, globalizzazione, integrazione, integrazione regionale, mercosur, mondo, multilateralismo, nafta, neoliberismo, onu, peacekeeping, problematiche, pvs, regionalismo, riforma, sco, sicurezza, sostenibilità, spazio sociale, stati, stiglitz, sviluppo, unione, unione africana, unione europea, unione federale, usa, wto
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22 set 2010

Dollarizzazione: tra mito e realtà

by Fiore

Lo strumento del currency board, che era il regime monetario istituito nelle colonie inglesi, è stato preso di nuovo in considerazione nel corso degli anni ’90, con lo scopo di sostenere i processi di stabilizzazione delle economie di transizione e dei Paesi in via di sviluppo.

Le caratteristiche tecniche di tale regime sono diverse a seconda del Paese considerato. Ci si riferisce, ad esempio, alla scelta della valuta rispetto alla quale fissare il tasso di cambio o alla previsione di maggiori o minori limitazioni dell’accesso alla convertibilità.

Inoltre, non si può dimenticare che i regimi monetari basati su currency boards istituiti negli anni ’90 si sono proposti di adattare un modello, che sembrava appartenere al passato, alle esigenze di un contesto economico diverso. Tale scopo è stato perseguito mantenendo i requisiti di riserva delle banche commerciali e consentendo una limitata flessibilità all’autorità monetaria, che, inoltre, continuava ad essere chiamata Banca Centrale.

Al susseguirsi di varie crisi finanziarie negli anni ’80, come quella del Messico, alcuni economisti statunitensi enunciarono piani per riequilibrare il sistema. Prevalse la linea di Nichoals Brady che nel marzo dell’89 enunciò il suo piano di ristrutturazione volto a far uscire i paesi dal default e riformare le loro istituzioni.  Le misure di riforma facevano leva sul concetto di libero mercato e seguivano la linea del “Washington Consensus”; si trattava di un insieme di regole enunciate dall’economista Williamson, per rafforzare il libero mercato attraverso:

- privatizzazioni;

- rimozione delle tariffe doganali e dei controlli sugli investimenti internazionali;

- cambi e tassi di interesse stabiliti dal mercato e non fissi, ma relativamente stabili;

- riforma fiscale;

- tutela della proprietà privata.

Il nome Washington Consensus deriva dal fatto che Williamson sosteneva che questo approccio dovesse essere condiviso, come poi accadde, dal governo americano, dal FMI e dalla Banca Mondiale, tutti basati a Washington.

Si ritenne che l’applicazione di questi principi fosse necessaria per far calare i dissesti finanziari e stabilizzare le politiche economiche, tentando di trainare questi paesi verso economie maggiormente orientate in senso liberale. La ricerca di stabilizzazione del cambio comportò in molti casi la misura, non prevista dal Consensus, della dollarizzazione, ossia della creazione di un legame molto forte tra valute emergenti ed il dollaro al fine di evitare fenomeni di iperinflazione.

Nei primi anni ’90 questi approcci sembrarono aver avuto successo: i paesi emergenti riuscirono a tenere sotto controllo l’inflazione e la spesa pubblica, modificando però il ruolo dello stato nell’economia ed iniziando una forte ondata di privatizzazioni.

Ma ben presto scoppiò un’ondata di crisi: nel 1995 in Messico, nel 1997 nel sud-est asiatico, nel 1998 in Russia, nel 1999 in Brasile e nel 2001 in Argentina.

Nel 1994, la crisi scoppiata in Messico, denominata Tequila Crisis, fu causata dalla cattiva gestione del debito statale, oltre che ai soliti problemi bancari e valutari (svalutazione del 33% in una settimana): il paese si trovò con 30 miliardi di dollari di prestiti in scadenza e le casse dello stato quasi a secco; in questo frangente intervennero in prima persona gli USA con un prestito della BC e del FMI: venne costruito un fondo, definito di stabilizzazione, dotato di 52 miliardi di dollari, in modo tale che il Messico potesse uscire dalla crisi, a patto che continuasse a sostenere le manovre precedentemente stabilite dal Washington Consensus. Il fondo aveva come obiettivo di ricreare le condizioni per il pagamento del debito, ed ebbe un grande impatto in Argentina ed in Brasile. La crisi si risolse nel giro di due anni. Nel caso del Messico i debiti privati furono trasformati in debiti pubblici. Il problema fu, pertanto, adattare la propria politica monetaria a quella degli Usa, dovendo adottare una politica economica basata sulle privatizzazioni, apertura commerciale, distruzione delle imprese nazionali, diretta ad aiutare a risolvere una crisi capitalista in corso che esigeva la conquista di nuovi mercati per i paesi industrializzati. Non si trattò di una crisi dei modelli di stabilizzazione, ma della crisi del tentativo di sanare la crisi. In particolare la politica adottata tentava di stabilizzare una crisi capitalistica iniziata negli anni settanta in Usa e si “scaricava” sui paesi sottosviluppati tramite il debito interno ed estero. Il Brasile, a partire dal 1997, iniziò ad adottare un tasso di cambio flessibile. Dopo aver perso quasi 32 miliardi di dollari in meno di cinque mesi adottò il cambio fluttuante il 15 gennaio nel 1999.

Queste politiche con fondamento nell’ancoraggio valutario provocarono un indebitamento esterno e pubblico mai registrato nella storia degli stati periferici. Il formato più estremo di “stabilizzazione” si verificò in Argentina, altrimenti chiamato currency board, che ancorò il peso al dollaro, indicizzando gli attivi finanziari alla variazione del cambio. Le tariffe dei servizi pubblici privatizzati furono stabilite in dollari ma la popolazione riceveva prevalentemente salari in peso. Tuttavia il grado di indebitamento non si ridusse nei paesi in cui fu adottato l’ancoraggio valutario.

L’analisi delle politiche implementate, oggi, permette di trarre importanti conclusioni:

- il successo di una strategia volta a raggiungere e a mantenere la stabilità dei prezzi non può prescindere da una valutazione dell’andamento delle variabili macroeconomiche e del contesto istituzionale del Paese che la implementa;

- nessuna strategia può riuscire a ridurre stabilmente il tasso di inflazione, se non è in grado, al contempo, di raggiungere l’equilibrio fiscale o, perlomeno, di ridurre al minimo gli squilibri dei conti pubblici;

- l’opzione del currency board appare una valida alternativa, rispetto agli strumenti sopra analizzati, al fine di supportare un processo di stabilizzazione macroeconomica. In molti casi, inoltre, tale opzione non comporterebbe alcuni dei problemi tipici delle stabilizzazioni che facevano ricorso a strategie differenti.

Recentemente, i paesi dell’America Latina hanno per lo più abbandonato i regimi di cambio intermedi (“crawling pegs“, “crawling bands“, “pegged horizontal bands“, “conventional fixed peg arrangements “), introducendo regimi rigidi di cambio fisso (“hard pegs“) o all’opposto regimi di cambio fluttuante.

La soluzione opposta rispetto al currency board o alla dollarizzazione consiste nell’adottare un regime di cambio perfettamente flessibile. Questa è stata la scelta delle autorità argentine nel gennaio 2002, ma anche delle autorità brasiliane e messicane a seguito delle crisi valutarie del 1998 e del 1994. Di fatto numerosi paesi emergenti hanno recentemente deciso di spostarsi verso l’estremità maggiormente flessibile dello spettro dei regimi di cambio. Adottando un regime di cambio perfettamente flessibile i paesi non si espongono al rischio di possibili crisi valutarie dato che il tasso di cambio è lasciato libero di aggiustarsi per permettere il raggiungimento dell’equilibrio esterno. Inoltre, eliminando la possibilità di consistenti salti discreti realizzati dal tasso di cambio, viene fortemente ridotto anche il rischio di fragilità finanziaria dovuto al fenomeno della dollarizzazione dei debiti. Infine, in presenza di rigidità nei prezzi la flessibilità del cambio permette un assorbimento maggiormente rapido di shock che possono colpire l’economia.

L’adozione di un regime di cambi flessibili comporta tuttavia un problema: viene a mancare il ruolo di ancora nominale svolto dal tasso di cambio. Questo aspetto assume particolare importanza nel caso dei paesi in via di sviluppo che hanno spesso una “storia” di inflazione elevata e che non sono dotati di autorità monetarie sufficientemente credibili. Inoltre dato che in presenza di tassi di cambio flessibili i paesi hanno la possibilità di ricorrere più facilmente al signoraggio come fonte di entrata fiscale, questa possibilità può costituire un incentivo a realizzare sorprese inflazionistiche nel caso di mancato controllo del deficit pubblico. Nonostante questi problemi, l’esperienza di due grandi economie dell’America Latina, Cile e Messico offre alcuni interessanti spunti di analisi. Entrambi i paesi infatti hanno deciso di adottare un regime di cambio flessibile, il Messico in seguito ad una crisi valutaria ed il Cile come esito del progressivo ampliamento delle bande di oscillazione del regime di crawling peg adottato sino al 1999. In questi due paesi l’adozione di un regime di cambio flessibile ha coinciso con un periodo di relativa stabilità dei prezzi e di crescita economica, senza che per questo venisse compromesso il bilancio statale. In particolare nel caso del Messico Edwards (2000) mostra come il Peso, negli ultimi anni, non sia stato nei confronti del Dollaro più volatile delle maggiori valute caratterizzate da regimi di cambio fissi, a testimonianza del fatto che è possibile coniugare un regime di cambio flessibile con una efficace riduzione del tasso di inflazione e con la stabilità del cambio stesso, anche in paesi emergenti caratterizzati da scarsa reputazione antinflazionistica.

Quindi con regini di cambio perfettamente ancorati, si elimina il rischio di cambio, ma l’onerosità del debito estero rimarrà comunque relativamente elevata per quei paesi emergenti che non sono in grado di attuare un’accorta politica economica. Il bilancio dei costi-benefici da dollarizzazione è probabilmente positivo solo in presenza di una già acquisita forte integrazione commerciale e finanziaria con gli Stati Uniti. Sotto questo aspetto appaiono quindi privilegiati soprattutto i paesi dell’America Centrale, in particolar modo il Messico, un paese con una quota di commercio estero con gli Stati Uniti molto elevata, superiore all’80%. Anche se questo fenomeno di currency substitution, cioè utilizzazione massiccia del dollaro come unità monetaria per usi domestici, risulta meno marcata nei paesi dell’America Centrale (maggiormente integrati con gli USA in termini commerciali) che nei paesi del Sud America.

I regimi di cambio ancorati per lungo tempo al dollaro hanno sì contribuito a domare l’inflazione ma l’apprezzamento del cambio in termini reali ha progressivamente eroso la competitività dei paesi sui mercati internazionali dei beni e dei servizi; i regimi di cambio siffatti, se sottoposti a pressione, sono difficilmente difendibili da parte delle autorità nazionali, perché richiedono un’ampia disponibilità di riserve valutarie e rialzi dei tassi di interesse suscettibili di ripercuotersi assai negativamente sulla domanda interna; il pegging viene inteso come garanzia di stabilità del cambio e riduce l’attenzione sia dei creditori sia debitori ai rischi impliciti nell’erogazione e nell’assunzione di prestiti: tende quindi a esaltare i movimenti di capitali, preparando il terreno a drammatici movimenti di segno opposto.

Le analisi degli episodi di instabilità non hanno risparmiato critiche a tutti gli attori presenti sulla scena:

- alle autorità dei paesi sono stati mossi rilievi sulla politica del cambio e sulla gestione delle riserve valutarie nonché sulla capacità di governare il sistema finanziario;

- agli investitori internazionali è stata rimproverata la ricerca esasperata di rendimenti elevati in risposta alla riduzione dei tassi di interesse nei mercati domestici, l’incapacità di valutare correttamente i rischi impliciti nell’erogazione dei finanziamenti ai paesi emergenti e la tendenza a considerare la presenza degli organismi finanziari internazionali come garanzia implicita di recupero dei crediti;

- agli organismi finanziari internazionali, innanzitutto al Fondo Monetario Internazionale, sono stati imputati la mancata tempestiva individuazione dell’insorgere delle crisi; le politiche, fiscali e monetarie, di gestione delle crisi stesse, che hanno richiesto ripetuti aggiustamenti in senso meno restrittivo; l’incoraggiamento che sarebbe stato fornito a comportamenti improntati al moral hazard da parte di prestatori e prenditori.

Risulta tuttavia evidente che non sono stati completamente risolti i problemi ancestrali e tipici sudamericani, relativi ai profondi squilibri nella struttura economica e sociale del paese e di conseguenza e alla povertà presente nel paese che tocca quasi la metà della popolazione. A tal proposito bisogna sottolineare che la dollarizzazione è uno schema monetario e non comporta politiche o riforme economiche a carattere sociale (redistribuzione del reddito, assistenza sociale, settore pubblico allargato, agevolazioni fiscali agli investimenti, ecc..). Rimangono urgenti delle riforme atte a stimolare gli investimenti esteri diretti e a garantire la sicurezza sociale.

22 settembre, 2010 at 18:36

Tags: argentina, banca mondiale, cambio, crisi, currency board, debito, debito estero, debito pubblico, dollarizzazione, dollaro, Economia, fmi, fondo monetario, inflazione, liberismo, libero mercato, moneta, pegging, privatizzazioni, sud america, tasso di cambio, usa, valuta, washington consensus
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7 lug 2010

La nuova instabilità globale

by Fiore

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Il dopo Guerra fredda evolve all’insegna di gravissime problematiche di stabilità politica globale, che tutt’oggi minacciano costantemente la pace mondiale e la convivenza civile. Solo per citarne le principali: terrorismo internazionale, corsa agli armamenti nucleari, traffico illegale d’armi e droga.

Con gli attentati dell’11 settembre 2001 agli USA, portati dal terrorismo fondamentalista islamico, la tensione internazionale è tornata ai livelli di guardia e tocca da vicino la vita dei popoli che si sentono minacciati dall’oscura potenza del terrorismo, che acquisisce una dimensione globale, alimentato dall’ideologia del fondamentalismo islamico, così da divenire una rete in cui si accostano molteplici gruppi e differenti componenti.

Inoltre, lo sviluppo della capacità nucleare sembra esser diventato l’obiettivo primario dei paesi che aspirano a guadagnare un profilo globale e anche delle medie potenze intimorite dall’egemonia statunitense. La sovranità, soprattutto dopo l’11 settembre, viene sempre più associata dagli stati al possesso di un arsenale nucleare che consenta sia di limitare la propria dipendenza energetica sia di scoraggiare eventuali interferenze esterne. Archiviata la parentesi della Guerra fredda, che aveva visto importanti accordi nel settore strategico militare tra USA e URSS, gli anni ’90 sono stati caratterizzati da uno scarso rispetto delle norme giuridiche internazionali: USA, Pakistan, India, Cina, Corea del Nord, Russia e Iran hanno avviato o proseguito programmi di rivalutazione nucleare in un’ottica non più solo difensiva (Fig.1).

statinucleari

Figura n. 1 – Paesi con programmi nucleari: potenze nucleari dichiarate (arancione) e paesi ad elevato rischio di proliferazione nucleare (verde) (Fonte: ISPI, 2004).

All’inizio degli anni ’90 la caduta del blocco comunista e la fine della Guerra fredda diedero vita all’illusione di una duratura distensione nelle relazioni internazionali: nel decennio 1989-99, le spese militari dei paesi industrializzati diminuirono del 45% e il personale militare si ridusse, complessivamente, da 11,6 a 6,5 milioni di effettivi. Questo processo però spinse i paesi produttori di armamenti a intensificare le esportazioni verso il mondo in via di sviluppo, alimentando una concorrenza priva di scrupoli, per riuscire a mantenere il vantaggio acquisito sulle tecnologie militari di punta. Gli effetti di queste scelte politiche e commerciali non hanno contribuito a rendere il pianeta più sicuro. La proliferazione degli armamenti ha, in primo luogo, favorito lo scoppio di ostilità nel terzo mondo (negli anni ’90 si sono registrati almeno 51 conflitti armati rilevanti, soprattutto guerre civili) e, in secondo luogo, ha generato una “crisi di sicurezza” seguita agli attentati dell’11 settembre 2001 e la strategia della “guerra preventiva” hanno convinto i governi ad aumentare gli stanziamenti per la difesa. L’ammontare delle spese militari nel mondo è tornato a crescere e rasenta ormai i 1000 miliardi di dollari (2,6% del prodotto mondiale) (Fig.2), la cui metà è investita dal governo degli Stati Uniti (Fig.3).

Infatti, il venire meno della forza ordinatrice del colosso sovietico ha aperto un’ampia fascia geopolitica contrassegnata da instabilità e conflitto (si pensi, tra le tante altre, all’ex Jugoslavia, alla Palestina, al Ruanda, alla Somalia, al Sudan o alla guerra in Cecenia). Ma soprattutto si approfondisce la crisi del nazionalismo arabo, sfidato sul terreno della legittimità dal radicalismo islamico, il quale oggi rappresenta il principale fattore di destabilizzazione regionale nel decennio post-bipolare.

spese militari serie

Figura n. 2 – Spesa mondiale per armamenti in miliardi di dollari, 1992-2007 (Fonte: CIA, 2009).

spesa armamenti

Figura n. 3 – Spesa per armamenti nel 2008 in miliardi di dollari (Fonte: CIA, 2009).

Sempre la fine della Guerra fredda ha creato condizioni socio-politiche tanto più favorevoli all’attività dei gruppi criminali: ciò a cominciare dal vuoto di potere geopolitico aperto in Eurasia dall’implosione dell’Unione Sovietica. Si calcola che da 5000 a 8000 organizzazioni criminali controllino tra il 25 e il 40% del reddito nazionale russo. Il commercio di droga è considerato il primo caso di piena internazionalizzazione dell’attività criminale nonché, conseguentemente, il primo caso di compiuta internazionalizzazione delle organizzazioni criminali che la gestiscono. Ma la produzione e lo smercio di sostanze stupefacenti non occupa l’intero quadro dell’attività criminale internazionale: ad essa vanno aggiunti il traffico d’armi, il contrabbando di sigarette, il traffico di persone, il traffico di auto rubate, la criminalità ambientale (cioè lo smaltimento illegale di rifiuti tossici), la contraffazione, la pirateria, e il riciclaggio di denaro sporco.

NOTE:
CIA (2010), The CIA world factbook 2010, Potomac books, Dulles
ISPI (2004), Atlante geopolitico mondiale: regioni, società, economie, conflitti, Touring Editore, Milano
7 luglio, 2010 at 3:49

Tags: 11 settembre 2001, armamenti nucleari, armi, corea del nord, droga, globalizzazione, guerra, guerra fredda, instabilità globale, iran, nucleare, pace, terrorismo, terrorismo islamico, usa
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9 nov 2009

9 Novembre 1989: cade il muro

by Fiore

caduta-muro-di-berlino

«Noi abbiamo lavorato per questo giorno, l’abbiamo tanto atteso»

Helmut Kohl


«Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino.

Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Ich bin ein Berliner»

John Fitzgerald Kennedy


«Chi arriva troppo tardi è punito dalla vita»

Mikhail Gorbaciov


«Il giorno della caduta del Muro fu il giorno della felicità, ma anche il giorno della vergogna. Ma i giovani cancelleranno le ferite del Muro»

Helmut Kohl

9 novembre, 2009 at 0:16

Tags: 9 novembre 1989, berlino, caduta, comunismo, germania, germania est, germania ovest, muro, riunificazione
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16 set 2009

La storia si ripete…ma la storia insegna?

by Fiore

“Non torneremo ai giorni delle azioni sconsiderate e degli eccessi incontrollati alla base della crisi. (…) C’è la necessita’ di una riforma della finanza.” - Barak Obama

Black_Tuesday_2“Quando si verificò il crollo, esso fu anche più violento negli USA perchè un espansione in ritardo della domanda era stata alimentata per mezzo di un’enorme espansione del credito dei consumatori. Le banche, già colpite dal boom delle speculazioni immobiliari che, favorito di consueto dall’ottimismo degli illusi e dal proliferare di iniziative finanziarie truffaldine, aveva toccato il culmine alcuni anni prima del Grande crollo, gravate da debiti inesigibili, si rifiutarono di finanziare nuovi prestiti immobiliari o di rifinanziare quelli esistenti. Questo peraltro non impedì alle banche americane di fallire a migliaia, mentre quasi la metà di tutti i mutui immobiliari statunitensi non venivano pagati e un migliaio di proprietà al giorno venivano sequestrate.” (Eric Hobsbawn, riguardo la Crisi del ’29, da “Il secolo breve”).

16 settembre, 2009 at 12:32

Tags: 1929, america, banche, barak, credito, crisi, crollo, disoccupazione, Economia, mutui, obama, recessione, speculazioni, usa, venerdì nero
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